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Non rassegnarsi alla guerra e al peggio

Si parla, si discute, si litiga animatamente, si chiede al governo di lavorare per la pace.
Ma cosa è possibile fare concretamente?
Se la pace non arriva, vuol dire che è colpa “nostra”?
La guerra tra Russia e Ucraina a uso e consumo della politica interna è deprimente.
Spiace dirlo, ma in questo bailamme politico dominato da pseudo leader che pensano più a loro stessi che al futuro del Paese, il problema non è Draghi.
Occorre semmai chiedersi, con preoccupazione, a quale futuro vada incontro l’Italia con il “personale” politico che domina attualmente la scena.
Confortano da questo punto di vista alcuni risultati che riempiono il cuore di speranza, tra i quali l’elezione a Sindaco di Lodi del 25enne Andrea Furegato, al primo turno delle recenti elezioni amministrative, e la possibilità che possa farcela al secondo turno anche Damiano Tommasi a Verona.
Lontani dal pollaio nazionale, ma senza alcun dubbio giovani maturi e responsabili sui quali si può puntare.
Nulla a che vedere con il disastro dei rampanti senza alcuna formazione e preparazione politica che hanno abbassato ulteriormente il livello della discussione pubblica e la qualità delle misure adottate, spesso a prescindere dal merito.

Con questa realtà anche il Sindacato deve fare i conti.
Nelle crisi e nella confusione generale è importante puntare sulle cose essenziali.
Compattarsi a livello europeo, lavorando per far terminare la guerra prima possibile non è un demerito ma un merito.
Sulla base di cosa si può affermare che Draghi non lo stia facendo?
È un obiettivo scollegabile da quello che la Russia di Putin dichiara e fa?
L’Europa libera e democratica è per la pace e la convivenza pacifica, ma spesso si fa passare per debolezza quella che invece è la sua forza, non decisionista e autoritaria come quella dei regimi.
È il destino della democrazia.
È l’Europa che mette le condizioni ai Paesi, Ucraina compresa, che chiedono di entrare a farne parte: Stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze, magistratura non sottomessa ai governi e “altro”.
Questa guerra ha messo in crisi i programmi di ripresa e riconversione economica, con ripercussioni immediate e non del tutto misurabili, ma forse ci si dimentica che a determinarla è bastata una persona, la quale continua a dire e fare cose che rendono impossibile arrivare a una tregua da utilizzare per costruire una vera pace.
Dio benedica i pacifisti, gli obiettori di coscienza, tutte le persone buone che non farebbero male a una mosca.
Ma sinceramente sembra banale affermare che “la guerra non si combatte con la guerra”, come se difendersi fosse la stessa cosa che attaccare e invadere.
Chi si difende dalla guerra non sta facendo la guerra, la sta subendo per sopravvivere, per non soccombere, per non farsi catturare e schiavizzare, per la libertà, soprattutto quando sa che l’invasore non la riconosce come diritto umano inviolabile delle persone.
Le alternative devono essere realistiche e praticabili, altrimenti anche le migliori buone intenzioni rimangono enunciazioni di principio importanti ma non decisive se non c’è corrispondenza d’intenti.
La fine della guerra è la speranza più grande da tenere in vita in tutti i modi possibili.
Il contesto reale è quello che è.
Contano le parole?
Quelle piene di odio e rabbia dell’ex primo ministro russo Medvedev prospettano più guerra che pace, soprattutto quando dice: “chi ha detto che l'Ucraina tra due anni esisterà ancora sulla mappa del mondo?”, “Occidentali vi odio, vivo per farvi sparire”
Chi non la vuole la pace?
Noi europei abbiamo un dovere in più.
Noi italiani la guerra l’abbiamo ripudiata per sempre in relazione a ideologie e politiche di potenza che la rendono “normale” e perfino “santa”.
Che facciamo, mandiamo Salvini o Meloni a rappresentare l’Italia al posto di Mattarella e Draghi?
Stiamo attenti, il rischio di scivolare all’indietro è concreto.
La questione sociale già fortemente deteriorata, rischia di esplodere.
Il nostro è un mercato del lavoro illogico, l’illegalità a diversa intensità rischia di diventare, in parte lo è già, il principale ammortizzatore sociale.
Draghi lo si deve criticare e incalzare soprattutto su questo terreno.
La sua credibilità deve spenderla per promuovere un nuovo modello di sviluppo.
A che serve risanare i conti se non si risana e rimette in equilibrio l’Italia?
Se non si curano le sue piaghe sociali?
Saluto e auguro a tutti buon fine settimana con due “segnalazioni”.
Che fine ha fatto l’oppositore di Putin, Aleksej Navalny?
È giusta e inevitabile l’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange?
Della siccità parleremo la prossima volta, sperando che nel frattempo cada qualche “goccia” d’acqua dal cielo...

G.G.