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Realismo, Solidarietà e Responsabilità

Uscire bene dalla Pandemia significa averne capito la lezione e metterla a frutto.
Vuol dire puntare fortemente sulle dinamiche della solidarietà e della responsabilità, a tutti i livelli, in tutte le occasioni, locali, specifiche, nazionali e sovranazionali.
L’esatto opposto di quanto avviene ai confini tra Polonia e Bielorussia, i cui governi usano brutalmente le persone, bambini compresi, con metodi criminali.
Capire le cause e le conseguenze dei vaccini negati a una parte consistente della popolazione mondiale ancora in attesa della prima dose.
In Italia e in Europa invece siamo alla quarta ondata e alla terza dose con tendenza al peggioramento, che impone a tutti una assunzione di responsabilità e, a chi ha il potere democratico di decidere, di adottare misure adeguate alla salvaguardia della Salute Pubblica, nella sua accezione più cogente e autentica.
Se davvero crediamo che non ci sia nulla di più importante della Salute, e che non prevenire il contagio equivalga a condannare a morte prematura un certo numero di persone, non possiamo interpretare le misure e le regole come obblighi opprimenti, bensì come profilassi a protezione/beneficio di tutti.
In questo consiste la via maestra della vaccinazione.
Certo, sarebbe stato meglio non avere a che fare con la Pandemia.
Ma, visto che ci è toccata in sorte, bisogna tramutarla in pressante invito ad adottare i cambiamenti necessari per una grandiosa e unitaria operazione di risanamento ambientale e sociale con al centro le persone ed i popoli.

Persone e popoli che sono l’esatto opposto dei populismi e dei nazionalismi comunque denominati.
Mi rendo conto che non è facile rapportarsi ragionevolmente con la composita galassia dei No Vax, certamente è impossibile farlo con quella parte violenta che si nutre di pregiudizi e rancore. Con questa parte serve fermezza.
Nel contempo occorre riconoscere che ci sono persone che hanno deciso di non vaccinarsi per motivi riconducibili all’irriducibile psicologia individuale e a mio parere “piccolo relazionale” con le quali è necessario rapportarsi costruttivamente ma con chiarezza e nel rispetto delle regole.
Non va fatta di tutta l’erba un fascio, ma gli uni e gli altri rendono oggettivamente la vita più difficile al Paese in generale e alle comunità di cui fanno parte in particolare.
Ai complottisti che ancora si ostinano a non vaccinarsi, perché vedono dappertutto manovre, complotti e interessi, chiederei come si sentono nei confronti di milioni e milioni di persone che invece il vaccino non ce l’hanno e lo aspettano come una liberazione.
E, nel contempo, mi auguro si possa scongiurare il propagarsi della reazione emotiva che inizia a serpeggiare dove le terapie intensive sono al completo e si arriva a dire “qui la gente muore per colpa dei No Vax”.
Nella potente e più avanzata Germania sta succedendo.
Dobbiamo sentirci in colpa perché l’Italia è messa meglio?
Dobbiamo contestare preventivamente le misure del governo italiano per evitare di ritrovarsi nella catastrofica situazione nella quale si trovano adesso i tedeschi e gli austriaci (che di conseguenza hanno già deciso la vaccinazione obbligatoria)?
Abituati a parlare male di noi stessi, facciamo fatica a riconoscere che l’Italia sta contrastando la Pandemia meglio di altri Paesi e che, semmai, questa strategia virtuosa, nella sua essenza inclusiva di democrazia sostanziale applicata alla tutela della salute delle persone, andrebbe applicata al sociale e allo sviluppo economico per rigenerare il futuro.
Questo è l’obiettivo dello sviluppo sostenibile, questa è l’impresa storica del nostro tempo.
Niente di più complesso e difficile: ma non impossibile.
Il punto è proprio questo.
Il progresso altro non è che una serie di cose che sembravano impossibili e invece sono state realizzate.
Se oggi, anche grazie alla scienza, l’umanità ha preso coscienza che ci sono cose da correggere, occorre affrontare i problemi conseguenti.
Questo è il significato dello sviluppo sostenibile. Questa è la lezione del Coronavirus.
Noi Sindacato, noi sindacalisti, noi UIL e noi categorie dobbiamo capire l’importanza del nostro ruolo in questo passaggio epocale.
Senza mobilitazione, sano conflitto e partecipazione, i “cambiamenti” saranno solo tecnici e funzionali alla filosofia del mondo imprenditoriale attestato sul profitto da perseguire “costi quel che costi”.
Noi dobbiamo lottare per una economia di scopo nella quale l’utile d’impresa non sia scollegato ne scollegabile dalla giustizia sociale incentrata sul lavoro dignitoso di cui alla nostra Costituzione.
Riscopriamo la democrazia economica, rivalutiamo e rilanciamo la partecipazione.
Il salario è sempre importante, oggi più che mai, dopo anni e anni di erosione del potere contrattuale e di “criminogena” pirateria contrattuale.
Di salario si vive e proprio per questo il prossimo taglio delle tasse deve andare a beneficio del lavoro dipendente.
Le manifestazioni sindacali unitarie come quella in programma il 27 a Milano hanno e devono sviluppare questo significato.

G.G.