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Non esiste la libertà di fare del male agli altri

Se oggi il Coronavirus fa meno paura di prima è solo perché la campagna di vaccinazione ha sviluppato i suoi benefici effetti su una parte della popolazione, che giorno dopo giorno aumenta.
Sul fatto che i vaccini prodotti in tempo record, grazie alla scienza, alla tecnologia e alla collaborazione (anche se non del tutto virtuosa) tra pubblico e privato, abbiano avuto un effetto liberante, non ci sono dubbi.
Anzi, il come e il perché siano stati raggiunti ottimi risultati così velocemente, come la sola logica del mercato e della concorrenza renderebbe impossibile, dovrebbe costituire motivo di riflessione rispetto ai modelli di sviluppo sostenibili di cui c’è bisogno, salvaguardando il bene prezioso della libertà.
La quale tutto è tranne che banale riduzione all’individualismo egoistico, come vediamo nella vita di tutti i giorni.
Cosa vuol dire per gli altri costruire abusivamente, inquinare l’aria e le acque, frodare il fisco e non pagare i contributi sociali a favore dei lavoratori?
Questa non è libertà. È violazione dei diritti personali, sociali e civili di altre persone, è illegalità, tradimento della Costituzione.

Se una nostra azione -o inazione, come nel caso di chi non vuole vaccinarsi- produce un danno agli altri, non siamo più nel campo sensibilissimo della libertà individuale ma in quello molto più complesso e delicato della convivenza civile e sociale, all’interno del quale tutti siamo portatori sia di diritti che di doveri.
Diritto di non vaccinarsi, o dovere/obbligo di vaccinarsi?
In democrazia si deve agire con i metodi e gli strumenti della democrazia. Non certo con quelli violenti delle dittature.
Lo si deve fare attraverso una serie di misure che non mettano sullo stesso piano chi si vaccina e chi non vuole assolutamente farlo.
In questa ottica va considerato anche il green pass o l’allontanamento momentaneo dal proprio ambiente di lavoro -in ambito sanitario e scolastico soprattutto- perché è inconcepibile la libertà di contagio.
La variante Delta ormai è la realtà con la quale fare i conti nei prossimi mesi, come adesso li sta facendo l’Inghilterra e qualche grande città europea come Barcellona, dove è ripristinato il coprifuoco.
Sarebbe imperdonabile sottovalutarla ricommettendo gli stessi errori dell’anno scorso.
Però bisogna dire con chiarezza che se la situazione è preoccupante ma non emergenziale, come ovviamente speriamo non torni più ad essere, lo si deve solo al fatto che sono state somministrate 60 milioni di dosi, pari al 44,4% della popolazione con vaccinazione completa, il cui numero aumenta di giorno in giorno e più aumenta più si consolida la tutela dal contagio e dalle sue conseguenze.
Come con chiarezza occorre ribadire che, se il rischio di più contagi, ricoveri in terapia intensiva e morti è più alto di quanto potrebbe essere, lo si deve ai nostri concittadini che hanno scelto di non vaccinarsi.
Esercizio della libertà individuale?
Certo, ma fino a un certo punto, essendo del tutto evidente che la tutela della salute di tutti dipende dal comportamento di ciascuno.
Problema irrisolto e, in ultima analisi irrisolvibile, in democrazia, ma rispetto al quale, tuttavia, è possibile adottare misure e argomenti “persuasivi” per ridurre al minimo il numero di persone che “nonostante tutto” decidono di non vaccinarsi.
Ai quali, come minimo, va fatto pagare un prezzo dal valore piuttosto pedagogico che punitivo.
Valore consistente nel rendere evidente che di fronte alla tutela della salute degli altri la libertà individuale si deve inchinare altrimenti fuoriesce dal concetto di convivenza e rispetto degli altri ed entra in quello della irresponsabilità.
Malattia diffusa nel nostro Paese, vero e proprio bubbone anche in economia e nel sociale, come le cronache quotidianamente ci ricordano.
Che altro è la “libertà imprenditoriale” nella versione del lavoro nero e delle frodi fiscali? Nello svilimento della concorrenza e della competitività che svalorizzano  il lavoro umano fino allo sfruttamento colpevolmente tollerato dalle istituzioni preposte alla prevenzione e ai controlli?
Libertà? Tutt’altro. 
Oggi esistono strumenti e metodi democratici per risolvere in trasparenza questi “fenomeni” ai quali ci siamo (anche noi?) colpevolmente assuefatti.
La storia del Sindacato, è storia di conquiste faticose, la cui premessa è quella di crederci.
Coraggio? Se per coraggio si intende saper parlare con equilibrio a tutti e in primo luogo alle imprese, ce ne vuole tanto rispetto alla retorica degli ultimi decenni che ha trasformato la flessibilità organizzativa in precarietà strutturale e strutturata a beneficio della pirateria contrattuale e del conseguente dumping sociale.
Ci vuole coraggio a dire alle imprese che devono rispettare le persone che lavorano e in particolare i giovani, pagandoli per il lavoro che effettivamente svolgono?
Mettiamoci in testa che la sostenibilità sociale rischia di diventare aria fritta se non si tramuta in lavoro buono e dignitoso.
Questo è l’orizzonte economico e sociale del nostro tempo.

G.G.


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