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Chiariamoci sulle semplificazioni

Sono passati 75 anni da quando l’Italia si è lasciata alle spalle l’anacronistica monarchia sabauda e per volontà popolare -Referendum 2 giugno 1946 - è diventata una Repubblica democratica fondata su una Costituzione che, già di per sé, è un Anti-Virus.
Il virus era ed è il fascismo, non solo quello storicamente connotato e tragicamente conosciuto in Italia dal 22 al 44 del secolo scorso.
Oggi siamo alle prese con un virus diverso che accomuna l’intera umanità e ri-propone il problema della prevenzione.
La quale non si realizza vivendo alla giornata o affidandosi alla dea fortuna ma costruendo futuro attraverso il nesso causale tra ciò che si decide e i risultati conseguenti.
Dopo 75 anni di vita repubblicana e democratica, segnata da pagine belle di sviluppo e conquiste, sociali e civili, ma anche di terrore criminale e commistioni pericolose, come quelle che hanno provocato la morte violenta di numerosi magistrati e uomini di Stato, tra cui Giovanni Falcone e il Generale Dalla Chiesa, oggi l’Italia si trova di fronte alla grande occasione, non solo di uscire dalla pandemia, ma anche di rigenerarsi, riequilibrarsi e ri-strutturarsi con lo scopo dichiarato di migliorare la vita delle persone.
Quando Mattarella dice, citando Francesco De Gregori, “la storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, evidentemente indica il dovere di operare per una società inclusiva, la quale, per realizzare conseguenti politiche attive richiede una coerenza generale che è l’esatto opposto della società liquida senza punti di riferimento.

Inclusiva in quanto imperniata sul valore superiore che tutela e protegge tutti.
“Tutti” va oltre il concetto di maggioranza o minoranza.
Tutti, significa ogni persona. Tutte le persone.
Possiamo dire che questo obiettivo è all’ordine del giorno?
Se consideriamo quello che è stato fatto da quando è esplosa la pandemia, siamo a livello di primi tentativi che richiedono di essere sviluppati piuttosto che vanificati, come succederebbe se si arrivasse allo sblocco dei licenziamenti in modo sconnesso da tutto il resto.
Nessuno pensa che il mercato del lavoro non debba funzionare regolarmente, sia in entrata che in uscita.
Ma ciò deve avvenire all’interno di un quadro coerente rispetto al quale il prolungamento del blocco fino a ottobre è il minimo che si possa fare, con l’impegno di riformare l’intero sistema degli ammortizzatori sociali e del sostegno alle famiglie, in modo coerente e conseguente.
L’assegno unico per i figli a famiglie con Isee fino a 50 mila euro va in questa direzione e, per la prima volta, sembra (sembra) non essere accompagnato dalla odiosa volontà di escludere gli “stranieri”.
Insomma, qualcosa si muove; si può e si deve sperare, ma siamo di fronte a un processo da alimentare con una partecipazione dal basso dei cittadini e una pressione sindacale a tutti i livelli che ha già dato dei risultati e altri ne dovrà realizzare attraverso un modo nuovo e più incisivo di concepire la contrattazione di primo e di secondo livello, di categoria e aziendale, diretta e concertata anche con le istituzioni su diversi temi, come quello degli appalti.
Un Paese normale, anche se non propriamente virtuoso, non ha bisogno di semplificare nulla per funzionare.
Funziona con le leggi ordinarie, tramite le sue istituzioni, che regolano la convivenza sociale e civile, lo sviluppo economico, la vita democratica.
Se in Italia si parla tanto di semplificazioni, evidentemente il problema esiste e viene da lontano, da ragioni complesse che riguardano la sua storia, lo sviluppo squilibrato, la contrapposizione, spesso manichea tra le forze politiche.
Un tempo la si poteva definire ideologica, oggi è una contrapposizione di interessi reali che a livello generale diventa aspra dialettica tra un modello di sviluppo liberista e brutalmente darwiniano, e un modello di sviluppo che si prefigge l’obiettivo di dare a tutti una risposta, una possibilità concreta, sia in termini di lavoro che di reddito.
Creare lavoro, distribuire lavoro e fare in modo che sia ragionevolmente tutelato e rispettato, non è un obiettivo realizzabile al di fuori di un rapporto virtuosamente equilibrato tra pubblico e privato.
Semplificare, quindi,, non può e non deve significare lasciar fare, come gli imprenditori e gli “esperti” di scuola più liberista chiedono.
Semplificare significa dire e fare cose chiare, soprattutto quando i diritti delle persone dipendono dal dovere di qualcun altro di adempiere ai suoi obblighi di legge affinché quei diritti siano concretamente esercitabili.
Vale per l’imprenditore che rivendica la sua libertà, ma deve rispettare quella delle lavoratrici e dei lavoratori.
Vale per le istituzioni, presidiate da persone che hanno la responsabilità di farle funzionare.
I morti sul lavoro che stanno caratterizzando la ripresa economica in atto, appartengono perlopiù a un modo di semplificare che sacrifica le persone.
Anche attraverso ipocrisie, falsificazioni e ricatti.
La storia di Luana, della Funivia del Mottarone, di tante altre persone che hanno perso la vita e la rischiano quotidianamente, è chiara.
Quando un lavoratore dice “sapevo ma temevo di perdere il posto di lavoro, se parlavo e/o denunciavo”, ha detto tutto.
Il Decreto Semplificazioni può aiutare, può servire, ma è impensabile credere di risanare l’Italia per decreto.
Ben vengano le assunzioni legate al Recovery Plan, per lo snellimento dei concorsi e anche il commissariamento dell’Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro.
La pubblica amministrazione può e deve funzionare meglio del privato. Bisogna crederci.
È una battaglia da portare avanti con coraggio.
È la precondizione affinché il Paese possa funzionare in trasparenza e la democrazia possa essere lo scopo degli adempimenti formali necessari che troppo spesso e con fastidio (quando non addirittura disprezzo) vengono definiti burocrazia inutile.
Semplificare non significa agevolare una categoria a scapito di altre, bensì aiutare tutte le persone, le imprese, le funzioni, ad esercitare i loro diritti e adempiere i loro doveri senza inutili complicazioni, doppioni, costi e perdite di tempo.
Questo sì. In Italia, inutile negarlo, non è un dato di fatto ma un obiettivo da raggiungere.
Rispetto al quale tutti, nessuno escluso, e in primo luogo le imprese, hanno qualcosa da dare e da garantire, non solo da chiedere e rivendicare.

G.G.


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