Vittoria della UILTUCS in difesa di una lavoratrice madre

causa di lavoroSentenza del Tribunale di Milano n. 390/2017

La lavoratrice, con contratto part time, è addetta alle vendite in un negozio di telefonia; l’azienda ne possiede due nell’hinterland.
Al rientro dalla maternità l’azienda le propone un cambiamento della sede di lavoro con alternanza tra i due negozi ed una modifica dell’orario di lavoro fino ad allora effettuato.
La lavoratrice rifiuta di aderire a queste proposte e non manifesta interesse per una successiva offerta di incentivo all’esodo di 4 mensilità.
Poco dopo il compimento del primo anno di età del bambino, la lavoratrice viene licenziata per giustificato motivo oggettivo.
La UILTUCS ha impugnato con la lavoratrice il licenziamento e fornito assistenza legale per il ricorso al Giudice del lavoro che ha condotto alla reintegra della lavoratrice nel posto di lavoro, riconoscendo il risarcimento del danno patrimoniale, dichiarando nullo il licenziamento e condannando l’azienda alle spese di giudizio.

Una sintesi delle motivazioni con cui il Giudice ha accolto il ricorso della lavoratrice:
“si rammenta che è configurabile la nullità dell’atto espulsivo qualora l’intento discriminatorio o di rappresaglia sia stato l’unico a determinare la decisione datoriale di interrompere la collaborazione lavorativa con il dipendente …….“
“La società enuncia 3 elementi che avrebbero determinato il licenziamento : La riorganizzazione aziendale, L’indisponibilità della ricorrente a spostamenti di sede, L’indisponibilità della ricorrente a lavorare sull’intero orario di apertura dei negozi.”
“E’ tuttavia innegabile che la lettera di licenziamento non contenga riferimenti a processi di riorganizzazione aziendale in atto, salvo un’ipotesi di apertura di un nuovo negozio, che avverrà solo 6 mesi dopo il licenziamento.”
“Inoltre la lavoratrice, al rientro dalla maternità, era stata adibita ad attività di “back office”, e solo grazie all’intervento del sindacato ha ottenuto di essere riassegnata alle sue mansioni precedenti.
Infine, la prova che alla ricorrente sia stata proposta la risoluzione incentivata del contratto di lavoro è documentale.”
Il Giudice ha quindi accertato l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo addotto dall’azienda per il licenziamento e ha verificato per contro un nesso temporale e causale con la maternità della ricorrente, con la sua ritenuta minore disponibilità al lavoro e con la richiesta di congedo parentale. Il licenziamento è stato quindi giudicato nullo in quanto discriminatorio.
Le condotte adottate dal datore di lavoro sono pertanto giuridicamente rilevanti in quanto contravvengono a quanto previsto dal Dlgs. 198/2006 in materia di “ misure volte ad eliminare ogni distinzione, esclusione, o limitazione basata sul sesso … La parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compresi quelli dell’occupazione, del lavoro, della retribuzione …”


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