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Congresso: La UILTuCS Lombardia c’è

In un mondo suggestionato da pericolosi impulsi regressivi, alimentati da comportamenti fraudolenti e politicamente mirati, un Sindacato, consapevole del proprio ruolo e delle difficoltà di contesto politico istituzionale del nostro Paese, si pone il problema del come interagire con i cambiamenti che coinvolgono il lavoro e tutto ciò che ad esso è correlato. Contrattazione, previdenza, diritti, formazione sindacale e professionale, servizi, salute e sicurezza, appalti, organizzazione e orari di lavoro, precarietà immotivata, retribuzioni, welfare pubblico e contrattuale. Confrontarsi e scontrarsi con filosofie produttive che mirano a comprimere il lavoro umano non è facile ma è necessario da parte di organizzazioni sindacali a vocazione confederale come la nostra. Come la storia insegna, infatti, le grandi difficoltà possono tramutarsi in opportunità che, se colte e ben utilizzate, permettono di uscirne vivi e più forti di prima. Ne siamo stati capaci, finora, in relazione agli anni peggiori della crisi e all’indebolimento dei diritti che rendono più difficile la sindacalizzazione dei lavoratori e dei giovani in particolare?

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Governo di tutti e di nessuno? Non c’è fretta, intanto va avanti Gentiloni

Il terremoto politico prodotto dalle elezioni del 4 marzo almeno per il momento non produce effetti, anche in virtù della incapacità/impreparazione dei “vincitori” di compiere le scelte necessarie per tramutarlo in realistica azione di governo in tempi brevi. Certi nodi sono arrivati al pettine e scioglierli significa compiere scelte che sarà arduo definire coerenti con quanto promesso prima delle elezioni. Non saper vincere, nella vita e in politica, è peggio che non saper perdere. Nel nostro caso significa dimostrare di non essere all’altezza di governare un paese complesso e interconnesso con altri come l’Italia. Di Maio e Salvini non hanno ancora capito che la campagna elettorale (e la festa ) è finita. Per governare, infatti, bisogna sapersi confrontare con gli “altri”, soprattutto quando il risultato conseguito è lontano dall’autosufficienza politica, che in democrazia comunque non esiste e men che meno nelle istituzioni e nei trattati europei che ci riguardano.

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È sempre l’ora della responsabilità

Che fine ha fatto l’etica della responsabilità, senza la quale la politica perde la sua nobiltà di cosa pubblica, a favore di logiche da tribù ammantate di falso modernismo? Quando Mattarella dice “ora serve senso di responsabilità” affinché prevalga l’interesse generale, mette il dito nella piaga più profonda della realtà italiana, pervasa da squilibri strutturali e vissuti esistenziali diametralmente opposti. La difficoltà di fronte alla quale si trova l’Italia non deriva solo dal fatto che nessuno dei due vincitori ha ottenuto la maggioranza per governare senza bisogno di coalizzarsi con altri, ma anche dalla siderale distanza dei metodi e dei programmi di governo. Nessuno sa che governo avremo e quando lo avremo, ma se possiamo permetterci di vivere con relativa calma questo delicato passaggio, ciò dipende dalle nostre istituzioni democratiche che possono aiutare i partiti a ritrovare il bandolo della matassa. Non sarà facile ma è una strada obbligata, sia nel breve che nel medio periodo.

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Ripartire dalla Costituzione e dal Lavoro

Scrivo il giorno prima delle elezioni, al “buio”. Lunedì 5 marzo il Paese sarà messo di fronte a una fotografia che lo rispecchia abbastanza fedelmente dal punto di vista economico e sociale e che contrasta con la sua naturale bellezza e le sue inespresse potenzialità. Non siamo più di fronte a previsioni e supposizioni ma a risultati nudi e crudi con i quali non sarà facile costruire una maggioranza di governo sensata, che non è semplice somma di numeri. E se a questo si aggiunge la mancanza di spirito unitario attorno ai valori che dovrebbero essere condivisi e invece non lo sono, si capisce di fronte a quale problema si trovi un Paese che è tornato a crescere economicamente, relativamente al fondo che aveva toccato durante l’ultima grande crisi, ma non percepisce questa faticosa risalita come riequilibrio sociale, bensì come consolidamento dei suoi storici squilibri. Situazione drammatica? No, no e no. Questo lasciamolo dire ai “distruttori” che sono già stati messi alla prova e a quelli che vorrebbero provarci, sostenendo che peggio di così non può andare.

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