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La paura è figlia, in primo luogo, della “nostra” violenza

Il bisogno di sicurezza accompagna l’essere umano dall’inizio alla fine della sua vita ed è conditio sine qua non della libertà personale e collettiva. Non poter dire o fare qualcosa per paura di subire violenza o subirla effettivamente, come quotidianamente avviene, certifica un malessere sociale di fronte al quale ciascuno è chiamato a fare la propria parte. In primo luogo la deve fare chi governa il Paese, le Regioni e i Comuni, in raccordo con le istituzioni pubbliche e in collaborazione con quelle private che condividono i valori incentrati sul rispetto della persona, coerenti e compatibili con la nostra Costituzione che ai migranti chiediamo di imparare e rispettare, pur sapendo che molti italiani e politici non la conoscono, non la rispettano. Paura degli immigrati? Credo sia umana, comprensibile e tale da richiedere risposte di autentica governabilità, non di odiosa propaganda che la accentui.

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Basta ipocrisie sul lavoro: servono scelte chiare e consapevoli

L’Italia è un Paese fragile con squilibri irrisolvibili in tempi brevi. Anzi, se lascia scappare i giovani più istruiti e non integra adeguatamente "quelli" che arrivano, gli squilibri si possono accentuare. Spiace dirlo o sentirselo dire, ma è così e chi racconta cose diverse “comunica” ma non informa. A maggior ragione è importante adottare misure coerenti con la prospettiva del riequilibrio unitario e strutturale di cui Paese ha bisogno. Questo significa non pensare solo a come vincere le prossime elezioni ma fare scelte oculate per lasciare in eredità un Paese sano e ancor più vivibile, anche per effetto del buon utilizzo della scienza e della tecnologia. Che senso hanno le parole progresso e modernità al di fuori di questa prospettiva di maggior benessere e qualità della vita, per l’Italia e per il mondo intero? Non sarebbe una beffa se quella che chiamiamo intelligenza artificiale producesse risultati contrari alla coesione sociale, per effetto del suo cattivo utilizzo?

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Si fa presto a dire politiche attive per il lavoro

Perché un Paese ricco deve avere tante persone e famiglie povere? E che rapporto c’è tra la povertà e il fenomeno genericamente definito lavoro precario dentro il quale stanno, quando ci stanno, molti giovani scarsamente considerati non dai “loro padri” ma da una filosofia produttiva che non serve a creare nuovo lavoro ma ad abbattere il suo costo? L’ipocrisia fa passare per verità luoghi comuni che non reggono all’approccio analitico dei movimenti che si registrano nel mercato del lavoro italiano, nel quale le imprese sono in perenne attesa degli sgravi contributivi, senza i quali le stesse non vogliono assumere più nessuno, tranne le figure professionali che hanno mercato e passano attraverso rapporti diretti o con le con agenzie specializzate in selezione del personale. Gli ultimi dati Istat hanno scatenato la solite forzature di esponenti di governo e di opposizione che confermano la scarsa propensione dei nostri politici ad analizzare i fenomeni sui quali intervenire strutturalmente.

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Abusivismo, ipocrisie, low cost: i veri problemi dell'occupazione giovanile

Se per abusivismo si intende il non rispetto delle regole, tramite il quale chi lo esercita si avvantaggia a scapito della collettività che, in un modo o nell’altro, deve accollarsi gli oneri delle emergenze e del risanamento, si può affermare “tranquillamente” che esso esiste anche nel mondo del lavoro. Lavoro nero e grigio, evasione, elusione fiscale e frodi, contratti di lavoro “fai da te” e apprendistato fasullo a danno dei giovani, lo testimoniano. Come lo confermano gli sgravi fiscali illecitamente incamerati dalle imprese che il Ministro del Lavoro Poletti, bontà sua, definisce comportamenti furbeschi, preannunciando norme anti-licenziamento, che per il momento sono solo chiacchiere, mentre invece sono misure concrete quelle adottate dal precedente governo, di cui faceva parte, per facilitare i licenziamenti. Anche nel campo del lavoro, il più delle volte, gli abusi non derivano da una condizione di necessità ma dalla mera convenienza e dalla convinzione di farla franca, anche perché chi dovrebbe intervenire tempestivamente per prevenirli, spesso non lo fa.

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