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L’Italia ha bisogno di essere governata, non spartita

Di questi tempi è quasi impossibile ragionare e confrontarsi sul merito delle proposte, come si dovrebbe sempre fare, talchè si è portati a schierarsi pro o contro chi le fa, in virtù di una sventurata incultura politica che, in quattro e quattr’otto, è diventata “contratto di governo” che non promette nulla di buono. Pensavamo di non arrivare a tanto e invece ci siamo dentro e sarà un problema uscirne, a riprova del fatto che esaltare “il cambiamento”, senza indicare il modello di sviluppo economico e sociale che si intende promuovere, porta a demolire le cose fatte dai nemici politici, non certo a governare unitariamente l’Italia. Di certo è impossibile associare a questo governo la parola dignità e nemmeno ci si può consolare con la certezza virtuale che chi semina vento prima o dopo raccoglierà tempesta perché di mezzo c’è il Paese, c’è la vita reale delle persone e delle famiglie che, nel frattempo, possono andare a rotoli.

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Per un mercato del lavoro ri-equilibrato

Per chi crede nella necessità di conciliare le ragioni delle imprese e quelle dei lavoratori, nel contesto di uno sviluppo economico orientato al sociale e al rispetto dell’ambiente come bene pubblico, il concetto di equilibrio è centrale. Ben vengano quindi le misure che ne riportano un po’, se frutto di valutazioni ponderate finalizzate alla rivalutazione del lavoro umano, dopo decenni di destrutturazione della filiera del lavoro dalla quale è scaturita la degenerazione sociale chiamata precariato. In quale categoria rientra il voucher a 10 euro tutto incluso che il governo pensa di legalizzare nuovamente? Che coerenza c’è (o non c’è) tra questa proposta e quella di mettere un modesto argine all’esplosione arbitraria dei contratti a termine attraverso le causali e la durata massima di due anni? La coerenza non c’è, anzi emerge un governo della confusione, senza una visone unitaria che abbia come riferimento un modello di sviluppo compatibile con i valori del nostro essere cittadini italiani ed europei che in primo luogo credono nel lavoro e nella dignità della persona.

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Teoria del cambiamento e pratica dello scambio

L’Italia ha un governo che naviga a vista. Giorno per giorno, momento per momento, senza un vero programma di politica economica e sociale, al posto del quale c'è un contratto a due riducibile al “tu dai una cosa a me, io ne dò una a te, tu non mi disturbi su questo, io non mi intrometto su quello”. Con un Presidente del Consiglio che, anziché esercitare il suo ruolo, subisce le iniziative debordanti dei suoi due vice che lo hanno messo lì. Chi ne paga le conseguenze è il Paese, costretto ad essere esasperato da un problema che esiste e va affrontato seriamente, mentre se ne sottovalutano altri altri non meno importanti, anzi. Chi ne trae beneficio di parte è il ministro dell’interno che fa solo ed esclusivamente l’interesse del suo partito. Governare un Paese non è un affare privato, lo si deve fare nel rispetto delle regole, dei poteri delle diverse istituzioni e della magistratura in particolare. La quale magistratura, in un Paese democratico, non prende e non deve prendere ordini da nessuno, men che meno da un Ministro, così come non li devono prendere i dipendenti/funzionari pubblici.

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Medici inadeguati e medicine sbagliate

Le persone di buona volontà che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia cominciano a capire che bisogna stare all’erta di fronte a una situazione interna e internazionale che rischia di provocare impoverimento umano e regresso democratico conseguente a scelte di campo non solo sbagliate ma anche controproducenti. È vero che non bisogna drammatizzare tutto ciò che non si condivide, ma siamo di fronte a fatti e pericoli reali, rispetto ai quali è necessaria la sempre valida saggezza di agire quando e fin che si è in tempo. In alcuni paesi europei che mettono il filo spinato alle frontiere, l’attacco aperto all’indipendenza della magistratura e alla libertà di stampa, tipico dei regimi autoritari, è in stato avanzato. Nello stesso momento, in Italia, si torna a parlare di sentenze politiche e si creano problemi agli organi di informazione, si demonizzano avversari e minoranze, come fanno i regimi autoritari che usano le istituzioni per consolidare il proprio potere.