Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Esiste una contrapposizione netta tra le élite e la gente?

Secondo lo scrittore Alessandro Baricco è venuto meno il patto tra chi sta in alto e chi sta in basso e adesso “la gente ha deciso di fare da sola”. *
Una tesi discutibile che infatti sta facendo discutere, attorno a una contrapposizione netta che suscita dubbi e perplessità in chi ritiene che la crisi della democrazia rappresentativa sia più complessa di questa schematica motivazione.
Lo dimostra il fatto che il cosiddetto populismo si è sviluppato anche in Paesi, regioni e contesti a benessere diffuso. Austria, Germania e Baviera ne sono un esempio.
E lo dimostra anche il fatto che chi si mette a capo dei movimenti di protesta, spesso, appartiene al ceto privilegiato che si ritiene essere oggetto della rabbia de “la gente”.
Cos’è Donald Trump se non un miliardario appartenente a una élite di super privilegiati, il quale non si sogna nemmeno di mettere in discussione i privilegi della sua categoria, che anzi vuole incrementare con il mitico taglio delle tasse, dentro un mix politico di estrema destra che incanta tanta “gente”?
Chi ha creato il movimento 5 stelle se non il benestante ed elitario (sia pure a modo suo) Beppe Grillo?

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Partecipare e lottare con serena determinazione

Sondaggi o non sondaggi, che prima o dopo cambieranno, e dai quali non bisogna farsi schiavizzare, recuperando il valore politico della proposta di una più realistica alternativa al governo della confusione, non siamo in buone mani. Ormai è fin troppo evidente.
Attivismo sfrenato, giri di parole per confondere le idee, ossessione e strumentalizzazione di problemi rappresentano la cifra di un governo inadeguato dal quale tutto ci si può aspettare tranne i cambiamenti di cui ha bisogno l’Italia.
La zavorra affaristica e clientelare che demonizza il valore civile delle imposte dirette e indirette è dentro i due partiti di governo, più vocati a restaurare che a riformare secondo giustizia.
Questo non significa che chi c’era prima non abbia la sua dose di responsabilità, la principale delle quali, a mio parere, consiste nell’aver assecondato un’idea di sviluppo economico che si nutre di squilibri e ingiustizie, sull’altare di una concezione della competitività che mal si concilia con il lavoro dignitoso, che dovrebbe costituire, questo sì, la variabile indipendente della concorrenza leale.

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Promesse

Il 2019 politico è iniziato in continuità con il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Mattarella, il quale, con parole appropriate al suo ruolo, ha detto che il Paese ha bisogno di essere governato, non stressato e lacerato continuamente da parte di chi i problemi li deve affrontare e non invece strumentalizzare pesantemente.
Governato nel rispetto delle regole e dei vincoli che ne conseguono.
Il che significa che le promesse fatte in campagna elettorale, i programmi e gli accordi di governo, comunque denominati, non si possono e non si devono attuare contro la Costituzione.
I partiti sono liberi di promettere qualunque cosa, ma questo non significa sub-ordinare ciò che invece esiste per regolare la vita del Paese.
Una promessa non può essere concepita e attuata in contrasto con i principi/valori costituzionali.
Parlando di sicurezza, Mattarella ha pure detto che non la si realizza attraverso l’intolleranza e le discriminazioni, al di fuori della convivenza e della coesione sociale, violando principi fondamentali in materia di diritti umani.
Secondo Massimo Cacciari, “la politica del governo in materia di immigrazione è totalmente incostituzionale”.
Oltretutto, gli immigrati vengono usati per far passare in second’ordine l’inconsistenza economica e sociale di una manovra che doveva assumere il lavoro come priorità, ma non l’ha fatto.
Ormai è evidente che non sono culturalmente preparati, non hanno la forza morale e civile per affrontare i problemi del Paese; hanno piuttosto la furbizia opportunistica per cavalcarli, come, con particolare scorrettezza, sta facendo un ministro dell’interno che usa le Istituzioni anzichè mettersi al servizio degli scopi per i quali le stesse esistono.

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Cosa dobbiamo aspettarci dal 2019?

Il 2018, in chiave nazionale, dal punto di vista politico, è stato senza alcun dubbio l’anno del Governo Cinquestelle-Lega. Populismi e populisti che prima delle elezioni del 4 marzo sembravano inconciliabili, dopo sono diventati alleati che dichiarano di non essere alleati bensì soci di maggioranza. I quali s’impegnano a votare gli uni le cose che interessano agli altri, anche se totalmente in contrasto con le proprie convinzioni. Al confronto, il termine compromesso assume una nobiltà che il cosiddetto contratto di governo non ha e le conseguenze già si vedono. Il reddito di cittadinanza, che la Lega non voterebbe mai, la dice lunga sul prezzo che i Cinquestelle sono costretti a pagare a Salvini, il quale ringrazia e in cambio impone uno spostamento vergognoso su posizioni di estrema destra. Questo è l’inedito “cambiamento” al quale stiamo assistendo, i cui risultati capiremo meglio quando saranno chiari ed evidenti gli effetti della Legge di bilancio che, per la prima volta, non ha permesso al Parlamento di svolgere il proprio ruolo. Grave. Non c’è altro da dire. L’anno vecchio si chiude e quello nuovo si apre con questa “novità” che conferma le difficoltà di un Paese senza pace, ulteriormente immiserito da una concezione politica scollegata dai vincoli della convivenza democratica, senza i quali il potere diventa arbitrario e discrezionale.