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Basta ipocrisie sul lavoro: servono scelte chiare e consapevoli

L’Italia è un Paese fragile con squilibri irrisolvibili in tempi brevi. Anzi, se lascia scappare i giovani più istruiti e non integra adeguatamente "quelli" che arrivano, gli squilibri si possono accentuare. Spiace dirlo o sentirselo dire, ma è così e chi racconta cose diverse “comunica” ma non informa. A maggior ragione è importante adottare misure coerenti con la prospettiva del riequilibrio unitario e strutturale di cui Paese ha bisogno. Questo significa non pensare solo a come vincere le prossime elezioni ma fare scelte oculate per lasciare in eredità un Paese sano e ancor più vivibile, anche per effetto del buon utilizzo della scienza e della tecnologia. Che senso hanno le parole progresso e modernità al di fuori di questa prospettiva di maggior benessere e qualità della vita, per l’Italia e per il mondo intero? Non sarebbe una beffa se quella che chiamiamo intelligenza artificiale producesse risultati contrari alla coesione sociale, per effetto del suo cattivo utilizzo?

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Si fa presto a dire politiche attive per il lavoro

Perché un Paese ricco deve avere tante persone e famiglie povere? E che rapporto c’è tra la povertà e il fenomeno genericamente definito lavoro precario dentro il quale stanno, quando ci stanno, molti giovani scarsamente considerati non dai “loro padri” ma da una filosofia produttiva che non serve a creare nuovo lavoro ma ad abbattere il suo costo? L’ipocrisia fa passare per verità luoghi comuni che non reggono all’approccio analitico dei movimenti che si registrano nel mercato del lavoro italiano, nel quale le imprese sono in perenne attesa degli sgravi contributivi, senza i quali le stesse non vogliono assumere più nessuno, tranne le figure professionali che hanno mercato e passano attraverso rapporti diretti o con le con agenzie specializzate in selezione del personale. Gli ultimi dati Istat hanno scatenato la solite forzature di esponenti di governo e di opposizione che confermano la scarsa propensione dei nostri politici ad analizzare i fenomeni sui quali intervenire strutturalmente.

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Abusivismo, ipocrisie, low cost: i veri problemi dell'occupazione giovanile

Se per abusivismo si intende il non rispetto delle regole, tramite il quale chi lo esercita si avvantaggia a scapito della collettività che, in un modo o nell’altro, deve accollarsi gli oneri delle emergenze e del risanamento, si può affermare “tranquillamente” che esso esiste anche nel mondo del lavoro. Lavoro nero e grigio, evasione, elusione fiscale e frodi, contratti di lavoro “fai da te” e apprendistato fasullo a danno dei giovani, lo testimoniano. Come lo confermano gli sgravi fiscali illecitamente incamerati dalle imprese che il Ministro del Lavoro Poletti, bontà sua, definisce comportamenti furbeschi, preannunciando norme anti-licenziamento, che per il momento sono solo chiacchiere, mentre invece sono misure concrete quelle adottate dal precedente governo, di cui faceva parte, per facilitare i licenziamenti. Anche nel campo del lavoro, il più delle volte, gli abusi non derivano da una condizione di necessità ma dalla mera convenienza e dalla convinzione di farla franca, anche perché chi dovrebbe intervenire tempestivamente per prevenirli, spesso non lo fa.

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Mettersi nei panni degli altri: questa è la “nostra” civiltà.

Nel suo quotidiano appuntamento con IL CAFFÈ, Massimo Gramellini ha scritto sul Corriere Della Sera del 15 agosto che “nulla è più faticoso del mettersi nei panni di qualcun altro”. Ha voluto rammentare a tutti quanto sia importante immedesimarsi nei problemi degli altri, soprattutto delle persone e delle famiglie che rischiano di scivolare o sono già nella vasta area dell’emarginazione e dell’esclusione sociale. Cos’è in definitiva la nostra civiltà e lo sviluppo socialmente sostenibile che il Sindacato rivendica, se non mettersi nei panni di chi viene brutalmente selezionato e, come dice Papa Francesco, scartato? Cosa significa dare voce e rappresentanza a chi non ne ha se non assumere come guida i valori laici, civili e religiosi che i profeti del nulla vorrebbero annegare in un pragmatismo affidato agli umori del momento e della cosiddetta rete? Qui non si tratta di sentirsi buoni a tutti i costi, ma di avvertire il pericolo costituito dalla comunicazione incontrollata che prevale nella cosiddetta società liquida e che può capovolgere il rapporto tra il vero e il falso, come dimostrato anche recentemente con le Ong irresponsabilmente etichettate come “taxi del mare” e i volontari accusati di essere complici degli scafisti.

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