Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

 

Appalti ed esternalizzazioni: quando il precariato è creato dall’alto.

I lavori dati in appalto dalla pubblica amministrazione e dalle grandi aziende private rappresentano ormai una parte consistente del sistema economico. Nulla di male se ciò avvenisse per migliorare sia la produttività che l’organizzazione del lavoro in funzione del servizio. I fatti purtroppo dimostrano che gli appalti sono diventati sinonimo di malaffare e svalorizzazione del lavoro umano. Enti pubblici e grandi aziende sono i primi responsabili di gran parte del lavoro precario presente in Italia, per interessi e convenienze di parte che hanno impoverito i lavoratori, a favore di una cultura d’impresa senza anima sociale che a monte e a valle taglia arbitrariamente costi e relative tutele. È ben difficile trovare lavoratrici e lavoratori di cooperative e imprese appaltatrici che usufruiscono della previdenza e dell’assistenza integrativa di cui hanno più bisogni di altri. In tempo di crisi servono realismo e pragmatismo, ma l’uno e l’altro devono essere accompagnati dal senso del limite e dalla consapevolezza che la ricomposizione del lavoro non sarà possibile se Istituzioni e Grandi imprese non si rendono responsabili nei confronti delle società appaltanti che svolgono il lavoro per loro conto. Le false cooperative e le imprese spregiudicate operanti nel mondo degli appalti che non garantiscono un equo trattamento economico e normativo vanno contrastate. Oggi basta dire “appalti” per evocare problemi che in ogni caso ricadono sull’anello più debole della catena costituito dalle lavoratrici e dai lavoratori, in particolare della ristorazione, delle imprese di pulizia e della vigilanza, che spesso non riescono nemmeno a rinnovare il contratto di lavoro. Ripensare (e risanare) gli appalti vuol dire ripensare e rivalutare il lavoro nel contesto di una economia civile che ogni impresa socialmente responsabile dovrebbe fare propria. Il lavoro sregolato derivante da appalti e subappalti sottopagati altro non è che l’espressione di una società capovolta che va rimessa in piedi, restituendo migliori condizioni di vita ai lavoratori e alle lavoratrici che si sobbarcano i maggiori sacrifici.

G.G.

 

Per la Sicilia e per l'Italia del Lavoro, dei Lavoratori e dei Cittadini

Oggi si vota in Sicilia e pur in presenza di un impoverimento materiale e spirituale che oscilla tra rassegnazione e ribellismo distruttivo ma incapace di costruire, si percepisce che qualcosa di positivo può scaturire dalle urne. Ci sarà un numero sufficiente di siciliani in grado di capire che Rosario Crocetta può rappresentare la discontinuità di cui c’è bisogno per mettere lo Stato e le Istituzioni al servizio dei cittadini? Rosario Crocetta ha dimostrato sul campo di essere una persona credibile in grado di aggregare consensi non solo sul piano politico/amministrativo, ma anche sotto il profilo civile e culturale, per chiudere con la stagione del trasformismo e dell’imbroglio eretto a sistema. Non sempre è possibile scegliersi i compagni di strada, ma se si vuole costruire qualcosa d’importante lo si deve fare necessariamente nell’incontro tra forze politiche diverse, su programmi coerenti e praticabili rispetto ai quali le persone, come Lucia Borsellino che si è resa disponibile, devono essere affidabili. Programmi che implicano un cambiamento di prospettiva e la valorizzazione di politici dalla robusta formazione culturale e democratica, rispetto alla quale la loro età è del tutto secondaria. Chi scrive sa bene che anche il solo sperare, in Sicilia, è un “azzardo”. Ma di fronte allo squallore e alle macerie prodotte dai Lombardo di turno, è la scelta più razionale e ragionevole. La riscoperta della visione unitaria, tanto in politica quanto nel sociale, per il lavoro e nel lavoro, è la parte più difficile ma necessaria di questa nuova progettualità che può anticipare la primavera di un nuovo risorgimento civile. Nessuno ci può impedire di sognare.

G.G.

Corruzione, legge anticorruzione, lavoro e democrazia, sicurezza e libertà

In Italia la normalità, che manca, da conquistare, è la vera rivoluzione. Rivoluzione culturale - in Lombardia proposta come ribellione civile per ridare dignità alle sue istituzioni, gravemente inquinate dal malaffare - propedeutica a un tasso di sviluppo economico superiore, con o senza crisi. L’alto tasso di corruzione che si registra nel nostro paese, accompagnato dalla criminalità organizzata che usa e si fa usare dalla politica, costituisce il principale ostacolo verso la strada della normale convivenza civile nella democrazia. Immaginando ed auspicando un percorso virtuoso di graduale avvicinamento a questa agognata normalità, anche il Governo Monti può essere considerato una tappa di avvicinamento, dopo la paurosa avventura del berlusconismo/leghismo, nella misura in cui le tappe successive saranno coerenti con quella parte di “cose” ben fatte, andando oltre la logica finanziaria e la pur necessaria interiorizzazione dell’importanza di mettere e avere i “conti a posto”. Pur evidenziando limiti “paurosi” che gli esperti sapranno valutare meglio di noi, anche ai fini degli ulteriori e necessari sviluppi in corso d’opera, la legge anticorruzione recentemente approvata dal Senato, rappresenta pur sempre una mezza risposta positiva rispetto al niente che si profilava per effetto del potere di ricatto di una parte del parlamento. La corruzione è contro il lavoro e i lavoratori, contro la democrazia, la sicurezza e la libertà dei cittadini. Una ragione di più per sentirci partecipi come organizzazione sindacale, nella consapevolezza che più lavoro e miglior lavoro potranno scaturire solo da una maggioranza di governo libera dalla logica dei “corrotti e corruttori” che ha impoverito l’Italia, non solo economicamente.

G.G.

 

 

Lavoro Mercato e Politica: “cose” da ricostruire

Per la nostra Costituzione il lavoro è un diritto-dovere che prefigura un modello di sviluppo economico compatibile con l’inclusione sociale. Se tutti i cittadini sono chiamati a “svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4), ne consegue che la società stessa deve organizzarsi in modo tale che il diritto a un reddito e il dovere di rendersi utili a se stessi e agli altri possano concretizzarsi attraverso l’equilibrio tra l’iniziativa privata e la funzione pubblica. Se tale diritto/dovere esiste ma non viene attuato, evidentemente esistono dei problemi che richiedono risposte politiche e non solo tecniche. Che ne sarà di un mondo in cui la popolazione aumenta e il lavoro, in proporzione, diminuisce? E che fine faranno la democrazia e l’ideale della pace universale, se miliardi di esseri umani saranno senza lavoro e mezzi di sostentamento? Chiudiamo gli occhi di fronte a una prospettiva così inquietante? I problemi nuovi che ci troviamo di fronte sono straordinariamente complessi e tali da richiedere il ritorno e la valorizzazione della buona politica, in Italia e in Europa. Buona politica significa anche (e per chi ci crede, soprattutto) una sinistra di governo e al governo in grado di realizzare i cambiamenti che mai arriveranno dall’ideologia iperliberista che pretende ancora di dettare le regole dopo aver generato e tollerato gli imbrogli finanziari che hanno provocato l’ultima disastrosa crisi. Il lavoro che manca e tutto ciò che ne consegue è un problema che non può essere risolto solo dal mercato e dai tecnici, ma richiede il ruolo determinante della politica e del buon governo.

G.G.