Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

Rinnovamento della UIL: a Milano e in Lombardia dipende “solo” da noi...

cambiamenti in essere e in divenire nel nostro Paese sono tali da obbligarci a prendere sul serio il problema del rinnovamento della UIL, sia a livello nazionale che nella Regione più importante d’Italia. Prenderlo sul serio significa riassumere i problemi vecchi e nuovi e passare dalle parole ai fatti mediante un programma di lavoro di cose fattibili accompagnato dalla proposta di un gruppo dirigente in grado di realizzarlo. Rinnovamento, oggi, significa mettere l’Organizzazione in condizioni di attraversare il cambiamento con la mentalità giusta, per non subirlo ma sfruttarlo come occasione di rilancio e crescita. O ne saremo capaci, mettendo al centro bisogni dell’Organizzazione, o ne usciremo ridimensionati: non esiste la possibilità che tutto rimanga come prima. Ne consegue che è attorno ai bisogni della nostra UIL che dobbiamo coalizzarci e sviluppare il confronto ormai precongressuale, con la volontà di tramutarlo in programma/progetto per i prossimi anni. I bisogni della UIL si possono esplicitare in diversi modi, ma devono sostanzialmente materializzarsi attorno alla consapevolezza che rappresentare e contrattare non dipenderà più dalla diplomazia e/o solo dagli accordi tra le organizzazioni e/o e le controparti, ma dal rapporto vincolante e decisivo con le “nuove regole”, con i lavoratori iscritti e non iscritti, con le aziende e le associazioni imprenditoriali che, ove possibile, tenteranno di utilizzarle per limitare la presenza e il ruolo del sindacalismo confederale. I problemi ci saranno per tutti, ma la UIL, checché se ne dica è l’Organizzazione che rischia maggiormente se perde più tempo a discutere di cose generali e di principi astratti piuttosto che dei suoi problemi, vecchi e nuovi. In questa luce a mio parere va letto lo scontro genuino, trasparente e positivo tra le posizioni di Camusso e Landini (per semplificare), meritevole di essere compreso e valutato nel merito, non secondo schemi che non aiutano a capire, come dimostra la strana “vicinanza" tra Renzi e lo stesso Landini. La verità è che l’accordo sulla rappresentanza e contrattazione è dirompente, anche se ancora non appare tale perché non immediatamente attuabile in tutte le categorie. Chi ci ha messo dentro la testa ha capito che il cambiamento stavolta è effettivo e obbliga le Confederazioni a regolarsi di conseguenza. In tempi relativamente brevi, fare sindacato e contrattazione non sarà più come prima, come del resto, già oggi, amaramente constatiamo. Di questa consapevolezza ha bisogno la UIL nel suo complesso e quella di Milano e Lombardia che ci vede più direttamente impegnati, per realizzare non un rinnovamento pur che sia, ma un rinnovamento corrispondente al suo reale rafforzamento, sia dal punto di vista della cultura e della strategia sindacale, sia dal punto di vista organizzativo e dei servizi ai lavoratori, sia attraverso la riscoperta e la valorizzazione del suo patrimonio di delegati/e che in condizioni difficili operano nei luoghi di lavoro. Non servono semplificazioni ridicole e luoghi comuni. La UIL di Milano e Lombardia ha bisogno di un gruppo dirigente equilibrato e maturo. Per quanto strano possa sembrare, le nuove regole ci obbligheranno ad essere al contempo più unitari e con spirito di organizzazione, per conquistare sul campo il nostro spazio in termini di iscritti e delegati, per essere presenti e incidere nella contrattazione. Il rinnovamento a Milano e Lombardia dipende solo da noi e da nessun altro. Sotto dettatura si realizzerebbe qualcos’altro che oltre ad essere umiliante per noi tutti rappresenterebbe un esito opposto a quello invocato. La riunione seminariale del 5 febbraio tra Segreteria, Camere Sindacali e Categorie non supera del tutto la spaccatura del 4 dicembre, ma ha ricreato il terreno per un confronto non più “condizionato” da cui potrà scaturire il frutto auspicato dell'effettivo rinnovamento/rafforzamento dell’intera organizzazione, Categorie e Camere Sindacali... comprese...

G.G.

 

 

Salario minimo indicizzato per decreto in America. E in Italia...?

Come dobbiamo interpretare la volontà di Barak Obama di aumentare per decreto il salario minimo dei lavoratori americani, da 7,25 a 10,10 dollari l’ora, indicizzandolo al costo della vita? Per quanto simbolica e parziale possa apparire questa decisione, essa mira a focalizzare l’attenzione sulla “questione decisiva del nostro tempo”: la disuguaglianza economica. Egli sta dicendo agli americani e al mondo intero che bisogna mettere un argine allo sfruttamento del lavoro umano che riduce la democrazia a mera libertà d’impresa senza responsabilità sociale, a scapito di chi cerca lavoro in condizioni di bisogno. Con una paga oraria meno indecorosa degli attuali 7,25, fermi al 2009, Obama punta a raggiungere 3 obiettivi, che dovrebbero farci riflettere. Da un lato afferma il principio che un appalto pubblico si concede solo a imprese che garantiscono un “salario minimo” ai loro dipendenti; dall’altro dice che la concorrenza è benefica, ma oltre un certo limite diventa malefica, come una medicina che in eccesso si tramuta in veleno; e dall’altro ancora esprime uno stile di governo che nobilita la politica, in senso chiaramente democratico e progressista. Obama è un pericoloso rivoluzionario socialista come i reazionari repubblicani lo dipingono? No. Egli potrebbe essere definito un “riformista” con i piedi per terra -perfino moderato, nel senso buono del termine-, ma diverso da certi accomodanti riformisti italiani. Mentre il Presidente USA opera per dare a chi non ha (assistenza sanitaria, diritti civili a tutte le persone, salario minimo), dalle nostre parti i diritti e le tutele ragionevoli sono considerati “lacci e laccioli” da chi trova più interessante assecondare tutte le innovazioni funzionali sempre e comunque all’“aumento della produttività e della competitività” mediante il quale è più facile regredire che progredire dal punto di vista economico e sociale. Barack Obama non riuscirà certo nel corso del suo doppio mandato, iniziato con la catastrofica crisi dei subprime, a correggere strutturalmente la ferocia del capitalismo americano che genera la mostruosa forbice tra gli smisurati e i miseri guadagni personali. Ma benché siamo ancora lontani dalla scadenza del suo secondo mandato (fine 2016), la sua presidenza è indicativa di una direzione di marcia che mira a correggere il capitalismo globale in funzione di una giustizia sociale che solo la buona politica può generare. Sarà mai possibile? La storia non anticipa mai le risposte, ma le interpreta e registra. Il “giovane” Presidente degli Stati Uniti d’America, però, sostiene che il meglio deve ancora venire e a noi conviene crederci. Sarà pure simbolico l’aumento indicizzato per decreto del salario minimo di una parte (per il momento minima) dei lavoratori americani, ma va nella direzione giusta e non è affatto alternativo alla contrattazione sindacale collettiva. Ma dove questa non arriva, per varie ragioni, qualcuno deve pur dare voce a chi non ha voce... e un "salario minimo" per vivere dignitosamente...

G.G.

 

Realismo e senso del limite...

L’Italia è un Paese speciale: nel bene, che lo rende unico al mondo, per la sua storia e la sua bellezza; nel male, che lo ha profondamente inquinato e reso difficilmente governabile. Per uscire dal pericoloso stallo in cui si trova da troppo tempo, si deve prendere il toro per le corna e realizzare alcune riforme e cambiamenti che, lungi dal rappresentare la soluzione ideale di ogni specifico problema, ci mettano in linea con i principali Paesi europei. Rientra in questa visione l’iniziativa politica del giovane Segretario del Partito democratico, Matteo Renzi? È presto per rispondere con cognizione di causa a questa domanda che ogni persona libera da pregiudizi si fa con la speranza di ricevere nei fatti una risposta nel segno dell’ammodernamento del sistema Paese e del rafforzamento della democrazia italiana. Sbaglia chi pensa di poter realizzare un salto di qualità con una qualsiasi riforma elettorale solo per dimostrare che qualcuno è stato capace finalmente di decidere, quasi a prescindere dal merito e dal come. Il linguaggio di Renzi non convince quando parla in prima persona e dichiara che si sta giocando l’osso del collo. Nell’azzardo di una vita politica precoce vissuta con coraggio e spregiudicatezza inusuali, egli può giocarsi una carriera più o meno brillante... con il vento dalla sua, ma in gioco ci sono i bisogni vitali dei cittadini e dei lavoratori italiani, e una cultura politica commista ai valori essenziali della Costituzione che non potrà mai essere compatibile con un pragmatismo senza anima. Realismo e consapevolezza dello stato in cui si trova l’Italia, quindi, vanno bene, se accompagnati da presupposti radicalmente diversi da quelli rappresentati dal capo/padrone di Forza Italia che Renzi ha deciso d’incontrare ufficialmente nella sede del Pd, capovolgendo la disdicevole consuetudine di andare a casa sua, condizionati dai tempi e dagli argomenti da lui imposti. In che cosa consiste, allora, la “profonda sintonia”? Torna in mente “il fine giustifica i mezzi” attribuito a un altro fiorentino illustre, Niccolò Machiavelli, il cui realismo politico filosofico non può essere assolutamente banalizzato come invito ad utilizzare qualsiasi mezzo, buono o cattivo che sia, pur di raggiungere un determinato fine, magari più personale che di reale utilità per l’Italia presente e futura. Quella frase, per altro, non appare mai nei suoi scritti e men che meno nel famoso Principe, ancora attuale dopo 5 secoli. Certo che c’è bisogno di realismo per risanare le piaghe d’Italia. Ma nell’”accordo” prospettato tra Renzi e Berlusconi c’è a mio parere uno scambio innaturale tra le liste bloccate - che confermano la filosofia ademocratica del porcellum -, e l’eventuale ballottaggio al secondo turno solo nel caso in cui una delle due coalizioni non raggiunga il (solo) 35% dei voti su base nazionale. Lo scambio si verificherebbe, oltretutto, tra una cosa certa e una cosa eventuale che in un’ottica bipolare dovrebbe virtualmente sparire. Per dirla fino in fondo, credo che il Segretario di un Partito Democratico non dovrebbe sentire nella sua disponibilità la possibilità di scambiare il diritto (di votare per una persona, e non solo per una lista) che alla fin fine appartiene ai singoli cittadini. La preferenza non è il toccasana della democrazia, ma la non preferenza dà un potere sproporzionato ai Segretari di Partito, una condizione che ha contribuito non poco al fenomeno dell’antipolitica. L’uno e l’altro, oltre tutto, propongono una legge elettorale che rafforza il loro personale potere all’interno dei rispettivi partiti, a proposito di conflitto/i d’interesse. Altro che il fine giustifica i mezzi... Dettare l'agenda e' sempre meglio che farsela dettare, ma l'esame di maturita' si supera sui contenuti, rispetto ai quali non c'e' tattica che tenga o marketing della comunicazione che possa surrogarli. L'indubbio merito di aver riaperto l'agenda delle riforme, a partire dalla legge elettorale, non impedisce di constatare, realisticamente, che non ci siamo... ancora... e che non e' accettabile il "prendere o lasciare"...

G.G.

 

Gli “evangelisti” della democrazia diretta... in rete...

Grillo & Casaleggio credono (?) nella democrazia diretta e ritengono di realizzarla in “rete”. Ma che cos’è la rete se non un mezzo che permette di comunicare tutto e il contrario di tutto... a chi la frequenta? I governi di tutto il mondo non riescono ad elaborare regole condivise, ma i 2 illuminati pensatori se le costruiscono su misura e s’inventano un sistema di voto che obbliga i parlamentari ad eseguire le decisioni della maggioranza della minoranza degli elettori al M5S chiamati ad esprimersi nel Blog society di Grillo, al quale sono iscritti meno del 1% dei suoi elettori: 80383 su 8 milioni 797 mila 902. Eppure Grillo e Casaleggio hanno dichiarato che “il M5S e i cittadini che ne fanno parte e che lo hanno votato sono un’unica entità”. In nome di una supposta e non meglio precisata democrazia della rete, un sito privato in buona sostanza toglie ai parlamentari il diritto/dovere di legiferare nel rispetto della Costituzione. La cosiddetta rete è un mezzo tramite il quale si può includere o escludere, informare o falsificare, rafforzare o indebolire la stessa democrazia che fino a prova contraria riguarda sia la partecipazione dei cittadini alle decisioni di pubblico interesse, sia le finalità di ciò che viene proposto. Ridotta a un clic non regolato dal quale può scaturire qualsiasi decisione, la democrazia diventa un meccanismo scollegato dai valori e dai diritti inviolabili delle persone. Il diritto di voto è una conditio sine qua non della democrazia che non consente a nessuno di essere contemporaneamente regolatore e il regolato. Il Blog di Grillo, di fatto, sta svolgendo la funzione di un super partito fuori dal controllo democratico che limita il ruolo costituzionale dei Deputati e dei Senatori, attraverso il fumo ingannevole dell’inesistente democrazia diretta. Premesso che la legge Bossi Fini è, almeno in parte, incostituzionale e che l’Europa da tempo chiede di modificarla, le modalità di svolgimento del referendum on line sull’abolizione del reato di clandestinità ha permesso di votare a nemmeno un terzo dell’1% degli 80383 iscritti registrati al Blog al 30 giugno 2013: poco meno di 25 mila elettori! Emerge sempre più chiaramente che non esiste una democrazia diretta della rete, ma una sorta di partito-sito che Grillo e Casaleggio gestiscono discrezionalmente, fino a quando (?) deputati e senatori accetteranno di stare ai loro ordini. Colpa di Grillo e Casaleggio se l’Italia con Berlusconi stava precipitando e se ancora oggi non riesce a tirarsi fuori dalla “sua” tremenda crisi? Assolutamente no, e sarebbe ingiusto confondere la causa con l’effetto. Anzi, a onor del vero non si può negare la natura diversa e in parte contrapposta del populismo grillino rispetto a quello berlusconiano che rientra tra le cause aggravanti della crisi del nostro Paese. Per onestà intellettuale dobbiamo ammettere che senza il M5S probabilmente alcuni problemi non sarebbero nemmeno all’ordine del giorno. Resta il fatto, tuttavia, che la democrazia diretta è una fuga dalla realtà e dalle responsabilità proprie della politica e dei politici. La rete potrebbe e dovrebbe essere usata meglio per rafforzare la partecipazione consapevole dei cittadini e dei lavoratori alla vita delle comunità e delle imprese, mediante, soprattutto, l’informazione. All’Italia e agli italiani serve più democrazia sostanziale, più cultura dei servizi e della cittadinanza attiva fondata sul binomio inscindibile e virtuoso dei diritti/doveri che non deriverà mai dalle formule elettorali o da strumenti tecnologici. La rete può rafforzare la partecipazione, anche sindacale, la conoscenza e la circolazione delle idee, ma sostenere che produce democrazia diretta è, nel migliore dei casi, una grandissima stupidata. Internet ha bisogno di educazione e regole per diventare sempre più uno strumento che aiuta a rafforzare il diritto alla conoscenza di tutti, nessuno escluso, ma rimane un mezzo che può essere usato bene... o male...

G.G.