Uomini per sempre: Perché va abolito l’ergastolo

Due “illuministi” del nostro tempo, Giuliano Pisapia e Umberto Veronesi, nell’ambito della quarta conferenza mondiale “Scienza per la pace”, hanno riproposto l’abolizione del “fine pena mai”, considerata una pena di morte più lenta, un’agonia lunga senza speranza, ingiusta e assurda, che non ha più senso. Già nel 1981 la UILTuCS di Milano partecipò attivamente, con suoi manifesti, al referendum, promosso dai radicali italiani per l’abolizione dell’ergastolo, che, nonostante l’esito negativo (prevedibile) ottenne 7 milioni 114 mila 719 voti favorevoli. Un altro illuminista milanese, Cesare Beccaria, nel 1764, promulgò il famoso trattato “Dei delitti e delle pene”, che aprì la strada all’abolizione della pena di Morte. Minoranze che hanno il coraggio di spendersi e di fare storia, contro i pregiudizi... Chi ha commesso un crimine a 20 anni, sostiene Veronesi, non è la stessa persona a 40. “L’unico strumento efficace per una società più sicura, è la rimozione delle cause che portano alla violenza, come gli squilibri e le ingiustizie sociali, il mobbing, l’intolleranza verso persone di etnie o religioni diverse”. Quella intolleranza che provoca violenza e vittime e che spesso porta la firma di quanti si illudono (anche per meschina convenienza elettorale) di combatterla inasprendo le pene, abbandonando le persone in carceri sovraffollate, come se fossero cose... E spesso si definiscono moderati ... e credenti...

G.G.

 

Natale, Donenica Festività Lavoro e Vita: le ore e i giorni che fanno Famiglia e Società.

Si avvicina il mese di dicembre, carico di festività particolarmente sentite che, per un gran numero di lavoratrici e lavoratori sparsi sull’intero territorio nazionale, equivale a un carico di lavoro maggiore, a rilevante stress psicofisico, sia sul piano personale che famigliare. Se da un lato è giusto mettersi al servizio di tradizioni popolari connesse a maggiori consumi, dall’altro non si può fare a meno di considerare che l’apertura dei negozi 365 giorni l’anno, modifica equilibri sociali e di mercato che impongono di riflettere attorno al significato, di per sé positivo, del “mettersi al servizio” della collettività. Il lavoro abbinato al disagio, come nel caso in cui si svolge di domenica, in giorni festivi e in ore notturne, rappresenta la naturale conseguenza del mettersi al servizio dei cittadini. Possiamo onestamente dire la stessa cosa per l’apertura dei negozi, supermercati e centri commerciali, tutte le domeniche e feste dell’anno, che snatura lo stesso concetto di deroga? Qualcuno parla di bisogno primordiale del giorno senza lavoro, di pausa collettiva antropologicamente fondata, per mettere in evidenza il valore rigenerante della pausa, dal punto di vista fisico e spirituale, personale e famigliare, dello stare insieme, che nessun “riposo compensativo” infrasettimanale può mai restituire. Pur di giustificare misure e liberalizzazioni insensate, si sono letteralmente inventati bisogni inesistenti di consumatori, contrapponendoli a bisogni reali di una gran massa di lavoratrici e lavoratori, ma anche di piccoli imprenditori che si trovano di fronte all’alternativa dell’autosfruttamento o di rimanere chiusi quando super, iper e centri commerciali stanno aperti. Siamo sicuri che aprire i negozi 7 giorni su 7 sia sinonimo di modernità e progresso? Non può significare l’opposto, ovvero la rinuncia della politica e delle istituzioni ad abbinare libertà d’impresa e responsabilità sociale? Perché non ci si chiede se questa cosiddetta liberalizzazione non sia per caso un “di più” che, al di la delle apparenze e del gradimento scontato, contribuisce ad impoverire le persone, le famiglie e la società nel suo insieme?

G.G.

 

 

Barak Obama: il faticoso cammino... di un Presidente amico

Il cinismo e il disincanto di questo nostro tribolato tempo, hanno contribuito al diffondersi della qualunquistica convinzione secondo la quale tutti i partiti, i politici e i candidati sono uguali. Destra e sinistra? Secondo questa conformistica e urlata persuasione, non esistono più. Nulla di più inautentico, tanto negli U.S.A. che in Europa e in Italia. A differenza di Romney e del suo selvaggio liberismo in economia e nella finanza, che in alleanza con il conservatorismo sui diritti civili ha rapinato quote consistenti di benessere e di “futuro possibile”, Obama è uno di quei politici che non fanno miracoli ma spingono il mondo nella direzione di un reale progresso, misurabile in più istruzione e assistenza sanitaria pubblica, più lavoro e diritti civili, più pace e meno armi, più benessere collettivo e meno abissali e ingiustificate differenze. Egli è ancora, grazie al cielo, il Presidente del paese economicamente, finanziariamente e militarmente più importante del mondo, che nel bene e nel male (ancora la pena di morte...) influenza e condiziona le scelte degli “altri”. Un altro mandato di 4 anni con Obama Presidente degli U.S.A. non significa che tutti i problemi saranno risolti, bensì che in quella direzione si continua a tendere, cioè ad adottare misure e provvedimenti magari non ottimali, ma chiaramente migliorative per milioni di cittadini, come nel caso dell’assistenza sanitaria, dei diritti civili alle coppie omosessuali o di assistenza alle donne che vivono la difficile esperienza dell’interruzione di gravidanza. Obama è di per sé, con la sua storia, i suoi programmi e il primo sofferto mandato alle spalle (che lo ha visto gestire la tremenda crisi generata dai suoi avversari e dal suo predecessore, bugiardo e bellicista), fattore di progresso. Non appartiene alla categoria dei candidati che fanno promesse solo per vincere. Egli stesso è l’espressione di conquiste storiche che precedono e sopravanzano l’economia, di linguaggi e sentimenti universali che “fanno” umanità... lo scopo più alto della buona politica, che non esclude né discrimina... dei democratici e progressisti di tutto il mondo... 

G.G.

 

Appalti ed esternalizzazioni: quando il precariato è creato dall’alto.

I lavori dati in appalto dalla pubblica amministrazione e dalle grandi aziende private rappresentano ormai una parte consistente del sistema economico. Nulla di male se ciò avvenisse per migliorare sia la produttività che l’organizzazione del lavoro in funzione del servizio. I fatti purtroppo dimostrano che gli appalti sono diventati sinonimo di malaffare e svalorizzazione del lavoro umano. Enti pubblici e grandi aziende sono i primi responsabili di gran parte del lavoro precario presente in Italia, per interessi e convenienze di parte che hanno impoverito i lavoratori, a favore di una cultura d’impresa senza anima sociale che a monte e a valle taglia arbitrariamente costi e relative tutele. È ben difficile trovare lavoratrici e lavoratori di cooperative e imprese appaltatrici che usufruiscono della previdenza e dell’assistenza integrativa di cui hanno più bisogni di altri. In tempo di crisi servono realismo e pragmatismo, ma l’uno e l’altro devono essere accompagnati dal senso del limite e dalla consapevolezza che la ricomposizione del lavoro non sarà possibile se Istituzioni e Grandi imprese non si rendono responsabili nei confronti delle società appaltanti che svolgono il lavoro per loro conto. Le false cooperative e le imprese spregiudicate operanti nel mondo degli appalti che non garantiscono un equo trattamento economico e normativo vanno contrastate. Oggi basta dire “appalti” per evocare problemi che in ogni caso ricadono sull’anello più debole della catena costituito dalle lavoratrici e dai lavoratori, in particolare della ristorazione, delle imprese di pulizia e della vigilanza, che spesso non riescono nemmeno a rinnovare il contratto di lavoro. Ripensare (e risanare) gli appalti vuol dire ripensare e rivalutare il lavoro nel contesto di una economia civile che ogni impresa socialmente responsabile dovrebbe fare propria. Il lavoro sregolato derivante da appalti e subappalti sottopagati altro non è che l’espressione di una società capovolta che va rimessa in piedi, restituendo migliori condizioni di vita ai lavoratori e alle lavoratrici che si sobbarcano i maggiori sacrifici.

G.G.