Barak Obama: il faticoso cammino... di un Presidente amico

Il cinismo e il disincanto di questo nostro tribolato tempo, hanno contribuito al diffondersi della qualunquistica convinzione secondo la quale tutti i partiti, i politici e i candidati sono uguali. Destra e sinistra? Secondo questa conformistica e urlata persuasione, non esistono più. Nulla di più inautentico, tanto negli U.S.A. che in Europa e in Italia. A differenza di Romney e del suo selvaggio liberismo in economia e nella finanza, che in alleanza con il conservatorismo sui diritti civili ha rapinato quote consistenti di benessere e di “futuro possibile”, Obama è uno di quei politici che non fanno miracoli ma spingono il mondo nella direzione di un reale progresso, misurabile in più istruzione e assistenza sanitaria pubblica, più lavoro e diritti civili, più pace e meno armi, più benessere collettivo e meno abissali e ingiustificate differenze. Egli è ancora, grazie al cielo, il Presidente del paese economicamente, finanziariamente e militarmente più importante del mondo, che nel bene e nel male (ancora la pena di morte...) influenza e condiziona le scelte degli “altri”. Un altro mandato di 4 anni con Obama Presidente degli U.S.A. non significa che tutti i problemi saranno risolti, bensì che in quella direzione si continua a tendere, cioè ad adottare misure e provvedimenti magari non ottimali, ma chiaramente migliorative per milioni di cittadini, come nel caso dell’assistenza sanitaria, dei diritti civili alle coppie omosessuali o di assistenza alle donne che vivono la difficile esperienza dell’interruzione di gravidanza. Obama è di per sé, con la sua storia, i suoi programmi e il primo sofferto mandato alle spalle (che lo ha visto gestire la tremenda crisi generata dai suoi avversari e dal suo predecessore, bugiardo e bellicista), fattore di progresso. Non appartiene alla categoria dei candidati che fanno promesse solo per vincere. Egli stesso è l’espressione di conquiste storiche che precedono e sopravanzano l’economia, di linguaggi e sentimenti universali che “fanno” umanità... lo scopo più alto della buona politica, che non esclude né discrimina... dei democratici e progressisti di tutto il mondo... 

G.G.

 

Appalti ed esternalizzazioni: quando il precariato è creato dall’alto.

I lavori dati in appalto dalla pubblica amministrazione e dalle grandi aziende private rappresentano ormai una parte consistente del sistema economico. Nulla di male se ciò avvenisse per migliorare sia la produttività che l’organizzazione del lavoro in funzione del servizio. I fatti purtroppo dimostrano che gli appalti sono diventati sinonimo di malaffare e svalorizzazione del lavoro umano. Enti pubblici e grandi aziende sono i primi responsabili di gran parte del lavoro precario presente in Italia, per interessi e convenienze di parte che hanno impoverito i lavoratori, a favore di una cultura d’impresa senza anima sociale che a monte e a valle taglia arbitrariamente costi e relative tutele. È ben difficile trovare lavoratrici e lavoratori di cooperative e imprese appaltatrici che usufruiscono della previdenza e dell’assistenza integrativa di cui hanno più bisogni di altri. In tempo di crisi servono realismo e pragmatismo, ma l’uno e l’altro devono essere accompagnati dal senso del limite e dalla consapevolezza che la ricomposizione del lavoro non sarà possibile se Istituzioni e Grandi imprese non si rendono responsabili nei confronti delle società appaltanti che svolgono il lavoro per loro conto. Le false cooperative e le imprese spregiudicate operanti nel mondo degli appalti che non garantiscono un equo trattamento economico e normativo vanno contrastate. Oggi basta dire “appalti” per evocare problemi che in ogni caso ricadono sull’anello più debole della catena costituito dalle lavoratrici e dai lavoratori, in particolare della ristorazione, delle imprese di pulizia e della vigilanza, che spesso non riescono nemmeno a rinnovare il contratto di lavoro. Ripensare (e risanare) gli appalti vuol dire ripensare e rivalutare il lavoro nel contesto di una economia civile che ogni impresa socialmente responsabile dovrebbe fare propria. Il lavoro sregolato derivante da appalti e subappalti sottopagati altro non è che l’espressione di una società capovolta che va rimessa in piedi, restituendo migliori condizioni di vita ai lavoratori e alle lavoratrici che si sobbarcano i maggiori sacrifici.

G.G.

 

Per la Sicilia e per l'Italia del Lavoro, dei Lavoratori e dei Cittadini

Oggi si vota in Sicilia e pur in presenza di un impoverimento materiale e spirituale che oscilla tra rassegnazione e ribellismo distruttivo ma incapace di costruire, si percepisce che qualcosa di positivo può scaturire dalle urne. Ci sarà un numero sufficiente di siciliani in grado di capire che Rosario Crocetta può rappresentare la discontinuità di cui c’è bisogno per mettere lo Stato e le Istituzioni al servizio dei cittadini? Rosario Crocetta ha dimostrato sul campo di essere una persona credibile in grado di aggregare consensi non solo sul piano politico/amministrativo, ma anche sotto il profilo civile e culturale, per chiudere con la stagione del trasformismo e dell’imbroglio eretto a sistema. Non sempre è possibile scegliersi i compagni di strada, ma se si vuole costruire qualcosa d’importante lo si deve fare necessariamente nell’incontro tra forze politiche diverse, su programmi coerenti e praticabili rispetto ai quali le persone, come Lucia Borsellino che si è resa disponibile, devono essere affidabili. Programmi che implicano un cambiamento di prospettiva e la valorizzazione di politici dalla robusta formazione culturale e democratica, rispetto alla quale la loro età è del tutto secondaria. Chi scrive sa bene che anche il solo sperare, in Sicilia, è un “azzardo”. Ma di fronte allo squallore e alle macerie prodotte dai Lombardo di turno, è la scelta più razionale e ragionevole. La riscoperta della visione unitaria, tanto in politica quanto nel sociale, per il lavoro e nel lavoro, è la parte più difficile ma necessaria di questa nuova progettualità che può anticipare la primavera di un nuovo risorgimento civile. Nessuno ci può impedire di sognare.

G.G.

Corruzione, legge anticorruzione, lavoro e democrazia, sicurezza e libertà

In Italia la normalità, che manca, da conquistare, è la vera rivoluzione. Rivoluzione culturale - in Lombardia proposta come ribellione civile per ridare dignità alle sue istituzioni, gravemente inquinate dal malaffare - propedeutica a un tasso di sviluppo economico superiore, con o senza crisi. L’alto tasso di corruzione che si registra nel nostro paese, accompagnato dalla criminalità organizzata che usa e si fa usare dalla politica, costituisce il principale ostacolo verso la strada della normale convivenza civile nella democrazia. Immaginando ed auspicando un percorso virtuoso di graduale avvicinamento a questa agognata normalità, anche il Governo Monti può essere considerato una tappa di avvicinamento, dopo la paurosa avventura del berlusconismo/leghismo, nella misura in cui le tappe successive saranno coerenti con quella parte di “cose” ben fatte, andando oltre la logica finanziaria e la pur necessaria interiorizzazione dell’importanza di mettere e avere i “conti a posto”. Pur evidenziando limiti “paurosi” che gli esperti sapranno valutare meglio di noi, anche ai fini degli ulteriori e necessari sviluppi in corso d’opera, la legge anticorruzione recentemente approvata dal Senato, rappresenta pur sempre una mezza risposta positiva rispetto al niente che si profilava per effetto del potere di ricatto di una parte del parlamento. La corruzione è contro il lavoro e i lavoratori, contro la democrazia, la sicurezza e la libertà dei cittadini. Una ragione di più per sentirci partecipi come organizzazione sindacale, nella consapevolezza che più lavoro e miglior lavoro potranno scaturire solo da una maggioranza di governo libera dalla logica dei “corrotti e corruttori” che ha impoverito l’Italia, non solo economicamente.

G.G.