Differenze e similitudini tra Monti e Berlusconi... in relazione a Bersani Vendola

La differenza fondamentale tra Monti e Berlusconi è tra un uomo educato e una persona maleducata che dà il cattivo esempio. Tra un uomo che può rappresentare le istituzioni pubbliche e uno che le occupa e utilizza. Tra chi ha idee e posizioni (opinabili e discutibili) e chi agisce solo per convenienza. Tra chi rispetta e fa rispettare la legge e chi la aggira o se la fa su misura. Tra una persona rispettabile e una volgare e pubblicamente impresentabile, tra un conservatore distante dai problemi sociali e uno che populisticamente e spudoratamente li cavalca... sognando di governare con pieni poteri... alla Mussolini, considerato uno statista che ha commesso qualche errore. Centrosinistra, Vendola (povero Nichi) diritti fondamentali per tutti, progresso sociale e civile... da ostacolare, rappresentano in negativo ciò che li accomuna e rende alternativi all’unica piattaforma di governo praticabile rappresentata dall’alleanza PD SEL PS. Con uno è utile dialogare... e se necessario concordare qualcosa per il bene dell’Italia, all’altro non bisogna più permettere di rovinarla. Ce n’è abbastanza per capire che solo una chiara vittoria del centrosinistra può aiutare il paese e le persone che hanno più bisogno a toccare con mano cosa vuol dire ripresa, da tutti i punti di vista e soprattutto per quanto riguarda il lavoro, il reddito, i servizi sociali che fanno la differenza tra l’inclusione e l’esclusione, assoluta o relativa. Il resto, Grillo e Ingroia soprattutto - con la speranza che non producano guai irreparabili contro Ambrosoli in Lombardia in particolare -, è da interpretare, recuperare e recepire come sacrosanta istanza di cambiamento alla quale solo il rinnovato centrosinistra può dare risposte razionali e positive.

G.G.

Deroghe e flessibilità: servono se non vanno oltre...

La difesa del lavoro è doverosa, a maggior ragione in tempo di crisi e di recessione. Ma ciò che distingue un comportamento imprenditoriale socialmente responsabile da una strategia finalizzata al ridimensionare dei diritti dei lavoratori, consiste nel corretto utilizzo delle deroghe che in tempo di crisi aiutano le aziende in difficoltà a sopravvivere. Anche la flessibilità è necessaria, ma non deve servire ad aggirare le leggi e le normative contrattuali attraverso la discriminazione dei nuovi assunti, ai quali si tagliano le retribuzioni e le tutele sociali. Il ricambio generazionale basato sullo scorretto utilizzo delle une e dell’altra avvantaggia solo l’impresa e non persegue la valorizzazione del lavoro per la quale da sempre si batte la UIL tramite la cultura della partecipazione che presuppone un ruolo importante del sindacato. Insistere oltre misura sulla cosiddetta “flessibilità” di vantaggio in entrata, in contrasto con la stessa riforma Fornero e con la dichiarata volontà di assorbire la precarietà ingiustificata, come chiedono (e fanno) numerose imprese e associazioni, evidenzia in ultima analisi l'intento di alterare gli equilibri relazionali a vantaggio di una cultura imprenditoriale che mal sopporta di convivere con una controparte sindacale dotata di spazi e diritti di rappresentanza adeguati. Il ricambio generazionale basato sullo scambio tra lavoratori stabili in uscita, anche parziale, per (o in attesa di) pensionamento, e lavoratori instabili che costano molto meno, in entrata, sancisce uno scambio innaturale che va oltre la crisi. Questa prima o dopo finirà, e se non mettiamo un argine all’offensiva di quanti la vogliono sfruttare per cambiare regole ed equilibri a favore delle imprese, le deroghe diventano le norme e normalità anche nel dopo crisi.

G.G.

Auschwitz, 27 gennaio 1945: l’uomo di fronte a se stesso...

Tra i giorni internazionali dedicati a qualcosa d’importante, quello della memoria occupa un posto speciale, da scolpire nella memoria collettiva da tramandare di generazione in generazione, affinché il passato eserciti un’influenza benefica sul presente. Quando l’armata rossa il 27 gennaio del 1945 entrò nel campo di concentramento di Auschwitz, gli occhi del mondo si posero su una realtà inimmaginabile che fece dire e scrivere a Primo Levi, Se questo è un uomo. Il male si era manifestato in modo assoluto, crudele, studiato e organizzato contro milioni di esseri umani che i nazisti tedeschi, in alleanza con i fascisti italiani e di altri paesi europei, consideravano di “razza” inferiore, malati, deviati, oppositori . Ai bambini furono riservati “trattamenti” speciali che al solo pensiero... Una società incapace di tramutare la sua memoria in educazione alla responsabilità, al rispetto dell’”altro” e degli “altri”, è come un organismo senza anticorpi destinato prima o dopo a ricadere nella stessa malattia. La memoria insegna che il campanello d’allarme è l’atteggiamento discriminatorio verso minoranze e persone considerate diverse e che il populismo/nazionalismo/localismo è l’anticamera dei regimi autoritari che hanno bisogno d’inventarsi nemici irriducibili. Il solo modo di custodire la memoria è quello di farla vivere nel presente, attraverso l’uguaglianza dei (e nei) diritti fondamentali che supera le “verità” (relative) delle singole religioni e ideologie (anche economiche). Ce lo ha ricordato solennemente Barak Obama nel giorno del suo secondo giuramento dedicato al diritto naturale di tutti, nessuno escluso, alla libertà, che a nessun altro appartiene se non alla persona nel suo essere quel che è.

G.G.

Salario minimo garantito: sostenibilità sociale, economia civile, cittadinanza attiva

Il Presidente dell’eurogruppo Juncker ha sostenuto che “stiamo sottovalutando l’enorme tragedia della disoccupazione, che ci sta schiacciando” e ha rilanciato l’ipotesi di un salario minimo per tutta l’area euro. Se consideriamo che, per essere moderno e civile, uno Stato deve occuparsi di tutti i suoi cittadini dall’inizio alla fine della vita, ne consegue che la “funzione pubblica” della politica è di fondamentale importanza, non già per sostituirsi al mercato ma per evitare che questo generi problemi incompatibili con la coesione sociale. Se lavoro vuol dire reddito, e se lavoro e reddito, diritti individuali e welfare rappresentano la condizione di base della cittadinanza attiva, occorre chiedersi quali siano gli ostacoli verso questo tipo di sviluppo che costituisce il vero banco di prova della modernità. Certo non sarà mai il liberismo del meno stato e meno e spesa pubblica a risolvere la tragedia della disoccupazione che esso stesso genera e di cui ha bisogno per “ridurre” il lavoro a funzione di un interesse di parte che lo svuota da altri significati e valori. L’euro è nato sulla base della promessa ai cittadini europei che ci sarebbe stato un miglioramento degli squilibri sociali. Un reddito minimo di cittadinanza o qualcosa di simile in tutti i paesi dell’area euro, e non solo in alcuni, potrebbe costituire il segnale forte di carattere politico e sociale di cui c’è bisogno per tornare a credere in una Europa che mette al centro e affratella i suoi cittadini. Non è facile, ma è possibile e potrebbe costituire l’occasione per un ammodernamento generalizzato concepito sulla qualificazione e l’utilizzo produttivo della spesa pubblica, in funzione del diritto/dovere di ogni cittadino al reddito, al lavoro e alla formazione lavoro.

G.G.