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A che servono i G7? Spetta a noi risolvere i nostri problemi…

Nel tempo dell’urgenza permanente che obbliga a ripensare il nostro modo di vivere e di convivere con gli “altri”, attraverso scelte di fondo che comportano conseguenze durature anche per le future generazioni, ci si chiede a cosa servano gli incontri del G7, che un tempo erano diventati del G8 con la Russia di Putin poi estromessa e sanzionata e domani potrebbero ridursi a G6 per l’evidente estraneità politica e culturale di uno come Trump che assume posizioni opposte a quelle dell’Unione europea, contrarie alla sua stessa esistenza. A mio parere questi incontri servono, anzi dovrebbero essere più frequenti, meglio preparati e finalizzati per la “semplice” ragione che il mondo ha bisogno di essere complessivamente e “unitariamente” governato attraverso una interpretazione nuova e rivoluzionaria della globalizzazione, anziché mettere in discussione gli accordi faticosamente raggiunti nel recente passato, come nel caso del clima e del commercio mondiale.

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Ripartire dall’articolo UNO

Riuscirà il Movimento Democratico e Progressista a ridare centralità al lavoro, mettendo in equilibrio impresa e lavoratori, economia e coesione sociale, nella prospettiva di nuovo modello di sviluppo sostenibile? Romano Prodi sostiene che “per costruire un futuro migliore dobbiamo restituire valore e peso politico al lavoro”. L’ex Presidente della Commissione europea e fondatore dell’Ulivo lo ha scritto a chiare lettere nel suo ultimo libro Il piano inclinato dal quale emerge la necessità di invertire la tendenza per evitare cadute ancor più disastrose e irreversibili. La priorità delle priorità è quella di dare lavoro a chi non ce l'ha attraverso investimenti ben calibrati, capaci di promuovere processi virtuosi di sviluppo sia economico che sociale, ma per chi continua a credere nei diritti/doveri/principi previsti dalla nostra Costituzione, il lavoro dev’essere ragionevolmente tutelato, in tutte le sue forme e tipologie, cosa che, purtroppo, nel corso del tempo, si è smesso di fare per un gran numero di persone, grazie al prevalere di filosofie produttive che capovolgono il rapporto tra fini e strumenti.

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L’Italia deve ancora giocare e vincere le partite più difficili

La salutare vittoria di Macron in Francia è un ottimo risultato anche per l’Italia e per tutti i cittadini dell’Unione che credono ancora in un Europa democratica, libera e unita, che mette al centro i diritti della persona. Questo era e rimane il motivo della netta preferenza per il candidato europeista in Francia e nei Paesi in cui gli elettori sono stati e saranno “costretti” a scegliere tra chi difende e chi minaccia i valori fondamentali sui quali si regge la convivenza pacifica tra persone e popoli. Valori essenziali, inconciliabili con il falso concetto di patria/nazione sul quale si costruiscono i muri, si giustifica ogni sorta di discriminazione, si alimenta la logica amico-nemico dalla quale scaturisce la violenza. Il buon esito delle presidenziali francesi non cancella i problemi dell’Italia, che nessuno risolverà mai al posto nostro.

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Gli effetti collaterali del protagonismo personale irresponsabile

L’Italia non sa che farsene di leader impropriamente definiti carismatici, che sanno solo insultare e alimentare la cultura della contrapposizione. Di politici che usano quotidianamente la violenza verbale -meno grave di quella materiale, ma sempre di violenza si tratta- per alimentare lo scontro infinito che occulta la povertà culturale e progettuale di chi lo alimenta e in tal modo contribuisce ad alimentare rabbia e paura aggiuntive, a deresponsabilizzare anziché facilitare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica attraverso il confronto. In verità questo problema, in misura variabile, è presente in tutta Europa, dove si comincia a intravedere quello che doveva essere chiaro da tempo, e cioè che la demagogia irresponsabile non si combatte scendendo sullo stesso terreno di chi la genera. La sicurezza delle persone è di fondamentale importanza da tutti i punti di vista, in ogni luogo e circostanza.

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