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Realtà e mistificazioni sul lavoro e sui “posti di lavoro”

Che cos’è un posto di lavoro? Se non si riparte da questo, cioè dal bisogno di averne uno per vivere e sentirsi parte di una comunità, si entra nella commedia degli equivoci che fa apparire occupate persone che non lo sono e inventa posti di lavoro che, in realtà, non esistono. Se il Jobs Act avesse creato un milione di posti di lavoro, come ci si ostina a sostenere, l’esito delle elezioni sarebbe scontato, a favore di chi rivendica questo “miracolo”. Ma il vissuto reale delle persone è assai diverso da quel che viene raccontato. Avere o non avere uno stipendio a fine mese, tutti i mesi dell’anno, tredicesima, quattordicesima, Tfr e contributi previdenziali inclusi, non è come far parte di una statistica senza alcuna relazione con tutto ciò. La differenza è sostanziale. Che senso ha includere, nella stessa casistica, lavoratori occupati per pochi giorni o mesi l’anno, senza tutele reali e relativo welfare, e lavoratori stabilmente occupati? E per quale ragione dovremmo dare credito a chi sostiene che la nuova “sfida”, per i prossimi anni, è introdurre “qualche limite” ai contratti a termine, se questo obiettivo viene indicato da chi li ha praticamente liberalizzati?

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Quanta “memoria” c’è in questa campagna elettorale?

L’Italia è un Paese in faticosa risalita che tenta di fare un salto di qualità ma ancora non ci riesce, anzi rischia di fare una caduta rovinosa all’indietro se il dopo voto dovesse tramutarsi in veti incrociati paralizzanti o addirittura in vittoria di “quelli” che hanno già dimostrato di non saper governare nell’interesse generale. Abbiamo perso la memoria? Cosa ci si può aspettare da chi si propone di “ribaltare l’Europa da cima a fondo”, come se fosse una controparte ostile e non la casa comune costruita con l’obiettivo storico di tramutare le tragedie passate in ripudio definitivo del fascismo, mettendo al centro la persona? Prima di tutto la persona, di cui alla universalità dei diritti umani, vale in primo luogo nei confronti dello Stato che, non a caso, fascismo e nazismo identificarono con la loro folle ideologia per l’esatto contrario. Questa è la differenza essenziale tra una democrazia costituzionale -pur condizionata da modelli di sviluppo economico liberisti e permissivi- e i regimi dittatoriali.

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Come la Germania?

Governare con una maggioranza classica di centrosinistra o di centrodestra è sempre più difficile. Nei prossimi mesi, con tutta probabilità, l’Italia si troverà di fronte a questo problema, come ancora vi si trova la Germania che aspetta l’esito del congresso straordinario del Partito Socialdemocratico per sapere se riproporre per la quarta volta un governo composto da forze politiche che di “norma” dovrebbero alternarsi alla guida del Paese. E d’altra parte sarebbe sbagliato spiegare questo fenomeno in termini di mera conservazione e convenienza. Non è vero che sono sparite destra e sinistraconservatori e progressisti, come non pochi vanno sostenendo, anche in malafede, è vero invece che è aumentato il bisogno di assumersi comuni responsabilità, se non ci si vuole rassegnare a una contrapposizione cieca che comporta rischi notevoli per il nostro sistema di convivenza. Come si fa a rimanere indifferenti di fronte a un populismo tendenzialmente reazionario che mira ad azzerare 70 anni di storia e di conquiste?

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Flat tax: come gabbare i poveri a vantaggio dei ricchi

In attesa delle candidature collegio per collegio, lista per lista, la campagna elettorale procede senza esclusione di colpi, nel disperato tentativo di vincere le elezioni attraverso le promesse irrealizzabili che mettono in evidenza il profilo politico e culturale di chi le fa. Oggi l’Italia tutto si può permettere tranne che spese senza adeguate coperture, ma nel caso dell’aliquota fiscale unica il problema  è anche e soprattutto di giustizia sociale, di rispetto della Costituzione che all’art. 53 esclude una tassazione dei redditi uguale per ricchi e poveri. Questi e non altri sarebbero le vittime predestinate di una simile misura che provocherebbe senza alcun dubbio la demolizione dello Stato sociale faticosamente costruito nella seconda metà del novecento, a vantaggio di un modello di sviluppo senza qualità, imperniato su una crescita che accentua gli squilibri strutturali del Paese.