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Perché il Ministro Calenda “dichiara guerra” ai dirigenti di Embraco

Se il ministro dello Sviluppo Produttivo ha deciso di europeizzare la vertenza Embraco, evidentemente lo ha fatto perché ritiene che questa impresa non stia rispettando le regole sulla concorrenza dell’Unione europea. Delle due l’una: o ha ragione lui, oppure le regole del gioco sono state scritte a uso e consumo delle multinazionali, alle quali si dà in mano un potere di ricatto destinato a svuotare la democrazia. È l’eterno conflitto regressivo tra la privatizzazione e il privilegio dei profitti, da un lato, i bassi salari e l’impoverimento del welfare (finanziato dalle tasse e dai contributi sociali), dall’altro. Calenda ha fatto bene a rivolgersi alla commissaria europea alla concorrenza Vestager (la stessa che ha appioppato alla Apple 13 miliardi di multa da restituire all’Irlanda) e gliene va dato merito, nella misura in cui il dumping fiscale, tra un Paese ed un altro, non è che il capovolgimento democratico del rapporto tra chi detta le condizioni e chi è tenuto a rispettarle.

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Antifascismo e antifascisti, oggi

L’antifascismo è per sempre. Non è a scadenza. È il vaccino dei vaccini che ha bisogno di richiami e di educazione permanente alla convivenza che lo alimenti quotidianamente. L’antifascismo  è necessario perché il fascismo c’è stato e i fascisti ci sono e ci saranno sempre e non tutti quelli che in un dato momento si dichiarano antifascisti sono immuni dai virus antidemocratici che la storia produce, soprattutto in tempo di crisi. Come si spiega, se non così, il fatto che tanti comunisti dichiarati, allora, si convertirono alla lega di Bossi e oggi a quella parafascista di Salvini, e tanti socialisti si dispersero in forze politiche “nuove” che tutto erano tranne che antifasciste? L’antifascismo, però, in Italia e nel “cuore” dell’Europa è di sistema, istituzionale e costituzionale, il che aiuta nei momenti difficili, ma non costituisce una garanzia assoluta. Quando Renzi afferma che “chi non è antifascista non è degno della comunità democratica” forse dovrebbe capire meglio le implicazioni di una simile presa di posizione.

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Braccialetti e “organizzazione scientifica del lavoro”

Anziché schierarsi pro o contro i braccialetti brevettati ma non ancora utilizzati da Amazon, bisognerebbe concentrarsi sui metodi e sugli strumenti di controllo e “miglioramento” della prestazione individuale che già esistono e rischiano davvero di tramutare i lavoratori in esecutori a distanza di ordini impartiti da una “cabina” di pilotaggio. È in questa cabina che bisogna entrare per fare in modo che l’organizzazione scientifica della filiera produttiva e del lavoro, resa possibile dalla strumentazione tecnologica di nuova generazione, non sancisca uno squilibrio strutturale, ovvero il dominio della grande impresa che possiede e gestisce dati nel suo esclusivo interesse. Il sogno di ogni impresa è quello di realizzare il massimo risultato possibile con il costo del lavoro più basso possibile. Eliminare i “tempi morti” -che morti non sono, specialmente nel commercio e nei servizi, dove interagire con il cliente è necessario-, mediante una “adeguata” organizzazione del lavoro, che in termini pratici significa ritmi e carichi di lavoro stressanti

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Realtà e mistificazioni sul lavoro e sui “posti di lavoro”

Che cos’è un posto di lavoro? Se non si riparte da questo, cioè dal bisogno di averne uno per vivere e sentirsi parte di una comunità, si entra nella commedia degli equivoci che fa apparire occupate persone che non lo sono e inventa posti di lavoro che, in realtà, non esistono. Se il Jobs Act avesse creato un milione di posti di lavoro, come ci si ostina a sostenere, l’esito delle elezioni sarebbe scontato, a favore di chi rivendica questo “miracolo”. Ma il vissuto reale delle persone è assai diverso da quel che viene raccontato. Avere o non avere uno stipendio a fine mese, tutti i mesi dell’anno, tredicesima, quattordicesima, Tfr e contributi previdenziali inclusi, non è come far parte di una statistica senza alcuna relazione con tutto ciò. La differenza è sostanziale. Che senso ha includere, nella stessa casistica, lavoratori occupati per pochi giorni o mesi l’anno, senza tutele reali e relativo welfare, e lavoratori stabilmente occupati? E per quale ragione dovremmo dare credito a chi sostiene che la nuova “sfida”, per i prossimi anni, è introdurre “qualche limite” ai contratti a termine, se questo obiettivo viene indicato da chi li ha praticamente liberalizzati?

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