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UIL Lombardia: un congresso che lascia ben sperare

In attesa di una normale maggioranza di governo che vincitori e vinti difficilmente riusciranno a generare, in virtù della brutta politica prodotta negli ultimi anni, la stagione congressuale della UIL si avvia verso la tappa conclusiva del Congresso Nazionale di Giugno. Anche il Sindacato, anche la UIL ha bisogno di curare le sue fragilità, i suoi ritardi e i suoi problemi, se vuole stare al passo con i tempi. Per questo servono due cose apparentemente contraddittorie: essere riflessivi e tempestivi. Essere veloci e per il cambiamento non significa nulla se non è chiara la direzione di marcia, se non sono chiari i presupposti culturali e gli obiettivi concreti conseguenti. Così come serve a ben poco avere delle buone idee e intenzioni se non si è in grado di strutturarle dinamicamente nella vita reale e nel “mercato sociale” di cui facciamo parte. Il quale, però, di tutto ha bisogno tranne che di essere concepito in chiave commerciale, solo quantitativa, come competizione intrasindacale a scapito della qualità del confronto con le nostre naturali controparti.

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Poverini, non ce la fanno a formare il governo...

I cosiddetti leader dei partiti che hanno vinto le elezioni sono talmente bravi che a 45 giorni dal voto siamo punto e accapo. Ognuno può interpretare come meglio crede il voto del 4 marzo, resta il fatto che vincere ma non riuscire a formare il governo somiglia più a una sconfitta che a una vittoria. Ciò si verifica perchè sulle cose da fare, sul come e con chi farle, con quale politica economica e sociale non c’è accordo. Una brutta realtà che non sorprende ma conferma che non siamo messi bene, ribadita dalla volgarità e dagli insulti degli ultimi giorni. In queste condizioni sarà un’impresa non cadere dalla padella alla brace, come certamente si verificherebbe nel caso in cui ai bisogni delle persone si rispondesse con la demagogia di governo che farebbe regredire l’Italia. Una bella patata bollente per Mattarella, ulteriormente confermata dal fallito tentativo della Presidente Casellati, conseguenza diretta dei veti incrociati e dei pregiudizi che rendono poco credibili anche le improvvise aperture dei 5 stelle nei confronti del Partito Democratico.

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Una, Cento, Mille Alcoa: riscopriamo la partecipazione dei lavoratori

Il liberismo economico associato allo strapotere finanziario incontrollato non risolverà mai gli squilibri e le gravi ingiustizie. E anche la tecnologia più avanzata e futuribile, per altro già largamente applicata sia in campo militare che nella produzione di beni e servizi, non è in grado di correggerli se a monte “qualcuno” non decide di metterla al servizio della collettività. Anzi, i fatti dimostrano che accentua le dismisure non solo tra paesi o aree del mondo ma anche tra le persone che hanno troppo e continuano ad accumulare e le persone che faticano o non ce la fanno. La democrazia che si prende cura delle persone è diventata più fragile anche in economia, in virtù di teorizzazioni e pratiche che capovolgono mezzi e fini, talchè lo sviluppo economico disordinato che ne consegue genera squilibri anziché coesione sociale, soprattutto quando entrano in campo le multinazionali che pretendono d’imporre la propria filosofia.

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Valorizzare l’autonomia sindacale e puntare sui contenuti

A favore del nostro bistrattato Paese c’è da dire che la possibilità di gestire con relativa calma il problematico risultato del 4 marzo dipende dal fatto che le basi della nostra Repubblica sono solide. Se così non fosse la politica italiana sarebbe ridotta a una sorta di caravanserraglio senza capo nè coda. Basi solide non significa poter fare a meno della (buona) politica, la cui carenza, oggi, rappresenta il problema principale del Paese. Non si può vivere di rendita all’infinito. Cos’hanno fatto finora i partiti che hanno vinto le elezioni? Al netto delle difficoltà oggettive, si sono limitati a rivendicare per sè l’incarico di formare il governo, ma non sono stati capaci di creare le condizioni per “fare maggioranza”, tanto da richiedere una pausa di riflessione e un secondo giro di consultazioni del e con il Capo dello Stato. Siamo nel pieno di una regressione culturale che impedisce di fare le proposte programmatiche di cui c’è bisogno per indicare al Paese la giusta direzione di marcia, senza le quali, non c’è aumento del Pil che tenga, gli squilibri strutturali e le conseguenti sofferenze sociali non si riducono ma si accentuano.