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Più partecipazione, più Sindacato, più spinta dal basso

Diventa sempre più difficile capire dove sta andando il mondo, e nel mondo l’Europa, e nell’Europa l’Italia.
Anziché la pace sembra prospettarsi una escalation militare che ripropone il problema dell’invio di nuove e più potenti armi all’Ucraina, la quale aspira non solo a difendersi dai russi ma ad attaccare per vincere la guerra e riprendersi la Crimea.
Cosa ipotizzabile solo con il massiccio e compatto aiuto dei paesi Nato.
Siamo all’opposto della tregua, del cessate il fuoco, dei negoziati e della primavera di pace auspicata da tutte le persone di buona volontà. Se la finalità ultima è vincere la guerra.
Scenari terribili in termini di conseguenze a catena, dai quali speriamo ci si possa allontanare prima possibile, ma purtroppo realistici e ulteriormente catastrofici.
Scenari che accentuano la complessità nella quale l’Europa e i singoli Paesi sono costretti a muoversi, anche se è una situazione che contribuiscono a co-determinare con le loro scelte.
Cosa fa e dove va l’Italia? Bella domanda.
C’è chi dice che è ancora presto, che bisogna lasciarli lavorare.
Ma se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, ce n’è abbastanza per capire che siamo di fronte a una situazione che può cambiare in peggio l’Italia nel segno delle cose che questo governo ha iniziato a fare e ha preannunciato.
Nel campo del lavoro, tanti pesi e tante misure.
Con atteggiamento favorevole e tollerante verso le imprese, anche irregolari che producono illegalità, nero e precariato, verso gli autonomi e le partite iva, ai quali si fanno regali togliendo risorse dalle tasche e dalla bocca dei lavoratori e delle persone bisognose.

Il depotenziamento, anziché miglioramento, del reddito di cittadinanza è indicativo di un umiliante disprezzo verso le persone in difficoltà.
Come se esistesse un mercato del lavoro ricco di offerte appetibili o semplicemente dignitose, quando invece è vero l’esatto contrario.
Tornano a battere sul tasto della semplificazione in un Paese dove muoiono sul lavoro tre persone al giorno, a illegalità diffusa e con una criminalità adusa a corrompere e farsi utilizzare da politici, imprenditori, funzionari pubblici e dirigenti posizionati.
Nel campo della giustizia sono tornati all’attacco dell’indipendenza della magistratura, mirando alla limitazione delle intercettazioni che il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha definito così: “bloccare gli ascolti è come cancellare i reati dal codice”.
A favore di chi?
Che rapporto c’è tra giustizia penale e democrazia?
Tra economia di mercato (mercato!) e reati di Pubblica amministrazione, appalti in particolare, e criminalità di sistema comunque denominata?
Il precitato procuratore precisa che “il 50 per cento delle inchieste di mafia prende le mosse da indagini su reati di pubblica amministrazione” che difficilmente si possono contrastare e reprimere con sistemi di prevenzione e indagine d’altri tempi e contesti.
La storia si ripete.
E' la volontà di essere tanto feroci e cattivi con i deboli, per apparire difensori dell’ordine e della legge, quanto permissivi, tolleranti e indulgenti verso la sponda opposta del potere economico e finanziario, anche quando questo è criminogeno e inquina la democrazia.
La misura di uno Stato che si fa rispettare si verifica nei confronti di tutti.
Nella consapevolezza di sè stesso e delle sue istituzioni nel garantire l’equilibrio virtuoso tra i diritti e i doveri dei cittadini, nel rispetto delle persone, come indica inequivocabilmente la nostra Costituzione.
Gira e rigira siamo sempre lì. Questi la mal sopportano.
Dicono di rispettarla e ci giurano perché non possono farne a meno, ma nel lavoro, nella salute e sicurezza, nel fisco, nel presidenzialismo e nel tipo di autonomia differenziata che propongono, la negano e vi contrappongono un disegno che include una società diversa da quella progettata dai costituenti.
Lasciarli fare? È una domanda mal posta.
Hanno il diritto dovere di governare, noi abbiamo il diritto dovere, democratico e costituzionale, di partecipare non formalmente ma sostanzialmente.
Significa che se non ce lo permettono, con sotterfugi e formalismi vari, come stanno facendo, dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza.
Non c’è niente di facile nella situazione nella quale ci troviamo, il Sindacato non esiste per fare cose facili, oggi meno che mai.
La UIL non è il Sindacato ma una parte importante di esso e deve fare la sua parte come sta facendo, rispondendo colpo su colpo ai tentativi del governo di neutralizzare la nostra funzione.
Sul tema Salute e Sicurezza, banco di prova di una rinnovata consapevolezza del nostro ruolo, se viene concepito in maniera diversa da come finora si è sviluppato, la UIL c’è.
C’è senza alcun dubbio, ma occorre precisare che non basta la presa di coscienza, occorre uno sviluppo conseguente che, allo stato, è lontano dall’essere pratica quotidiana specifica e azione sindacale conseguente.
Giovedì scorso, 19 gennaio, la UIL Lombardia ha organizzato un bel Seminario Web di approfondimento sui rischi organizzativi e cattiva organizzazione del lavoro che, dato lo spessore dei partecipanti, dei contenuti e dell’orientamento, ribadito dal Segretario Generale Pierpaolo Bombardieri, merita uno sviluppo diverso da quanto fatto, non fatto o fatto in maniera insufficiente in passato.
Dopo i complimenti sentiti al Segretario Generale Vizza e alla segretaria Eloisa D’Aquino che lo ha materialmente organizzato, con relatori di altissimo livello (a parte il sorprendente disguido che non ha permesso a numerosi nostri delegati di partecipare), mi domando: cosa chiederemo al Presidente della regione Attilio Fontana sul tema Salute e Sicurezza, dopo quello che poteva fare e non ha fatto?
Gli chiederemo una “promessa da marinaio”?
Certo, la questione salariale da tempo esistente in Italia, si è ulteriormente aggravata al punto tale da togliere il sonno e la serenità a tante persone e famiglie.
Va affrontata con determinazione senza alcun dubbio, a partire dall’annoso problema dei CCNL che non vengono rinnovati anche per disinteresse del governo.
Ma questo non significa che gli altri problemi vadano accantonati o messi in cronologia, prima questo poi quello.
No.
Se c’è una cosa che il seminario ha fatto emergere, con il magnifico intervento del Direttore Nazionale degli Ispettori, Bruno Giordano, è la necessità di connettere la sicurezza al modello organizzativo aziendale, all’organizzazione del lavoro, ai carichi e ritmi di lavoro e in definitiva alla contrattazione soprattutto di cosiddetto 2° livello.
La contrattazione è contrattazione, non c’è livello che tenga.
O è efficace e coerente, oppure no.
I due livelli di contrattazione sono convenzionalmente chiari, nella sostanza richiedono un approccio nuovo e diverso rispetto a come noi interpretiamo lo sviluppo sostenibile, che include e considera parte essenziale la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Costituzione alla mano.

G.G.