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Soldi e riforme

Adesso che “i soldi ci sono”, dobbiamo fare i conti con noi stessi.
Con i nostri storici problemi. Che alcuni Paesi europei hanno strumentalizzato per ottenere vantaggi, ma sono veri.
O si riparte da qui, o stavolta si va a sbattere davvero.
Viviamo nel tempo in cui “tutto può succedere”, nel bene e nel male, ma per il momento la sorte è dalla nostra parte, nel senso che, pur di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, la risposta europea alla devastante crisi è stata sofferta ma complessivamente buona.
Ora tocca ai singoli Paesi sfruttare la grande opportunità offerta dal fondo europeo per il rilancio, la riconversione economica in chiave ecologica e la digitalizzazione. Ora tocca all’Italia progettare e costruire il suo futuro, dimostrare di essere all’altezza della svolta che ha chiesto e ottenuto dall’Europa.
Svolta storica? La storia si nutre di fatti, non di parole e buone intenzioni, adesso però le premesse ci sono.
Tocca al Governo, al Parlamento, alle istituzioni, agli attori politici e sociali italiani, il Sindacato tra questi, dimostrarsi all’altezza del “momento”.
Tutti, il Governo in primo luogo, siamo chiamati a ragionare e agire in grande, creando la relazione virtuosa tra soldi e riforme che finora è stato il punto debole del nostro Paese.
L’accordo europeo sul Recovery Fund, anche da questo punto di vista, è importante perché va al di là dei soldi che mette a disposizione, con modalità e strumenti nuovi, finalmente comuni e solidali.
Modalità che non ci permettono di passare all’incasso in automatico, ma solo dopo aver dimostrato una progettualità coerente con le decisioni condivise a Bruxelles, che implicano momenti istituzionali di verifica, nell’interesse di tutti e di ciascun Paese dell’Unione.

Sul perché nei confronti dell’Italia ci sia diffidenza e talvolta anche pregiudizio si può discutere, e naturalmente questo aumenta il merito di chi è riuscito a negoziare un ottimo accordo che oggi ci mette di fronte al “problema” del come spendere i soldi previsti dal piano di rilancio dell’economia.
Gli stereotipi sull’Italia e gli italiani vanno respinti al mittente, ma sarebbe sbagliato e premessa di nuovi errori, liquidare la diffidenza nei nostri confronti solo come ingiustificato pregiudizio.
Alle spalle purtroppo ci sono sperperi, ruberie, corruzione e cattiva gestione del denaro pubblico, aiuti a pioggia al di là del merito e del demerito, scelte clientelari ed endemica evasione fiscale che, in buona parte, riguarda le imprese e i professionisti, ovvero fenomeni che rappresentano l’opposto delle riforme e della modernizzazione di cui ha bisogno il paese.
È su questo terreno che occorre (e ci viene chiesto di) fare un salto di qualità, come noi lo chiediamo ai Paesi che fanno dumping fiscale, cioè assurda e sleale concorrenza all’interno della casa comune europea.
Riuscirà a farlo questo salto di qualità lo stesso governo che ha negoziato con successo l’accordo?
I dubbi sono legittimi, connessi all’idea di navigazione a vista che trasmette, tipica di un’alleanza tra forze politiche che vera alleanza non è. O non è ancora, se mai lo sarà nel prossimo futuro.
Siamo nella condizione di dover pensare e progettare in grande e, nello stesso tempo, bloccati da veti vecchia maniera, simili a quelli che abbiamo contestato ad altri in Europa, come dimostra il contraddittorio pregiudizio sull’utilizzo del Mes, alle ottime condizioni previste.
Governare comunque si deve, i fatti alla lunga dovrebbero spuntarla sui pregiudizi, ma il fattore tempo non gioca a nostro favore.
Lo si vuole capire o no, che i soldi del piano di rilancio europeo sono veri ma non immediatamente esigibili?
Lo si vuole capire o no, che invece quelli del Mes, per spese dirette e indirette della Sanità, si possono prendere subito?
Lo si vuole capire o no, che la nostra coerenza si verifica qui e ora, non quando arriveranno i primi e gli ultimi soldi del Recovery Fund?
Tra le manovre finanziarie in atto con risorse proprie e il Piano nazionale per le riforme e lo sviluppo finanziabile con i soldi stanziati a livello europeo, i conti devono tornare da tutti i punti di vista.
Lo si può leggere e interpretare in diversi modi, ma il Recovery Fund rappresenta una grande opportunità e nel contempo una sfida decisiva per il nostro futuro.
Opportunità perché i soldi disponibili sono tanti e una buona parte a fondo perduto; sfida perché prenderli effettivamente richiede un programma di sviluppo economico e sociale credibile.
La credibilità dell’Italia è stata faticosamente ricostruita, in particolare da chi in questo momento ci rappresenta in Europa, mi riferisco al commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni.
Adesso servono fatti e comportamenti adeguati, riforme strutturali in grado di sanare e/o attenuare gli storici squilibri economici e sociali del nostro Paese.
Diciamolo chiaramente: il rapporto tra la spesa pubblica e ciò che noi chiamiamo riforme o anche solo razionalizzazione e ammodernamento non è mai stato dei migliori.
Questo è il nostro principale problema. Nostro e non di altri.
Vero, anche se altri Paesi lo strumentalizzano per alzare il prezzo della loro condivisione.
Sarà la volta buona?
La parola riforme (o riformismo) deve uscire dal vago, dev’essere riqualificata, riempita di contenuti progressivi e progressisti, i soli in grado di contrastare il neoliberismo, la brutalità del capitalismo senza etica, la precarietà eretta a sistema, il lavoro svalorizzato e quello delle donne ulteriormente scoraggiato e discriminato.
Oggi la tecnologia rende possibile anche ciò che un tempo era considerato impossibile, ma alla sola condizione che sia la saggezza umana a orientarla a beneficio di tutti.
Altrimenti sono guai inimmaginabili.
Anche e soprattutto da questo punto di vista la svolta è possibile: anzi, necessaria.

G.G.


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