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Idee chiare e nervi saldi

La certezza che le scuole riapriranno “regolarmente” a settembre con l’accordo di Stato e Regioni è una buona notizia.
Rafforzata da un miliardo di euro per assumere più docenti, personale di supporto e “altro”.
Un conto è chiedere al governo di “far presto e bene”, altra cosa, obiettivamente, è decidere secondo scienza e coscienza quando c’è di mezzo la salute delle persone, dei bambini e dei ragazzi in particolare.
Purtroppo perdura l’antagonismo politico pregiudiziale che privilegia la politica del contro nel momento in cui servirebbe di più quella della collaborazione per il superiore interesse della collettività.
Personalmente penso che i tempi siano maturi per dare una direzione chiara allo sviluppo economico e sociale del Paese, attraverso una presenza più incisiva dello Stato, il quale ha il diritto-dovere di fissare obiettivi e condizioni quando mette a disposizione denaro pubblico.
Oggi di tutto c’è bisogno tranne che del “fare in fretta” senza sapere “cosa”.
Si può dire che il Governo abbia le idee chiare sul rilancio dell’economia in funzione della ri-costruzione e ri-strutturazione dell’Italia durante e dopo il Covid?
Qualcosa si intravede ma ancora non ci siamo, nonostante le consulenze, gli Stati generali e la robusta task force di cui si è avvalso il Presidente del Consiglio.
Questo non significa che le spinte e le indicazioni emerse non siano servite e non serviranno a niente.
Significa però che anche le migliori proposte non si possono sostituire alla volontà delle forze politiche e alle responsabilità di governo, il quale, per decidere, deve arrivare a sintesi.
Cosa che non riesce a fare in modo lineare.

La situazione di contesto è tale da consigliare di tenere i nervi a posto per evitare di far vivere all’Italia una crisi al buio nel momento peggiore e con la prospettiva inquietante di aprile le porte del Quirinale ai “sovranisti”.  
L’Italia, nonostante tutto, ha a portata di mano l’occasione di una svolta storica in concomitanza con i cambiamenti epocali che erano già in atto prima del Coronavirus e che, incorporati in una visione di ricostruzione e rilancio della sua economia, possono farla risorgere più unitaria, equilibrata e coesa di prima.
Non esistono prestiti incondizionati e aiuti a fondo perduto senza sapere come vengono spesi.
Da che mondo è mondo, un Paese che ha bisogno di soldi negozia le condizioni, non pensa illusoriamente di imporle e, quando le condizioni sono buone -anche per effetto di una solidarietà politica che sta faticosamente emergendo in Europa-, le accetta e usa i soldi per gli obiettivi condivisi dimostrando così di essere credibile.
L’arte della mediazione e l’ostinazione del Presidente Conte hanno già dato dei risultati, ma al dunque bisogna arrivarci da soli anziché farsi dire da Angela Merkel che i soldi del Mes vanno presi, alle condizioni, più che favorevoli, previste.
Che credibilità può avere un Paese che chiede tanti soldi per i prossimi anni ma si rifiuta di prendere quelli immediatamente disponibili da spendere nei settori chiave della Sanità, della Salute e della Prevenzione?
L’obiettivo dev’essere quello di utilizzare tutti gli aiuti e gli strumenti disponibili per ammodernare l’Italia, le sue istituzioni, la sua pubblica amministrazione, promuovendo un modello di sviluppo capace di includere, unificare il Paese, generare una effettiva coesione sociale incentrata sul lavoro e un modello di welfare universale in grado di condizionare lo sviluppo per migliorare la qualità della vita delle persone.
Consumi privati di prima necessità, consumi sociali, consumi culturali, non devono essere lasciati al caso, bensì condizionati da politiche attive sempre più mirate.
A che serve la leva fiscale e la politica degli incentivi se non anche a questo?
A cosa deve servire una riforma fiscale, degna e rispettosa della Costituzione, se non a promuovere sviluppo armonioso che metta in equilibrio i diritti e i doveri di tutti, nella certezza che l’evasione e le frodi fiscali sottraggono diritti e servizi a chi ne ha veramente bisogno, anche estremo?
Quante imprese, quanti “professionisti” e quante persone stanno saccheggiando le casse dello Stato, in questo momento, approfittando della pandemia?
Certo che dobbiamo fare presto e bene. Ma una nuova idea di giustizia sociale passa anche attraverso un tipo di risanamento che metta in una luce diversa lo Stato e tutto ciò che è pubblico.
Credere nello Stato (democratico) e nella “Funzione Pubblica” è fondamentale ai fini di un’Italia futura più accogliente per le nuove generazioni, ma il futuro è sempre un problema del presente.
Un problema che ha bisogno di risposte sia pubbliche che private, sia individuali che collettive.
Il Sindacato c’è? Credo di sì, con evidenti margini di miglioramento.
Raccogliere la sfida è anche compito e problema nostro.

G.G.


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