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Il virus che fa più male

Dopo aver tirato un gran sospiro di sollievo per la vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna, anziché mettere a frutto e irradiare su scala nazionale le ragioni di quel successo -generato dal buon governo, dall’onestà intellettuale e dalla volontà/capacità di aggregare-, la maggioranza di governo ha ripreso a litigare e, con ciò, a rendere incerte le sorti della legislatura.
Il paradosso è che la credibilità internazionale dell’Italia non è stata mai così salda come oggi lo è tramite il ministro dell’Economia Gualtieri, il quale è portatore di una progettualità economica e sociale di cui c’è bisogno per rimettere gradualmente in equilibrio un Paese che unito e unitario non lo è di fatto, e anche per motivi gravi.
I politici peggiori sono quelli che vogliono stare sempre al centro dell’attenzione e, pur di ottenere questo risultato, strumentalizzano i problemi veri in modo spregiudicato, con l’intenzione di ottenere vantaggi.
Sono i cosiddetti leader, che leader veri in realtà non sono, i quali mettono al centro sè stessi e che, pur di vincere in termini personali, sono disposti a tutto, ma non accettano ragionevoli mediazioni se non sono loro a proporle.
Oggi siamo di fronte al problema (vero e irrisolvibile in termini ottimali: ottimali per chi?) della prescrizione, ma chi governa si trova quotidianamente di fronte a situazioni che richiedono un mix sensato di progettualità e realismo, in virtù di una complessità che non permette a nessuno di governare col pilota automatico di principi astratti e posizioni politiche non contestualizzate.

Il coronavirus si isola e si combatte in laboratorio, ma ci sono virus che non si possano eliminare per sempre, ma per sempre possono essere indicati come il male da prevenire e combattere con la legge, la cultura, i comportamenti e le istituzioni che appartengono a tutti, non a chi vince le elezioni.
A che serve la Costituzione se non a questo? A che serve mettere al centro la persona se una parte della politica tollera e sottovaluta il riemergente razzismo e il clima di odio che lo alimenta fino a farlo diventare una emergenza culturale vera e propria?
Se c’è una persona che rende evidente il cambiamento politico in tema di sicurezza tra il governo precedente e quello in carica, questa è la Ministra Luciana Lamorgese, rispetto a Matteo Salvini che di odio e rancore ne ha generato tanto.
Secondo l’attuale ministra l’odio è una emergenza e rispetto ad esso non si può rimanere indifferenti, anzi dice chiaramente che “c’è bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti” da parte di tutta la politica, “a prescindere dagli schieramenti e dalle legittime convinzioni personali”.
In realtà il problema non riguarda solo la politica e i politici, ma la politica ha doveri primari che le appartengono e quando non li assolve o li contraddice crea le condizioni per il riemergere del “fascismo eterno” di cui parlò e scrisse Umberto Eco.
Fascismo, razzismo, odio e violenza appartengono alla stessa famiglia “culturale”, quindi occorre chiedersi com’è rinato, chi lo ha sdoganato, cosa bisogna fare per non farlo propagare.
Se la mancanza di lavoro e la paura del futuro costituiscono il migliore fertilizzante, una politica economica e sociale in grado, fin da subito, di indicare una prospettiva di fuoriuscita dagli squilibri strutturali che caratterizzano oggi l’Italia, è la prima e più importante cosa da fare.
La piattaforma CGIL CISL UIL, al centro della quale ci sono gli investimenti, e anche i diritti delle future generazioni, va proprio in questa direzione e, per la prima volta, siamo di fronte a un governo che, sia pure in maniera non ancora strutturata, parla di sviluppo sostenibile. I cui contenuti dovrebbero cominciare ad emergere nella preannunciata fase 2 del “programma di governo”.
Di questo ci si deve occupare principalmente, se necessario anche litigando ma costruttivamente, anziché azzuffarsi irresponsabilmente sulla prescrizione, che richiede solo una ragionevole mediazione.
Se è vero, infatti, che in Italia esiste un pericolo reale di destra estrema che assorbe e si fa assorbire da rigurgiti fascisti, occorre anche ricordare che tutte le forme di impolitica -tra le quali quelle che aggregano su basi prevalentemente personali, anziché autenticamente politiche e culturali-, preparano il terreno ai demagoghi di estrema destra.
Questo la storia insegna, questo è l’obiettivo (e il pericolo) concreto della cosiddetta democrazia illiberale che sopprime diritti fondamentali.
Questi non sono leader, ma capi interessati al potere, per conquistare o difendere il quale usano tutti mezzi.
Il capostipite “moderno” di questo modo di concepire la politica è stato Berlusconi, altri, come mentalità, lo hanno seguito, i guasti prodotti sono evidenti.

G.G.


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