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La crisi c’è, ma nessuno la vuole dichiarare

Sul fatto che l’Italia non abbia un governo nella pienezza delle sue funzioni, con un programma e un orientamento da portare avanti, non ci sono dubbi.
Una cosa mai vista, problematica e pericolosa, che costituisce l’esatto opposto del governo del cambiamento promesso agli italiani, che preannunciava una sorta di rivoluzione.
Siamo di fronte a una condizione di crisi permanente che trova la sua quotidiana evidenza nel contrasto delle posizioni (sarebbe troppo dire delle idee, che non hanno) su ogni significativo tema economico e sociale, politico e istituzionale.
Due partiti di governo che si proponevano di cambiare pure l’Europa e invece si sono spaccati anche sulla nomina del nuovo Presidente della commissione, a riprova del fatto che l’aver formato e lo stare insieme nello stesso governo corrisponde a interessi e obiettivi di parte, non all’interesse generale del Paese.
Questo è il problema. Il quale, per paradosso, viene percepito e considerato meglio all’estero che in casa nostra, in virtù di una comunicazione più schierata che tesa ad informare i cittadini.

Chi paga le conseguenze dello stallo misto a confusione permanente che questo governo rappresenta?
Lo pagano tutti ma non tutti sono in grado di difendersi, talchè risulta evidente che il prezzo maggiore lo pagano le categorie sociali più deboli, cioè le persone più fragili alle quali viene a mancare l’attenzione, la sensibilità e le relative risorse finanziarie per erogare servizi pubblici e assistenza, supporto e orientamento, per non essere emarginati o per uscire dall’emarginazione.
Il Sindacato c’è, ha fatto sentire e farà sentire la sua voce sotto forma di proposte chiare e concrete come quelle della piattaforma unitaria che il governo conosce e alle quali dovrà dare risposte puntuali, di merito e nel merito, diverse da quelle confuse e per titoli di cui non sappiamo cosa farcene.
Un Paese che non investe adeguatamente in opere pubbliche grandi, medie e piccole, a misura dei bisogni dei territori, cioè delle funzioni sociali e delle persone, non sta pensando al suo futuro.
Anzi, sta commettendo un doppio errore: da un lato, non si ammoderna, indebolendo il suo potenziale sviluppo generale, dall'altro non crea il lavoro che, a sua volta, farebbe da volano allo sviluppo.
Lavoro. Non è una parola come un’altra.
In un certo senso è tutto, il che significa che non avere lavoro vuol dire non avere niente, perché solo tramite il lavoro la stragrande parte delle persone prospetta il suo futuro, fa progetti di vita.
Non abbiamo bisogno di teorie e di discorsi attorno all’intelligenza artificiale, che, giorno dopo giorno, penetra in ogni dove, dimostrandoci che tanto intelligente non è, quando la la si usa “male”.
Il lavoro va riscoperto e ricostruito mediante l’idea/progetto di una società incentrata sull’inclusione, all’interno della quale non ci sia bisogno di parlare di salario minimo, bensì del diritto del lavoratore a “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, come prevede l’art. 36 della Costituzione.
È possibile concepire il lavoro, come il Sindacato lo immagina e lo vuole ricostruire, con la conseguente coesione sociale, mediante una politica fiscale che mette sullo stesso piano ricchi e poveri come quella che “vuole” la Lega?
Dove conduce una politica dei redditi scollegata dal lavoro e dall’equità, come quella propugnata dai 5 stelle?
Certo, si pagano a caro prezzo anche errori del passato, a sua volta e a suo tempo contestate dal Sindacato.
L’Italia e l’Europa non hanno bisogno di scelte neo liberiste che producano selezione e, spesso, esclusione.
Benchè non sia facile (in politica, come nella vita, nulla è facile), occorre lavorare e lottare, culturalmente in primo luogo, per affermare nella coscienza collettiva la necessità di promuovere modelli di sviluppo sostenibili in grado di mettere in equilibrio il rapporto tra economia e politica, economia e società, sostenibilità finanziaria ed eco-logia generale del benessere.
Se non ci sono soldi, ma nel mondo, in Italia e in Europa di soldi ce ne sono tanti, non vuol dire che non esista un problema di equa distribuzione della ricchezza prodotta.
E chi è disposto, senza demagogia e insensato populismo, ad affrontare questo problema, a partire da casa propria?
Non sarà facile per nessuno, per questo governo è impossibile.
Anzi, uno dei soci, sicuramente, vuole andare in direzione opposta...

G.G.


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