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Un governo conflittuale che fa male al Paese

Un governo senza cultura di governo, conflittuale al suo interno, senza “una” politica estera e un chiaro orientamento economico e sociale.
Questa è la triste realtà di fronte alla quale ci troviamo dopo un anno di sperimentazione di una coalizione “guidata” da tre persone senza alcuna precedente esperienza di governo, come Conte, Di Maio e Salvini.
Una coalizione che ha dimostrato sul campo di non fare le cose di cui l’Italia ha bisogno, ma solo quelle che interessavano i partiti di governo e solo quando ciò corrispondeva alla logica dello scambio, di cui sono prova evidente il reddito di cittadinanza e il prepensionamento oneroso a carico della collettività della cosiddetta “quota 100”.
Un governo “fondato” su un contratto extraparlamentare che, in teoria, doveva facilitare la politica del fare, in realtà si è rivelato essere il suo contrario, come dimostrano la stagnazione economica, il disaccordo su questioni di vitale importanza per il futuro del Paese, come la politica fiscale e l’autonomia regionale, il salario minimo, la legalità, l’integrazione sociale e la sicurezza, i rapporti con l’Europa e il debito pubblico.

Senza contare il delicato problema della collocazione internazionale dell’Italia che il caso Lega-Savoini e i rapporti opachi con la Russia di Putin hanno fatto emergere.
Per quanto tempo si potrà andare avanti con questo governo e con questa “non politica” economica e sociale nessuno lo sa; certo è che le prime vittime degli investimenti che non si fanno e delle misure mirate che non si adottano, sono le persone che cercano lavoro e non lo trovano, i lavoratori e i pensionati con redditi poveri che faticano a campare, i giovani con qualche possibilità e sostegno famigliare in più che decidono di lasciare l’Italia, in cerca di ciò che l’Italia non prospetta.
È vero che il Presidente del Consiglio Conte, negli ultimi mesi, si è rapportato meglio con il Presidente della Repubblica e con le istituzioni europee, tanto da evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo fuori dai vincoli condivisi, ma le ambiguità e i pericoli permangono e i problemi economici e sociali legati al lavoro non trovano risposta, nemmeno per accenni.
Il sindacato, da tempo, chiede investimenti virtuosi in grado di creare lavoro, e misure politiche selettive in campo fiscale che sono l’esatto opposto della demenziale e incostituzionale politica fiscale che ha in mente il capo leghista.
Le tasse vanno abbassate ai lavoratori e ai pensionati che faticano e spendono tutto il poco che percepiscono, non a chi non ne ha bisogno e se ne gioverebbe solo per incrementare il proprio patrimonio.
Le tasse vanno ridotte a chi le paga, non alle categorie, notoriamente parecchio infedeli.
La lotta all’evasione fiscale va fatta seriamente con gli strumenti che oggi esistono, ma richiedono una volontà politica completamente assente in “questo” governo.
Il divario Nord-Sud va ridotto valorizzando l’autonomia regionale attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini e degli enti locali.
Ben venga quindi una maggiore autonomia nel rispetto sostanziale della Costituzione, come non è, dati alla mano, quella rivendicata dal veneto Luca Zaia e dal lombardo Attilio Fontana, diversa da quella del Presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, a costo zero per lo Stato.
L’Italia va riequilibrata, non ulteriormente “slabbrata”.
L’Italia ha bisogno di equità sociale, non di misure che stratifichino iniquamente i lavoratori, i pensionati e i cittadini, che non sono uguali per definizione, in quanto italiani, ma perché godono dei medesimi diritti, delle stesse opportunità e delle stesse tutele sociali. Come non è per troppi cittadini e lavoratori costretti ai margini da una politica che da troppo tempo ha sposato forme di realismo che la rendono subalterna agli interessi economici e finanziari.
Sarà possibile, di fronte alla sordità sostanziale del governo, evitare lo sciopero generale in autunno?
In assenza di risposte chiare e impegni precisi da parte del governo, lo sciopero generale va fatto.
Con crescite dello 0,1% o 0,2% del Pil e prospettive modeste per i prossimi anni, non si va da nessuna parte.
Con misure e scelte politiche come quelle che il governo ha nella sua confusa agenda, l’Italia non solo non esce dalla stagnazione ma rischia di andare a sbattere. Altro che cambiamento.
Siamo di fronte a un governo che va “avanti” alla giornata, con 5 stelle di stupidità che, dopo essersi fatti usare e mangiare vivi, a scoppio ritardato si rendono conto (?) di che pasta è fatto l’alleato di governo.
Sarà pure vero che “ogni popolo ha il governo che si merita”, ma forse sta maturando la convinzione che non era vero che peggio di prima non potesse andare, ma è tristemente vero il contrario, come i fatti (i fatti, non le opinioni) dimostrano...

G.G.


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