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L’Italia ha solo bisogno di essere (ben) governata

L’Italia non è allo sbando, ma è un paese a rischio.
Non saper e non voler fare i conti con il suo -che poi è nostro e solo nostro- debito pubblico, la espone alla tremenda pressione dei mercati finanziari, con conseguenze ulteriormente negative che, a cascata, colpiscono tutti.
Si continua a confondere l’interesse dei due partiti di governo con quello generale del paese, giocando col fuoco, come dimostrano le esternazioni contrastanti del Presidente del Consiglio e dei due vicepresidenti. Il che dimostra che l’Italia non ha un governo che la guida con voce univoca e unitaria, sia all’interno che in Europa e nel mondo.
Fino a quando e fino a che punto si può “andare avanti” così?
L’Italia non ha bisogno della tregua vera o presunta tra due partiti di governo, ai quali non sembra vero di aver conquistato il potere, che hanno già dimostrato di non saper gestire.
Ha bisogno, in primo luogo, di promuovere uno sviluppo in grado di creare lavoro dignitoso, cosa che non si può realizzare senza investimenti adeguati che, a loro volta, scaturiscano da una politica economica e sociale incompatibile con le “visioni” economiche e finanziarie di 2 forze politiche che primeggiano per incompetenza e avventurismo.

I mini-Bot proposti dalla Lega sono stati definiti “soldi del Monopoli” dai giovani industriali e “illegali” da Mario Draghi che, con la sua imminente uscita da Presidente della Bce, sembra rappresentare il passaggio dal prestigio e dalla credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo, al suo contrario.
Un isolamento che non lascia sperare nulla di buono, certificato dal fatto che i nostri rappresentanti non vengono neppure invitati ai tavoli in cui si decidono gli equilibri delle istituzioni europee per i prossimi anni. E che i nostri governanti addirittura alimentano rifiutando perfino un ruolo per la presidenza del Consiglio Europeo per Enrico Letta, a riprova del fatto che non hanno nemmeno lo spirito nazionale che a quei livelli dovrebbe prevalere.
Una perdita secca che per fortuna, almeno in parte, viene compensata dalla statura e dal rispetto che riscuote Mattarella, il quale tuttavia garantisce, vigila, esorta, ammonisce quando serve, ma, nel rispetto dei ruoli, non governa.
Governare spetta ad altri che non lo fanno, o perlomeno non lo fanno bene.
L’economia non mente, anzi costituisce la struttura portante sulla quale si incardinano il benessere e la sicurezza sociale, all’interno della quale si rafforza anche quella individuale, che non deriva certo dal possesso di pistole e armi varie.
L’elemento base della sicurezza è il lavoro, la piena occupazione, l’avere una casa e un reddito sufficiente per vivere dignitosamente. Da questo deriva in primo luogo la sicurezza.
Più disoccupati, precari e senza fissa dimora ci sono in giro, più aumenta l’insicurezza. Non c’è bisogno di essere scienziati o sociologi per capirlo, lo suggerisce il senso umano della vita.
Perciò sottovalutare l’economia o lasciarla andare per conto proprio, come prediligono i liberisti che convolano a nozze con i populisti, contro chi chiede riforme strutturali che generano coesione sociale, vuol dire fare il male dell’Italia, che infatti soffre e non riesce ad uscire dalla condizione di incertezza nella quale si trova.
Altro che "sblocca cantieri" a danno della legalità, come resa al malaffare, che non aspetta altro.
Mettere in alternativa il fare comunque, con il fare bene le cose, significa accentuare i problemi negli appalti e sub appalti, sempre a danno, per altro, dei lavoratori, in termini di retribuzioni e tutele ridotte.
Un Paese europeo che fa parte dei vari G7, G8, G20 -cioè di gruppi intergovernativi che rappresentano le nazioni più industrializzate del mondo e quelle in via di sviluppo-, si presuppone abbia una economia all’altezza di questo rango. L’Italia purtroppo si trova nella morsa di una pericolosa contraddizione. Fa parte del gruppo di testa, ma nel contempo anche di quello di coda, con tendenza al declino.
Lento ma continuo.
Lo si evince dalla erosione dei salari e dei redditi del ceto medio, dal fatto che si cresce meno degli altri Paesi europei comparabili al nostro, dalla disoccupazione -femminile e giovanile in particolare- che da troppo tempo oscilla attorno a percentuali inaccettabili, dal numero di ore complessive lavorate, dal lavoro nero e irregolare, dalla evasione fiscale che sottrae risorse agli investimenti e al welfare, dai giovani costretti ad emigrare perché non intravedono prospettive di lavoro.
La Sicilia, solo per fare un esempio, di autonomia ne ha fin troppa, eppure non risulta che sia tra le regioni più avanzate d’Italia, men che meno dal punto di vista occupazionale.
L’Italia ha bisogno di essere (ben) governata, non di essere spacchettata e pericolosamente isolata nella e dalla casa comune europea...

G.G.


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