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Europa

L’Europa c’è.
C’è e ci sarà. Non perché conviene a pochi privilegiati ed ai cosiddetti euroburocrati, ma perché la stragrande maggioranza dei cittadini si rende conto che sarebbe peggio lasciarla o distruggerla.
Molto meglio lavorarci dentro per cambiarla, rendendola più democratica e sociale e facendo scaturire miglioramenti per il lavoro, per il welfare, per la sicurezza e l’ambiente, più sicura e prospera, come mai potrebbe esserlo attraverso l’autarchia proposta dai nazionalisti che oggi si definiscono sovranisti.
Lo dimostra, ad abundantiam, il disorientamento, se non il pentimento, della maggioranza dei cittadini del Regno Unito che sentono la brexit come un problema piuttosto che come soluzione di quelli supposti o reali.
Ormai mancano poche settimane alle elezioni, è il momento in cui tutti devono assumersi le proprie responsabilità.
Il futuro non è figlio di nessuno, bensì del nostro spingere la storia verso una direzione o l’altra: più umanesimo o chiusura autoritaria, più diritti e uguaglianza o muri e discriminazioni, più tolleranza o intolleranza, più propensione alla sintesi che tiene insieme o malintesa concezione di un’autonomia che non ha più senso da molteplici punti di vista.

La storia è piena di fantastiche conquiste e di tragedie inenarrabili, di cui le guerre, anche intestine, rappresentano il legame più stretto con la logica del potere fine a sè stesso. È un continuo divenire determinato da ciò che gli uomini fanno di buono o di cattivo, di bello o di brutto.
La Libia rappresenta l’ennesima dimostrazione di come poche persone, con potere decisionale affidato alle armi, possano determinare il destino di interi popoli costretti a fare e a farsi la guerra. Cosa che avviene anche per effetto del non esserci dell’Europa.
Una condizione che non dipende dalle sue Istituzioni ma dal fatto che i singoli governi si muovono in ordine sparso nei confronti dei “signori della guerra” che non sono solo quelli che materialmente la fanno.
Altro che colpa dell’Europa! Colpa (grave) dei governi che le impediscono di esercitare un ruolo più incisivo in politica estera e in altri ambiti strategici. Perciò la posta in gioco alle prossime elezioni europee è alta.
Se diamo credito ai corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, ci rendiamo conto che oggi non governare i problemi che trascendono la dimensione nazionale ci espone al rischio di rivivere brutte pagine di storia che pensavamo d’aver seppellito per sempre.
Pagine che, in forme diverse ma sostanza invariata, tentano di riscrivere gli estremisti di destra che, in un modo o nell’altro, rilanciano i disvalori umani che giustificano il razzismo e tutto ciò che ne consegue in termini di negazione di diritti umani, discriminazioni, intolleranza e clima di paura.
Il contrario di quanto si afferma nel comunicato/appello di CGIL CISL UIL e Confindustria, nel quale si invitano i cittadini di tutta Europa “a sostenere la propria idea di futuro, difendere la democrazia e i valori europei” anche attraverso il voto.
Per progettare un futuro di benessere attraverso i cambiamenti necessari e, tra questi, il superamento del voto unanime che finora ha permesso di esercitare il diritto di veto a quei governi che accusano l’Europa di non fare quello che loro stessi le impediscono di fare.
Il gioco di scaricare sull’Europa problemi e responsabilità, che competono ai singoli Paesi e Governi, è un gioco che deve finire.
Così come deve finire la violenza di organizzazioni dichiaratamente fasciste che si sostituiscono alle legittime decisioni delle istituzioni.
Che altro significa impedire a una famiglia di stare in una casa popolare regolarmente assegnata, come si è verificato nei giorni scorsi a Roma?
Oggi, grazie alle conquiste democratiche delle generazioni che ci hanno preceduto, grazie alle quali è nata la nostra Costituzione, le condizioni generali sono nettamente migliori di quelle che un secolo fa consentirono ai fascisti di conquistare e mantenere il potere con la violenza.
Proprio per questo non si deve permettere a nessuno di sostituirsi alla legge scatenando guerre tra poveri.
Gli storici problemi italiani c’entrano poco o nulla con l’Europa, di cui in ogni caso abbiamo bisogno.
Perfino chi ha avuto la folle idea di promuovere un referendum per andarsene adesso non sa più cosa fare e si rende conto che storia, geografia, cultura, mercati, trattati, affari e finanza, regole e mercati, bisogno di conoscere e di viaggiare senza anacronistiche frontiere interne, non si possono cancellare senza provocare danni e problemi non facilmente governabili.
Essere con e per l’Europa significa amare l’Italia e il suo futuro.
Significa mettere le persone al primo posto, in particolare quelle che da sole non ce la fanno. Sono tante e non possono essere messe sullo stesso piano di quelle che hanno tanti soldi e magari non sono in regola col fisco, sia come persone fisiche che come imprenditori e professionisti.
Guarda caso proprio coloro che perorano l’incostituzionale flat tax che renderebbe l’Italia “il quinto Paese di Visegrad”... un disastro!

G.G.


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