giovanni foto 200 2019 trasp

Promesse

Il 2019 politico è iniziato in continuità con il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Mattarella, il quale, con parole appropriate al suo ruolo, ha detto che il Paese ha bisogno di essere governato, non stressato e lacerato continuamente da parte di chi i problemi li deve affrontare e non invece strumentalizzare pesantemente.
Governato nel rispetto delle regole e dei vincoli che ne conseguono.
Il che significa che le promesse fatte in campagna elettorale, i programmi e gli accordi di governo, comunque denominati, non si possono e non si devono attuare contro la Costituzione.
I partiti sono liberi di promettere qualunque cosa, ma questo non significa sub-ordinare ciò che invece esiste per regolare la vita del Paese.
Una promessa non può essere concepita e attuata in contrasto con i principi/valori costituzionali.
Parlando di sicurezza, Mattarella ha pure detto che non la si realizza attraverso l’intolleranza e le discriminazioni, al di fuori della convivenza e della coesione sociale, violando principi fondamentali in materia di diritti umani.
Secondo Massimo Cacciari, “la politica del governo in materia di immigrazione è totalmente incostituzionale”.
Oltretutto, gli immigrati vengono usati per far passare in second’ordine l’inconsistenza economica e sociale di una manovra che doveva assumere il lavoro come priorità, ma non l’ha fatto.
Ormai è evidente che non sono culturalmente preparati, non hanno la forza morale e civile per affrontare i problemi del Paese; hanno piuttosto la furbizia opportunistica per cavalcarli, come, con particolare scorrettezza, sta facendo un ministro dell’interno che usa le Istituzioni anzichè mettersi al servizio degli scopi per i quali le stesse esistono.

Il Presidente della Repubblica ha pure spezzato una lancia a favore del confronto e del dialogo, sia in Parlamento che nel Paese, del rispetto dei corpi intermedi, tra i quali c’è il Sindacato, nella versione democratica che coincide con la rappresentatività largamente maggioritaria di CGIL CISL UIL.
Confronto con dialogo che non farebbe venir meno il diritto-dovere della maggioranza parlamentare di governare, ma eviterebbe all’Italia di sperimentare avventurose metodologie e stili di governo che rischiano di provocare danni difficilmente riparabili.
Il capitolo delle promesse è troppo delicato per essere liquidato con qualche battuta.
In politica, ha a che fare con il rapporto alquanto deteriorato tra le istituzioni e i cittadini, con ciò che viene detto e ciò che viene fatto, con l’informazione basata sui fatti o la disinformazione fuorviante che caratterizza i politici intellettualmente disonesti.
Quanto valgono e a cosa servono le promesse che fuoriescono dalle regole fondamentali e dai vincoli virtuosi che un popolo si dà nei momenti straordinariamente importanti della sua Storia?
A cosa serve una Costituzione, se non a questo?
Per quale ragione si dovrebbero svendere i valori e i principi sui quali giura chi è chiamato a governare?
Certo che mantenere le promesse è sinonimo di serietà e perfino di moralità. In sé e per sé è un comportamento innegabilmente positivo.
Ma le promesse che incidono sulla vita collettiva vanno messe in relazione con le intenzioni di chi le fa.
Possono essere sproporzionate o ambigue, come nel caso della cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni, rivendicata dai leghisti perfino tramite un referendum (inutile e costoso) con l’intento di “strappare” allo Stato competenze e risorse.
Promesse da mantenere?
Sì, ma solo se compatibili con il rispetto di quanto previsto e prescritto dalla Costituzione.
Che, in ogni caso, non corrisponde con le attese di quanti pretendono che ci guadagnino le Regioni più ricche a scapito delle altre e in particolare della parte più arretrata del Paese.
Attese che, se soddisfatte, metterebbero in discussione l’unità e la coesione nazionale, anche dal punto di vista civile e culturale.
Insomma, certe promesse aiutano a conoscere e capire meglio chi le fa.
I forconi, gli evasori, i delinquenti e i reazionari non sono spariti. Si sono accasati presso chi contrasta l’accoglienza e l’integrazione, ma nel contempo accoglie e integra la parte peggiore del Paese.
Spetta a quella migliore svegliarsi, organizzarsi, lottare e coalizzarsi con idee e proposte per rimettere in equilibrio l’Italia, altrimenti saranno guai. La “rivolta dei sindaci”, da questo punto di vista, fa ben sperare.
Come sarebbe ridotta l’Italia se la promessa della flat tax generalizzata al 15% per tutti fosse andata in porto?
Come si fa a non considerare un imbroglione chi l’ha fatta?

G.G.


Stampa   Email