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Il vero problema epocale è il lavoro

Il lavoro prima di tutto. Certo. Ora e sempre. Solo il lavoro ragionevolmente tutelato e retribuito, come prevede l’art.36 della Costituzione, riconosce la dignità della persona, conferisce ad essa la piena cittadinanza, realizza uguaglianza di base, orienta e qualifica lo sviluppo economico. E solo il lavoro così concepito sancisce l’ingresso a pieno titolo dei giovani nella società dopo gli studi, possibilmente preceduto da una corretta ed educativa alternanza scuola lavoro. Questa dovrebbe essere, ma non è, la realtà nella quale siamo immersi, come dimostra la disoccupazione, la sottoccupazione e la povertà di massa. Le quali richiedono risposte di sistema, non cure palliative o misure che non aggrediscono le cause di questa devastante fenomenologia di cui i giovani che hanno smesso di studiare e non hanno lavoro rappresentano l’effetto più allarmante. Se il come fare è il vero problema, non c’è dubbio sul fatto che il valore aggiunto consiste nel creare maggiore ricchezza per meglio distribuirla, avendo già ampiamente sperimentato che il solo incremento del Pil non basta a debellare la povertà complessiva che affligge anche i Paesi relativamente progrediti come il nostro.

Invece c’è chi teorizza che lo sviluppo aggressivamente selettivo che si avvale della concorrenza al ribasso del lavoro umano -e quindi anche della pirateria contrattuale che nega il principio democratico di rappresentanza e rappresentatività-, non abbia alternative praticali. Secondo questa teoria, tipicamente liberista, viviamo nel migliore dei mondi possibili, all’interno del quale è preferibile assecondare lo sviluppo spontaneo, rispetto al quale la disoccupazione è una pura e semplice risultante che può variare solo di intensità ma rimane strutturalmente costante nel suo significato di fenomeno insito in una sorta di capitalismo a-sociale ineluttabilmente irriformabile. Il Sindacato agisce nel presente, nel vivo di ciò che avviene nelle aziende, le quali sono entità ipersensibili rispetto ai mercati e a ciò che la politica, i governi pro-tempore decidono. Nella sua motivata e mai indifferente autonomia, verso tutti i governi e le forze politiche, è normale che stia sul chi va là, nei confronti di un governo che preannuncia misure destinate ad incidere nella vita delle persone e delle famiglie, nello sviluppo economico, negli equilibri sociali, nella cultura e nello spirito della “gente”. Che posto occupa il lavoro all’interno di queste misure? Fino a quando non si conosceranno nel dettaglio, la prudenza è d’obbligo, eppur tuttavia siamo già in grado di dire la nostra sul reddito di cittadinanza e sulla flat tax prendendo a riferimento la volontà manifestata dai principali rappresentanti del Governo. La flat tax da sola basta e avanza per qualificare l’orientamento squilibrato e squilibrante del leghista Salvini, che usa i soldi di tutti per favorire una sola parte di contribuenti. È evidente che prima vengono quelli che lui considera suoi elettori. Non è accettabile, di principio e di fatto (è costituzionale?) creare una aliquota fissa inferiore a quella più bassa del 23% che incide su tutti i lavoratori dipendenti, solo per gli autonomi e le piccole imprese. È pericolosa anche perché può innescare la corsa a trasformare lavoro dipendente in lavoro autonomo per mera convenienza individuale, in contrasto con l’equità e la coesione. Il reddito di cittadinanza è l’opposto sociale della flat tax voluta da Salvini, ma rischia di snaturarsi e di creare problemi se non viene collegato con il lavoro e tutto ciò che esso implica dal punto di vista economico, sociale e culturale. Rimane l’incognita di una legge di bilancio non ancora approvata, rispetto alla quale i richiami di Mattarella, il ruolo attivo dell’Europa e la minaccia incombente dei mercati finanziari, forse, ma non è detto, aiuteranno ad evitare il totale isolamento dell’Italia. Resta il fatto che il lavoro, gli investimenti e le misure che dovrebbero promuoverlo e tutelarlo sono estranei al profilo “culturale” di un governo che naviga a vista e non sa nemmeno dove andare. Tranne che nella sua parte più spregiudicata e reazionaria che unisce il peggio del nazionalismo al peggio del liberismo, al peggio del peggio dal punto di vista umano verso i più deboli e i disperati...

G.G.


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