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La fabbrica dell’odio e del rancore produce solo guasti

Tutto ci si può aspettare da questo governo tranne il linguaggio di verità che sarebbe necessario per mettere i soggetti politici e i corpi intermedi del nostro Paese di fronte alle proprie responsabilità. Ed è tristemente evidente che il partito che ha stravinto le elezioni ha perso fin da subito peso e credibilità a favore di una destra aggressiva e regressiva che, con un tipo di cambiamento riconducibile a una più equa distribuzione della ricchezza, non c’entra niente. Una destra liberista in economia e demagoga sulle tasse, culturalmente chiusa e per certi aspetti reazionaria, che ha “sminuito” a proprio vantaggio il ruolo politico del M5S, il quale non era e non è in grado di promuovere assieme alla Lega il cambiamento di cui il Paese ha bisogno. Anzi, con l’illusione opportunistica di non essere “nè di destra nè di sinistra” si è ridotto a fare il portatore d’acqua di un neo leghismo più nero che verde, che al posto dell’ormai consumata “Roma ladrona” ha messo l’Europa, contro la quale conduce in malo modo la sua incessante campagna elettorale. Sempre nemici, sempre rancore, sempre odio contro qualcuno.

Questa è la “nuova” destra di Salvini, ovvero qualcosa di già visto che non ha alcuna intenzione di creare equilibrio e coesione sociale, con al centro la persona e la sua dignità, anche e soprattutto nei luoghi di lavoro. Come mai quello che era, e virtualmente non è più, il primo partito italiano non capisce che sta facendo da stampella a una forza politica che tende a restaurare piuttosto che cambiare in senso unitario e progressista? Evidentemente, il potere da un lato e l’odio per “chi c’era prima” dall’altro, hanno prodotto un’attrazione decisiva che ha fatto passare in second’ordine i contenuti di politica economica e sociale sui quali si dovrebbe basare un programma di governo. Contenuti che dovrebbero comprendere “anche” la collocazione internazionale dell’Italia, l’ambiente e la sicurezza, la giustizia, i diritti universali e quelli civili, sui quali le differenze ci sono ma, per il momento, vengono sacrificate sull’altare di una non chiara e non definibile governabilità, all’interno della quale Salvini sguazza indisturbato come meglio crede. Fino a quando? I guasti prodotti sono profondi ed evidenti, il principale dei quali riguarda l’impossibilità si confrontarsi e anche scontrarsi, ma correttamente, sui contenuti. Non sono guasti riparabili in poco tempo, ma questo non significa che non esista un fattore tempo che imponga di agire tempestivamente a chi ha responsabilità politiche apicali, al fine di non spianare la strada a quanti vogliono usare l’Italia per demolire l’Europa e svuotare ulteriormente la democrazia, fino a renderla simile a un regime. Non sono ipotesi astratte ma tentativi ormai palesi, che passano per definizioni inventate ad uso e consumo di governi/regimi che si propongono di sopprimere i diritti umani e civili delle persone. Che altro sono la “democrazia illiberale” e la cosiddetta “quarta teoria politica” provenienti dalle ex dittature comuniste, se non la giustificazione di regimi autoritari che eliminano la libertà di stampa, l’autonomia della magistratura e i diritti inalienabili della persona? Il Sindacato non è e non sarà mai un partito, la sua autonomia dalle forze politiche e dai governi è fuori discussione. Ma è e sarà sempre dalla parte della democrazia di cui è parte e senza la quale è messa in discussione la sua stessa esistenza o, quantomeno, la si riduce a struttura al servizio del Governo. Tentativi di questo tipo, in Italia, vengono fatti con la UGL. Intanto le cose non si fermano, in un modo o nell’altro le decisioni vanno prese, tutto bisogna fare tranne che stare alla finestra come se i problemi di fondo del Paese riguardassero solo la politica. Non è così, come d’altra parte dimostrano le prese di posizioni e le proteste motivate che crescono nel Paese, tra le quali cominciano ad emergere anche quelle sindacali. Essere autonomi non significa non capire l’importanza delle differenti piattaforme ideali e programmatiche in economia, nel sociale, nel campo dei diritti individuali. La parola “popolo” viene usata e abusata da chi ha interesse ad alimentare la logica disastrosa amico-nemico, come la storia insegna. Ma cos’è questa parola se non viene riconosciuta la dignità di ogni singola persona che ne fa parte?

G.G.


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