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Il contratto di governo non è il nuovo Vangelo degli italiani

Chi vince le elezioni ha il diritto di governare. Ma ha anche e soprattutto il dovere di farlo, rispettando la premessa fondante della convivenza, rappresentata dalla Costituzione e da tutto ciò che, a livello internazionale, l’Italia ha liberamente condiviso. “Leggi superiori” con le quali quelle ordinarie devono essere compatibili, fermo restando la loro natura umana, emendabile, migliorabile e adattabile nel corso del tempo. Il nocciolo del post 4 marzo sta tutto qui, complicato dal fatto che Lega e 5 Stelle si sono presentati alle elezioni con programmi e alleanze contrapposte che, solo successivamente, hanno generato il cosiddetto contratto di governo, all’interno del quale ciascuna delle due forze politiche ha messo il suo pezzo. Una sommatoria dalla quale non emerge un modello di sviluppo imperniato su investimenti concepiti per creare sviluppo sostenibile e lavoro dignitoso, sia pure nel tempo, come tutte le cose serie che mal si conciliano con le misure studiate per conseguire vantaggi politici di parte.

Dal Documento di Economia e Finanza, che presto dovrà tramutarsi in Legge di Bilancio, emerge solo una volontà di dare risposte immediate, che in parte sarebbero condivisibili se fossero finalizzate al lavoro. Purtroppo, al momento, non è certo il caso del “reddito di cittadinanza”. Ingannevole nella definizione e pericoloso in assenza delle condizioni che potrebbero farlo rientrare nelle “politiche attive” e che solo degli incompetenti possono pensare di realizzare in quattro e quattr’otto, scollegate dalla composita realtà italiana. Aiutare chi ha bisogno, chi è escluso o ai margini del benessere, troverà sempre d’accordo le organizzazioni sindacali che hanno, come scopo permanente, questo obiettivo, chiunque lo porti avanti. Ma com’è possibile considerare i 780 euro come lotta organica e credibile contro la povertà, nel momento in cui lo strumento principale di redistribuzione della ricchezza, il fisco, viene attivato per favorire i ricchi e i benestanti? Chi può mai credere che una misura del genere regga nel tempo e non sia invece solo funzionale ad alimentare la campagna elettorale del partito che la propone, lasciando fare all’”alleato” di governo l’esatto contrario? Se continuerà a crederci la maggioranza degli italiani e con quali risultati, lo vedremo, ma è sicuramente da irresponsabili patentati dire “me ne frego” o sbeffeggiare le Istituzioni Europee di cui facciamo parte e il nostro Presidente della Repubblica,costretto a ricordare continuamente, al Presidente del Consiglio e ai suoi due “vice”, che possono governare come meglio credono ma nel rispetto della Costituzione. Quella Costituzione che, dall’opposizione, hanno strumentalmente difeso nel referendum del 4 dicembre 2016 ma contro la quale, oggi che sono al governo, operano per interesse di parte, come fanno i politici di basso livello che non sanno costruire futuro. Continuano a ribadire che con l’Europa il dialogo sarà costruttivo, ma al contempo si offende chi la rappresenta, che è cosa diversa dal criticare e fare proposte. E allora è inevitabile chiedersi se per caso non sia un finto dialogo da parte di chi ha il chiodo fisso delle elezioni europee ed è alla continua ricerca di incidenti e scontri da attribuire a un nemico che non esiste. L’Europa dei padri fondatori è la Patria delle patrie vere, quella che meglio di altri ha costruito e custodisce i valori, i principi e i Diritti Universali dell’Uomo. Quella Patria che rappresenta l’opposto del tragico nazionalismo che la storia ha già fatto conoscere, come ci ha ricordato il nostro Segretario confederale Domenico Proietti nell’Esecutivo UIL Lombardia del 26 settembre. Ma i conti bisogna farli anche e soprattutto con i problemi economici e finanziari concreti, non risolvendo i quali anche le migliori e più nobili intenzioni vanno a farsi benedire, come l’esperienza insegna. Altro che fregarsene. Il giudizio di chi ha voce in capitolo pesa e può affossarci, se si tramuta in sfiducia nei confronti di una manovra finanziaria che, nella migliore delle ipotesi, non convince. Il contratto di Governo? Un accordo tra due partiti che non può essere interpretato come il nuovo Vangelo degli italiani, al posto di una Costituzione che già esiste e che dev’essere rispettata da tutti. Siamo “più vicini al baratro”, come sostiene buona parte della stampa estera dopo aver analizzato il Documento di Economia e Finanza predisposto dal governo? Speriamo di no, ma il fatto che qualche autorevole voce lo ipotizzi non può non preoccupare chi rappresenta i lavoratori e i cittadini più fragili che, più di altri, pagano gli effetti delle crisi...

G.G.


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