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Il Sindacato c’è

Quando ci si trova di fronte alla realtà e i fatti prendono il posto delle parole, chi si trova a mal “partito” sono i demagoghi abituati a promettere che faranno l’opposto degli “altri” quando potranno essere loro a decidere. Che cosa si è verificato all’Ilva di Taranto se non questo? A mal partito, adesso, si trova chi deve fare i salti mortali per giustificare un esito che va nella direzione opposta alla chiusura irresponsabilmente auspicata dai duri e puri del “movimento”, costretti sostanzialmente a sostenere che loro volevano fare diversamente ma non hanno potuto. Il governo in carica ci ha provato fino all’ultimo ad annullare la gara e solo in “zona Cesarini” il furbetto Di Maio è stato costretto a mettere il cappello su un accordo tenacemente e unitariamente costruito dal Sindacato, cioè da Fiom-CGIL Fim-CISL UILM-UIL che, in Italia e in questa grande impresa, sono le organizzazioni sindacali largamente più rappresentative dei lavoratori. Questo è il dato più confortante che emerge da questa lunga, complessa e “dolorosa vertenza”, la cui momentanea conclusione è destinata a risanare e rilanciare il grande stabilimento di Taranto e con esso a tutelare l’ambiente circostante, la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Come si dovrebbe (si deve!) fare in una società davvero moderna e matura che promuove sviluppo sostenibile e non fine a sè stesso come quello testimoniato dalla triste storia non solo dell’Ilva di Taranto ma anche di altre industrie e raffinerie che in Italia hanno provocato morti e gravi malattie, inquinamento dell’aria e dell’acqua. Da questo punto di vista, e non solo da questo punto di vista, l’accordo che i lavoratori non mancheranno di approvare a larghissima maggioranza, va al di là dell’Ilva di Taranto e dei suoi 14 mila dipendenti, nessuno dei quali sarà lasciato solo, benchè i posti di lavoro diretti saranno meno. Non sono solo i tarantini che devono tornare a “respirare”, ma l’Italia intera che continua a sottovalutare l’importanza della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, per responsabilità di chi, anzichè farsene carico, le considera un costo, un fastidio, una delle tante incombenze burocratiche. La parola sviluppo è centrale, così come lo è l’impresa come bene pubblico in senso lato, ma non bisogna mai dimenticare la finalità sociale dell’uno e dell’altra, senza la quale, per forza di cose, ci si trova in presenza di un interesse privato per il quale conta solo il suo risultato e tutto il resto viene, se viene, dopo. Il Sindacato c’è e tutti noi dobbiamo capire la straordinaria importanza di questo accordo -unitario nel vero senso della parola- che salvaguarda “anche” diritti importanti. E non certo per gentile concessione di Di Maio al quale, semmai, bisognerebbe chiedere di essere coerente e di darsi da fare per ricostruire il valore sociale e civile dell’articolo 18. Ma servirebbero decisione e misure chiare e non ambigue come quelle contenute invece nel cosiddetto "decreto dignità". E, come ministro del lavoro e dello sviluppo economico, lasci perdere la propaganda inconcludente e si concentri sui problemi veri e su “vertenze” bloccate da anni come quella riguardante le lavoratrici e i lavoratori della grande distribuzione. E lo faccia anche riguardo agli orari commerciali che, in particolare, penalizzano le lavoratrici alle quali non si permette di conciliare vita e lavoro anche quando sono part time e dall’esterno si pensa che abbiano risolto il problema. In un Paese in preda a non poca confusione politica, l’accordo Ilva trasmette fiducia, in primo luogo perché dimostra che anche gli obiettivi apparentemente irraggiungibili si possono realizzare alla condizione che ci si creda e si uniscano le forze per scardinare l’ingiustificata intransigenza degli altri, non viceversa. Altro che “gli investitori esteri non vengono in Italia perché ci sono troppe rigidità” o “le imprese non si sviluppano perché c’è l’art.18”. La conclusione di questa complessa trattativa dimostra, ancora una volta, che le cose non stanno così. Subentra una grande multinazionale alle condizioni normative preesistenti. I diritti ragionevoli e comprensibili delle persone, in chiave davvero moderna, per altro non alternativi ai doveri professionali, sono compatibilissimi con lo sviluppo, anzi, si potrebbe dire che sono la stessa cosa. Anche e soprattutto per questa ragione possiamo dire che la nostra è una Costituzione sempre giovane...

G.G.


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