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Invece del silenzio e del rispetto

Se ogni occasione è buona per fare e farsi propaganda speculando sui problemi, quanto meno un disastro come quello di Genova, con decine di morti, numerosi feriti e centinaia di sfollati, dovrebbe costituire una eccezione, ma purtroppo così non è stato. Chi governa dovrebbe assicurare che tutto sia fatto per accertare le responsabilità, non intimidire e accusare in blocco “quelli di prima” per dimostrare che “la musica è cambiata”. I ponti sono progettati per non crollare mai, sia per tecniche di progettazione adeguate a ogni singola opera ingegneristica, sia per i materiali usati, sia per il monitoraggio costante e la manutenzione adeguata che nell’insieme garantiscono il transito in sicurezza delle persone e dei mezzi. Se un ponte crolla c’è sicuramente una causa, ma non è detto che siano chiare e chiaramente accertabili le responsabilità.

Compito che, per esclusione, comunque non spetta alla politica nazionale e locale, la quale è parte del processo decisionale e la cui efficienza non si misura certo mediante proclami che disorientano e rappresentano la prosecuzione dell’indecoroso scontro politico in atto nel Paese. È sacrosanto tenere conto dello stato d’animo delle persone e delle comunità più direttamente colpite, soprattutto quando ci sono di mezzo morti e feriti in circostanze tanto assurde quanto drammatiche. Ma proprio per questo è sbagliato emettere sentenze e prendere decisioni non precedute da verifiche e riscontri da parte di chi ha il mandato, le competenze e l’investitura per farlo. Il governo invece ha dato spettacolo anche in questa drammatica occasione e continua a farlo mediante una indecorosa propaganda con i morti ancora nelle bare, i ferirti negli ospedali, centinaia di persone costrette a lasciare le case, una città sotto shock e un intero Paese che si domanda qual è lo stato non solo dei suoi numerosi ponti, ma anche di tutte le strutture e dei territori a rischio. Ben venga quindi qualche salutare ripensamento nel rapporto tra pubblico e privato, una rivalutazione della scala delle priorità che metta al centro la Sicurezza dei cittadini, i quali sono tali anche nei luoghi di lavoro, dove muoiono a centinaia il più delle volte per scarsa prevenzione e non assolvimento degli obblighi di legge. Questo significa mettere la persona al primo posto e intervenire tempestivamente in tutte le occasioni, anche evidenti, in cui si riscontra il contrario. C’è questa volontà nel governo che si autodefinisce del cambiamento? Esiste una politica di sviluppo economico e sociale che fa pensare e soprattutto capire che questo governo mette al centro la persona e la protegge dai soprusi e dalle discriminazioni? Che equità e giustizia c’è tra italiani che pagano regolarmente le tasse e altri italiani che li fregano e derubano 2 volte grazie a quello che non pagano e ai benefici che in cambio ricevono, grazie alla protezione dei politici che ottengono il loro favore? Quanti ponti, grandi opere e strutture, anche produttive e di interesse pubblico si possono mettere in sicurezza recuperando l’enorme evasione di cui soffre l’Italia ed evitando di fare regali come quello che il ministrone Salvini vuole fare con la sua flat tax? Non mettono le mani nelle tasche degli italiani? Con una “riforma” fiscale che mette sullo stesso piano ricchi e poveri mettono le mani sulle generazioni future, fanno regredire l’Italia di decenni, innestano nella società italiana illusioni inversamente proporzionali a ciò di cui ha bisogno per concepire diversamente la cosa pubblica come bene di tutti e la stessa idea di Stato democratico. A Benetton, che oltretutto sarà beneficiario della flat tax, sia come persona fisica che come imprese di famiglia, non fa nè caldo e nè freddo la revoca della concessione alla Società italiana Aurostrade preannunciato dall’avvocato degli italiani, dal signorino di Pomigliano d’Arco -che si occupa di tutto e non ha competenze su nulla di preciso- e dall’ex carabiniere che li fiancheggia al ministero dei trasporti e delle infrastrutture. Una ne azzeccano e cento ne cannano. Ormai è evidente che non siamo in buone mani. In soli tre mesi hanno già fatto capire chiaramente che costituiscono un pericolo. Pensiamoci e muoviamoci in tempo, mettendo da parte i particolarismi. Questo è il tempo della consapevolezza della posta in gioco. Saremo capaci di costruire nuovi ponti e camminare insieme ben oltre ogni differenza, come auspicato dal Cardinale di Gevova, Angelo Bagnasco?

G.G.


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