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L’Italia ha bisogno di essere governata, non spartita

Di questi tempi è quasi impossibile ragionare e confrontarsi sul merito delle proposte, come si dovrebbe sempre fare, talchè si è portati a schierarsi pro o contro chi le fa, in virtù di una sventurata incultura politica che, in quattro e quattr’otto, è diventata “contratto di governo” che non promette nulla di buono. Pensavamo di non arrivare a tanto e invece ci siamo dentro e sarà un problema uscirne, a riprova del fatto che esaltare “il cambiamento”, senza indicare il modello di sviluppo economico e sociale che si intende promuovere, porta a demolire le cose fatte dai nemici politici, non certo a governare unitariamente l’Italia. Di certo è impossibile associare a questo governo la parola dignità e nemmeno ci si può consolare con la certezza virtuale che chi semina vento prima o dopo raccoglierà tempesta perché di mezzo c’è il Paese, c’è la vita reale delle persone e delle famiglie che, nel frattempo, possono andare a rotoli.

Velocissimi nella spartizione delle poltrone e delle poltronissime che contano e fruttano in termini di potere, lentissimi, tattici e privi di strategia su questioni di vitale importanza come quelle, solo per citare le più note, dell’Ilva e della Tav, rispetto alle quali si sta perdendo tempo prezioso per calcolo politico e volontà di governare facendo campagna elettorale. Terza Repubblica? Speriamo non nasca mai se è quella a-democratica e senza Parlamento prospettata da Grillo & Casaleggio, che fanno “ragionamenti” tanto strampalati quanto contraddittori, nella misura in cui evidenziano la scarsa partecipazione al voto dei cittadini, che comunque è enormemente superiore a quella limitata e limitante adottata dal M5S nelle proprie consultazioni, quando non del tutto inesistente. Che democrazia diretta è quella che sospende decisioni già prese senza consultare nessuno? A quale criterio democratico risponde la demenziale re-introduzione dei voucher nel Turismo e in Agricoltura, sommariamente associati al lavoro domestico? A noi sembra una dimostrazione di pericolosa ignoranza al governo, che sa più di regressione sociale che di reale cambiamento, rispetto al quale, non si è capaci nemmeno di argomentare il sia pur minimo tentativo di limitare le scelte arbitrarie delle imprese a favore del lavoro a tempo determinato. Le imprese fanno il loro mestiere che è quello di chiedere di assumere come meglio credono al costo più basso possibile, senza vincoli e rischi di alcun tipo, inventando di tutto pur di non applicare integralmente un regolare CCNL di categoria, come se la Costituzione non esistesse. Un governo dignitoso dovrebbe fare il suo di mestiere, così come lo deve fare il Sindacato, che non è certamente quello di assecondare fenomeni che hanno un legame stretto con la precarietà. È l’equilibrio associato a un po’ di coraggio che manca, a favore di una vecchia tesi -questa davvero vecchia e ottocentesca-, secondo la quale l’interesse dell’impresa e dell’imprenditore coincide con quello della società. Da dove scaturisce la folle idea di abbassare di molto le tasse a chi guadagna molto se non da questa stravecchia e regressiva impostazione politica? E da dove promana la convinzione/pretesa che, per assumere una persona a tempo indeterminato, occorre dare sgravi e incentivi, anche quando si è di fronte alla palese sostituzione di personale (nessuna creazione di nuovi posti di lavoro) e al bisogno immediato dell’impresa di assumere? Promana dal fatto che va bene dichiararsi contro il debito pubblico, ma i soldi dati alle imprese (quanti ne hanno ricevuti negli ultimi decenni?) sarebbero investimenti per creare lavoro, quando la realtà empirica dimostra che ciò non è vero. La creazione di posti di lavoro non è misurabile da quanti rapporti di lavoro sono stati aperti da una certa data a un’altra, ma da quanti eventualmente sono aggiuntivi e non sostitutivi rispetto a un organico aziendale che il più delle volte rimane invariato. Ben vengano gli aiuti alle imprese che lo meritano e ne hanno bisogno, ma bisogna smetterla con la retorica delle imprese che creano lavoro anche quando, numeri alla mano, è palesemente falso. Così come ben venga la flessibilità di cui il sistema Italia ha bisogno, che non è certamente quella del laissez faire che ama risolvere i problemi con uno scarnificato voucher o con contratti a preferenza che non hanno rapporto con il mercato e la condizione reale delle imprese. La prima cosa da incentivare è l’intelligenza umana... Al governo c’è n’è poca, nella società si avvertono incoraggianti segnali di risveglio che alimentano la speranza di salvare l’Italia... e noi stessi...

G.G.


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