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Per un mercato del lavoro ri-equilibrato

Per chi crede nella necessità di conciliare le ragioni delle imprese e quelle dei lavoratori, nel contesto di uno sviluppo economico orientato al sociale e al rispetto dell’ambiente come bene pubblico, il concetto di equilibrio è centrale. Ben vengano quindi le misure che ne riportano un po’, se frutto di valutazioni ponderate finalizzate alla rivalutazione del lavoro umano, dopo decenni di destrutturazione della filiera del lavoro dalla quale è scaturita la degenerazione sociale chiamata precariato. In quale categoria rientra il voucher a 10 euro tutto incluso che il governo pensa di legalizzare nuovamente? Che coerenza c’è (o non c’è) tra questa proposta e quella di mettere un modesto argine all’esplosione arbitraria dei contratti a termine attraverso le causali e la durata massima di due anni? La coerenza non c’è, anzi emerge un governo della confusione, senza una visone unitaria che abbia come riferimento un modello di sviluppo compatibile con i valori del nostro essere cittadini italiani ed europei che in primo luogo credono nel lavoro e nella dignità della persona.

La quale dignità non è rispettata anche quando, a fronte di lavoro e condizioni di mercato chiaramente stabili, si assumono e mantengono a termine per anni i lavoratori sol perché l’impresa preferisce non assumere a tempo indeterminato (e ringrazia il governo che gliel’ha permesso), con buona pace del jobs act che, sia pure in modo discutibile, prometteva il contrario. Nessuna persona in buona fede può associare al precariato il lavoro a tempo determinato, indistintamente, ma bisogna prendere atto che l’instabilità immotivata derivante dalla abolizione delle causali crea ansia e incertezza verso il futuro, cioè malessere. Illuminante e nel contempo sconcertante è l’esempio che in questi giorni viene fatto riguardo ai 20 lavoratori addetti alla ristorazione della Camera dei Deputati, i quali, dopo 24 mesi di contratto a termine, rischierebbero di perdere il posto di lavoro, come se la più ragionevole delle soluzione, quella della conferma, fosse vietata o nella totale disponibilità di non attuarla dell’impresa interessata. Ipotesi che invece la dice lunga su ciò che le imprese e le loro associazioni preferiscono, con in testa la Confindustria. I governi e le parti sociali “autorizzate” a fare contrattazione sono chiamati a “concertare” soluzioni equilibrate, non ad assecondare spiriti e stili aggressivi di gestione diretta e indiretta (appalti e subappalti) del personale che impoverisce, umilia e precarizza il lavoro. Attorno al “problema” della reintroduzione delle causali si sta giocando una partita politica che va al di là di ciò che sono o dovrebbero essere i contratti di lavoro a tempo determinato. Una partita viziata da furbizie e tattiche che rischiano di disorientarci anziché farci ritrovare il bandolo della matassa. Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di ri-equilibrio, non già negando la flessibilità di cui le imprese hanno bisogno per funzionare e svilupparsi, bensì promuovendo un modello relazionale e di sviluppo economico maturo che salva il “bambino” ma contrasta efficacemente la produzione abbondante di acqua sporca che inquina il mercato e degrada i rapporti sociali. La vera, insopportabile precarietà da combattere con determinazione è quella che producono le norme di legge e i comportamenti che, lungi dal promuovere la responsabilità sociale delle imprese, promuove il contrario in un Paese già segnato da una diffusa illegalità e da una pirateria imprenditoriale di cui sono ricche anche le cronache. Le forzature normative benedette da una sola parte fanno riflettere e vanno corrette. Eliminare le causali è stato un madornale errore. Il problema di fondo, oggi, non è quanti posti di lavoro fanno perdere o guadagnare le singole misure, ma quanti posti di lavoro si perdono o si guadagnano per effetto di un insieme di misure che incidono sia sulla quantità che sulla qualità del lavoro. Continuare a dare soldi alle imprese che non creano nè l’una nè l’altra, ma servono solo ad aumentare surrettiziamente la produttività è un errore, così come è un errore non demandare alla contrattazione (reale) tra le parti sociali la concretizzazione della necessaria flessibilità relativa alla ricca articolazione del sistema produttivo italiano. È in grado questo governo di promuovere il riequilibrio complessivo del mercato del lavoro di cui il Paese ha bisogno? A mio parere no, ma i pareri vanno lasciati da parte a vantaggio della valutazione seria e senza pregiudizi delle misure che adotterà. In attesa di una strategia di politica economica e sociale che non è certo quella delle armi e degli armaioli che per fare affari s’inventano il problema della “legittima difesa”...

G.G.


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