giovanni foto200

Teoria del cambiamento e pratica dello scambio

L’Italia ha un governo che naviga a vista. Giorno per giorno, momento per momento, senza un vero programma di politica economica e sociale, al posto del quale c'è un contratto a due riducibile al “tu dai una cosa a me, io ne dò una a te, tu non mi disturbi su questo, io non mi intrometto su quello”. Con un Presidente del Consiglio che, anziché esercitare il suo ruolo, subisce le iniziative debordanti dei suoi due vice che lo hanno messo lì. Chi ne paga le conseguenze è il Paese, costretto ad essere esasperato da un problema che esiste e va affrontato seriamente, mentre se ne sottovalutano altri altri non meno importanti, anzi. Chi ne trae beneficio di parte è il ministro dell’interno che fa solo ed esclusivamente l’interesse del suo partito. Governare un Paese non è un affare privato, lo si deve fare nel rispetto delle regole, dei poteri delle diverse istituzioni e della magistratura in particolare. La quale magistratura, in un Paese democratico, non prende e non deve prendere ordini da nessuno, men che meno da un Ministro, così come non li devono prendere i dipendenti/funzionari pubblici.

I ministri che agiscono diversamente si mettono fuori dalla democrazia e costituiscono un pericolo oggettivo, a prescindere dal consenso immediato che riscuotono e che costituisce l’obiettivo primario del ministro dell’interno in vista delle prossime elezioni. Anziché governare fomenta paura e alimenta contrasti tra chi non ha niente e chi ha poco. Si continua a parlare troppo e male dei migranti via mare che scappano da condizioni di sofferenza indescrivibili e si opera da nemici di queste persone, che spesso sono giovani madri e bambini, facendoli percepire come una minaccia, ma in realtà il principale problema italiano è il debito pubblico che continua a crescere con una regolarità impressionante, con tutto ciò che ne consegue. Debito pubblico che ha già segnato negativamente il destino di una parte consistente dei giovani che non hanno trovato e non trovano lavoro, per mancanza di investimenti adeguati e un impoverimento generalizzato del mercato del lavoro dal quale deriva la ridotta crescita rispetto alla media europea. Senza contare i diritti delle future generazioni che, anche seconda una moderna interpretazione del diritto internazionale, rientrano nelle nostre responsabilità e richiedono una diversa concezione dello sviluppo su scala planetaria. Il colossale debito pubblico globale, pari al 318% del Pil mondiale (dati dell’Istituto di Finanza Internazionale) potrebbe indurci a credere che il debito pubblico italiano (2.327 miliardi, pari ad oltre il 132% del Pil) sia relativamente basso, ma non è così. Chi governa, ma non solo, ha il dovere di dare priorità al problema del lavoro e a tutte le variabili che concorrono a determinare la quantità e la qualità. Cosa sta facendo il Governo per creare lavoro e contrastare la precarietà? Per creare lavoro, niente. Per contrastare la precarietà, qualcosa, che purtroppo ha suscitato più reazioni e anche strumentalizzazioni interessate che valutazioni equilibrate. Di certo la precarietà, l’illegalità, il lavoro nero e lo sfruttamento, non si combattono solo a parole e, al momento del dunque, le responsabilità bisogna assumersele. Personalmente penso sia stato un errore abolire le causali che invece rappresentano la ragionevole risposta al perché si assume a tempo determinato anziché a tempo indeterminato. E trovo sconcertante che i professori universitari che hanno promosso la loro abolizione demonizzino il contenzioso individuale, e il supposto crollo occupazionale, per giustificare la sostanziale liberalizzazione dei contratti a termine che purtroppo porta la firma del precedente governo. Pericoloso era e pericoloso rimane questo governo, come conferma anche il Presidente del Parlamento europeo Tajani quando, a proposito delle minacce di Di Maio ai funzionari ministeriali che non si uniformano alla linea del suo Partito riguardo al trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europea (Ceta) dice: “mi preoccupa questo clima perché comincia così il passaggio dalla democrazia a un sistema non democratico". Dichiarazioni pubbliche gravi, alle quali non si risponde con la contrapposizione pregiudiziale su tutto, come facevano “loro” quando erano all’opposizione. Ma “noi” non siamo diversi? Che facciamo, ci opponiamo anche all’eventuale (per me auspicabile) superamento della insensata liberalizzazione degli orari commerciali voluta da Monti nell’interesse della sola grande distribuzione e del lusso? Rifletta chi di dovere per tentare qualche decente risposta al perché ci troviamo in questa situazione...

G.G.


Stampa   Email