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A chi serve alzare la voce?

L’accordo sui migranti tra “tutti” i Paesi dell’Unione fa tirare un sospiro di sollievo a quanti temevano il peggio, ma questo non significa che siamo di fronte a una svolta  che permetta di governare davvero questo fenomeno epocale mediante una politica realmente europea. L’accordo prende atto del disaccordo sul criterio cruciale della distribuzione vincolante dei profughi che penalizza l’Italia, non solo su questo punto, limitandosi ad auspicare una condivisione su base volontaria che rende evidente il tentativo fallito del governo Italiano di imporre la sua linea. Una linea ambigua anche per la mai dichiarata contrarietà alle posizioni dei Paesi che rifiutano di europeizzare l’accoglienza attraverso il criterio oggettivo  delle quote. La tanto attesa riformulazione del trattato di Dublino è tornata “in alto mare”, dove, nelle ultime ore, sono morte altre 100 persone, di cui 3 bambini. Persone che nessuno vuole, anche perché ce ne sono altre, che non dicono “la vita prima di tutto”, anzi, alzano la voce e ci costruiscono sopra la loro inquietante fortuna politica.

L’Italia ha certamente il diritto di farsi rispettare, ma è clamorosamente sbagliato (non per buonismo, ma per qualcosa di molto più importante) fuoriuscire dalla sua stessa civiltà con affermazioni pubbliche sconcertanti come quella di un ministro che tenta di ordinare alla Guardia costiera di “non rispondere agli sos”. Per fortuna il comandante della Guardia costiera,  Ammiraglio Giovanni Pettorino, dichiara  che “abbiamo risposto sempre, sempre rispondiamo e sempre risponderemo a ogni chiamata di soccorso perché è un obbligo giuridico ma prima ancora morale. Tutti gli uomini di mare, da sempre e anche in assenza di convenzioni, hanno soccorso e aiutato chi si trova in difficoltà”. Una lezione di umanità, di dignità e onore istituzionale che precede e oltrepassa la legge, la quale, grazie al cielo, è al di sopra di un ministro pro tempore che continua a fare campagna elettorale perché “altri” glielo permettono. Fa il suo gioco e quello della sua parte, non l’interesse dell’Italia, che di tutto ha bisogno tranne che di essere isolata. Il valore dell’accordo sui migranti, quindi, consiste più in ciò che ha evitato che in ciò che di nuovo e vincolante (non) ha sancito. Conte e Macron lo interpretano già in maniera diversa, la Cancelliera Merkel precisa che “sul tavolo restano le divisioni”, i governi più respingenti cantano vittoria sostenendo che “L’Europa ha adottato le posizioni di Visegard”. Ne consegue che sbaglia e va smentito chi lo vende come una vittoria del governo, attorno al giudizio autoreferenziale di aver costretto l’Europa a discutere e decidere come non avrebbero saputo fare i governi precedenti. Se è vero o non è vero lo diranno i fatti che contano più delle parole, fermo restando che queste lasciano il segno e non vanno mai sottovalutate. Cosa sono le parole se non pensieri e stati d’animo che orientano la politica in questa o quella direzione? Sono finite le elezioni e finalmente ci si può concentrare sui problemi reali, o siamo già immersi nella lunga campagna elettorale per le europee del 2019? Il Paese ha bisogno di essere governato e questo non lo si può fare (bene) se non si ha una politica economica e sociale all’altezza dei suoi problemi. Una politica che non potrà mai scaturire dallo scambio improduttivo e asociale tra una flat tax che promuove l’accumulo di chi ha soldi e ne guadagna tanti e un reddito sganciato dal lavoro e dagli investimenti in infrastrutture che servono per ammodernare e riequilibrare l’Italia. Bisogna costringere il governo a misurarsi con le sue contraddizioni e far emergere che il famoso contratto al massimo può servire ai suoi contraenti e neanche a tutti i loro elettori che, prima o dopo, non si accontenteranno più di aver mandato a casa chi c’era prima e chiederanno risultati concreti. Ancor meno servirà ai lavoratori, amati meno delle imprese e dei loro padroni e padroncini che appena aprono bocca li intimidiscono. Ci sono riusciti perfino i benzinai! Vedremo che fine farà il cosiddetto decreto dignità (bisogno di camuffare la poca sostanza con parole speciali) e che fine faranno le causali sui contratti a termine, che già per il “primo anno” sono svanite. Vedremo... vedremo... ma intanto non sottovalutiamo le loro brutte e cattive parole...

G.G.


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