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Quali italiani vengono prima di altri italiani?

L’Italia ha bisogno di essere governata e non spartita in zone di influenza che rischiano di aggravare i suoi squilibri anziché superarli gradualmente attraverso una politica di sviluppo coerente con questo obiettivo. È l’unico motivo che possa giustificare una deroga ai vincoli finanziari imposti dal nostro debito pubblico, il cui abbattimento è nell’interesse di tutti, ma soprattutto dei cittadini che, in un modo o nell’altro, lo pagano, sia in termini di interessi passivi, sia in termini di ridotti investimenti pubblici e servizi sociali. Quando un ministro ripete propagandisticamente che “prima vengono gli italiani”, si dovrebbe ricordare che c’è una bella differenza tra la maggioranza assoluta degli italiani che pagano 2 volte il debito pubblico e una minoranza, banche comprese, che sul debito pubblico e sui debiti privati accumula ricchezze che si tramutano in dividendi per pochi. Questo a grandi linee, in quanto è chiaro che occorre tutelare il risparmio di tutti, come ancora una volta prevede la nostra Costituzione, anche per favorire l’acquisto della casa in cui si vive e lo sviluppo generale del Paese.

Ne consegue che distinguere tra italiani e immigrati e non distinguere tra ricchi e poveri, come si propone di fare la flat tax e come purtroppo si è fatto con l’abolizione per tutti della tassa sulla prima casa, è una manovra che va smascherata in tempo per evitare ulteriori squilibri sociali. Se si vogliono affrontare veramente i problemi della nostra società, alcuni dei quali rientrano nella categoria del male, come quello della criminalità organizzata, anche e soprattutto di natura economica e finanziaria, sono altre le distinzioni da fare al fine di riconoscere le reali priorità. È inaccettabile, da questo punto di vista, la proposta di ridurre le tasse partendo dall’alto, cioè da imprese e imprenditori, senza nemmeno copertura finanziaria. Dobbiamo litigare con le istituzioni comuni europee per abbassare le tasse ai ricchi? Ma questa è campagna elettorale, non è cultura di governo e giustizia sociale di base tipica di un riformismo progressista che promuove sviluppo anche nell’interesse delle future generazioni, cioè i nostri figli e nipoti, da considerare come portatori effettivi di diritti da non annientare con politiche dissennate. Ci sono italiani, persone e cittadini, bambini inclusi, che hanno più bisogno di altri italiani e cittadini che invece vivono nell’abbondanza e nel lusso. Nasce da questa consapevolezza il bisogno di politiche calibrate in grado di creare integrazione e coesione sociale, realizzabili solo attraverso la promozione di un modello di sviluppo coerente, sostanzialmente alternativo al liberismo implicito nella filosofia della controriforma fiscale proposta. I problemi del lavoro e dei lavoratori per noi vengono prima di tutto. Ma siamo consapevoli del fatto che non è possibile affrontarli al di fuori della realtà finanziaria del Paese e delle istituzioni sovranazionali di cui fa parte. Questa è la ragione per la quale seguiamo attentamente ciò che avviene dalle parti del governo. Le sue decisioni incideranno sulla vita dei lavoratori, anche in relazione a ciò che viene fatto nei confronti delle imprese. Il lavoro infatti implica interessi diversi che richiedono misure equilibrate, senza le quali la precarietà è inevitabile. Buona parte di essa è stata “prodotta” da misure squilibrate che vanno corrette: questo è il punto. Non quello di lasciare in pace le imprese alle quali essa fa “comodo” e ciò nonostante chiedono deroghe su deroghe per pagare e tutelare sempre meno i lavoratori. Il governo reintrodurrà la causale nei contratti a termine? Avrà il nostro plauso in quanto misura logica e di buonsenso. Ma cos’altro ci sarà dentro il cosiddetto “decreto dignità” preannunciato dal neo Ministro del lavoro, Luigi Di Maio? La parola dignità ci è particolarmente cara, va usata bene, ma fino a prova contraria nel campo del lavoro sono le imprese che la devono garantire alle lavoratrici e ai lavoratori, senza distinzione di alcun tipo, anche nelle campagne dove lo sfruttamento dei lavoratori da parte di “imprese” e “imprenditori” Made in Italy rappresenta la nostra vergogna, non certo il nostro orgoglio nazionale. Il mercato va bene, ma dev’essere accompagnato da norme equilibrate che lo inciviliscano, altrimenti diventa il tutti contro tutti a beneficio dei pochi ai quali non dispiace più di tanto la guerra tra poveri che impoverisce, non solo dal punto di vista economico...

G.G.


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