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Tutela istituzionale e costituzionale

Ad oltre due mesi dalle elezioni e dopo due incarichi “esplorativi” ai presidenti di Senato e Camera, siamo ancora al punto di partenza. Anzi peggio, perché vuol dire che non si riesce a formare una maggioranza di governo. Questo, a mio parere, si verifica perché sia chi ha vinto sia chi ha perso non si mette a disposizione del Paese, ma solo del proprio interesse e delle proprie ambizioni personali. Uno stallo che certifica la scadente cultura istituzionale e di governo, cioè la crisi della politica o, quanto meno, di un certo modo di intendere la politica e la leadership. I populisti di professione dovevano cambiare tutto, ma per il momento hanno prodotto solo una problematica interdizione reciproca che forse è perfino meglio di una loro scombinata alleanza, tale da farci vivere il brivido delle montagne “russe” con imprevedibili(?) conseguenze finanziarie. Sono due schieramenti confusi e contraddittori  che difficilmente possono generare alleanze o accordi di governo mediati e meditati, benché questo esito, nella filosofia politica del proporzionale, non dipenda solo da loro. Gli uni appartengono alla brutta destra italiana per la quale tutto va bene tranne la politica anche moderatamente progressista sul piano economico e sociale.

Al massimo possono “tollerare” ma non digerire del tutto qualche diritto civile. Gli altri non sono nè carne nè pesce e le sparano grosse in tutte le direzioni a seconda dell’aria che tira. In un breve lasso di tempo il capo effettivo del movimento sostiene che: di Salvini ci si può fidare, c’è stato un colpo di Stato per impedire ai 5 stelle di governare (da soli), bisogna fare un referendum per decidere se rimanere o uscire dall’euro, siamo nella “post democrazia”. Insomma, a sentire Berlusconi e Grillo ci sono stati diversi colpi di Stato e non ce ne siamo accorti. Colpi di Stato, o pericolosi colpi di testa di chi non “governa” più le parole che pronuncia? Una situazione che la dice lunga sullo spessore culturale dei “leader” che aspirano a governare ma che, di fatto, hanno contribuito ad ammazzare la buona Politica, senza la quale tutto si riduce a feroce lotta di potere. Uno stallo che ha costretto il Presidente Mattarella a gestire personalmente un terzo e forse definitivo giro di consultazioni a carte scoperte prima di assumere le sue decisioni, le quali, in assenza di novità, non potranno non avere carattere istituzionale. Chi ci deve pensare se non colui che “rappresenta l’unità nazionale”, come previsto l’articolo 87 della Costituzione? Questa e non altro è la bussola nei momenti difficili. Il fatto che l’Italia sia nelle mani di poche persone che pretendono di dire al Presidente della repubblica cosa deve fare o non fare, dopo aver dimostrato di essere incapaci di aggregare una maggioranza di governo, non è un bel segnale. Così come non è stato un bel segnale che il partito chiaramente perdente abbia rifiutato di confrontarsi con chi evidentemente non ha le carte in regole per dare lezioni e dettare le condizioni, ma poteva e doveva essere costretto a misurarsi sui contenuti, per il bene presente e futuro dell’Italia e degli italiani, non dei renziani e dei grillini. Questi e quelli (non ne parliamo dei salviniani in odore di fascismo) rischiano di trasformare la politica in una interminabile lotta per il potere che in sé e per sé è inevitabile ma dev’essere sempre accompagnata da qualcosa che accomuna anche quando divide. Questo è il senso della grande e pacifica convivenza che si ritrova negli atti costitutivi di una civiltà consapevolmente democratica e pacifica. Il “tanto peggio tanto meglio” condensato nell’infelice espressione “non vedo l’ora che giuri un Governo Di Maio-Salvini”, evidenzia il problematico arretramento politico e culturale che ha investito anche il Partito democratico. La crisi di questo partito, a mio parere, riguarda la democrazia italiana, non solo i suoi elettori, i suoi iscritti, il suo gruppo dirigente e colui che l’ha “ridotto” nelle attuali condizioni. Governare e permettere di governare (democraticamente) è un dovere prima ancora che un diritto che, in ogni caso, non si può rivendicare se non si hanno i “numeri”… Cosa farà Mattarella? La fiducia, nella situazione data, è d’obbligo.

G.G.


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