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Una, Cento, Mille Alcoa: riscopriamo la partecipazione dei lavoratori

Il liberismo economico associato allo strapotere finanziario incontrollato non risolverà mai gli squilibri e le gravi ingiustizie. E anche la tecnologia più avanzata e futuribile, per altro già largamente applicata sia in campo militare che nella produzione di beni e servizi, non è in grado di correggerli se a monte “qualcuno” non decide di metterla al servizio della collettività. Anzi, i fatti dimostrano che accentua le dismisure non solo tra paesi o aree del mondo ma anche tra le persone che hanno troppo e continuano ad accumulare e le persone che faticano o non ce la fanno. La democrazia che si prende cura delle persone è diventata più fragile anche in economia, in virtù di teorizzazioni e pratiche che capovolgono mezzi e fini, talchè lo sviluppo economico disordinato che ne consegue genera squilibri anziché coesione sociale, soprattutto quando entrano in campo le multinazionali che pretendono d’imporre la propria filosofia.

C’è voluta l’eroica resistenza dei lavoratori Alcoa, unitamente all’impegno di un borghese originale come il Ministro Calenda, per rilanciare il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, benchè chiaramente prevista dall’art. 46 della Costituzione. Difficile prevedere se avrà un seguito, ma questa “novità” non va lasciata cadere nel vuoto, soprattutto da chi nella partecipazione e nella democrazia economica ha sempre creduto. Perché non si è attuata e non si vuole attuare la Costituzione più bella del mondo che la prevede (per non dire prescrive) chiaramente? Eppure la partecipazione è un segno distintivo della responsabilità del cittadino/lavoratore, consapevole dei suoi doveri e dei suoi diritti, individuali e collettivi, verso sè stesso e la comunità di cui fa parte. Gli uni e gli altri dovrebbero coesistere in equilibrio nei luoghi di lavoro, in particolare nelle imprese strutturate che fanno scuola e sistema. Che altro è la Responsabilità sociale d’impresa, se non il senso del dovere verso la collettività e la società di cui l’impresa è parte? Se ai lavoratori si “chiede” di assecondare ritmi, metodi di lavoro, finalità produttive e ricadute sociali laceranti senza informazione adeguata e coinvolgimento, vuol dire che siamo fuori dalla democrazia e dal lavoro dignitoso previsto dalla nostra Costituzione, la quale non prevede alcuna libertà d’impresa sganciata da questo. Che altro significa, se non questo, che “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”? Vale anche in economia e soprattutto per le implicazioni di questa nei confronti del sociale, dell’ambiente e della collettività. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e quella dei lavoratori alla vita e al destino delle imprese è un diritto-dovere attraverso il quale la società può solo migliorare. Se le cose andranno come ha preannunciato il Ministro Calenda, i lavoratori della nuova Alcoa avranno il 5% delle azioni e un posto nel Consiglio di Sorveglianza della società. Frutto di una resistenza operaia d’altri tempi, collegata a una prospettiva di sviluppo che umanizza e civilizza l’economia. Il “borghese” Calenda si muove con sorprendente originalità, pari al coraggio che non hanno i politici che girano attorno ai problemi ma non prendono mai il toro per le corna, pur nella consapevolezza della complessità dei problemi. Insomma, “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”, esiste. Chi si è arrogato e continua ad arrogarsi il diritto di negarlo? I diritti collettivi e individuali non sono mai ferri vecchi del passato. Ma bisogna saperli utilizzare e gestire. Richiedono competenze e un forte senso di responsabilità . Non è necessario diventare azionisti della propria azienda per partecipare a pieno titolo alla vita della propria azienda, ma in Alcoa i lavoratori lo diventerebbero in forma collettiva e tale da escludere ipotesi contraddittorie rispetto agli obiettivi dichiarati. La novità sostanziale consisterebbe nell’ingresso di un rappresentante dei lavoratori nel Consiglio di Sorveglianza. Cogestione alla tedesca? In Italia siamo culturalmente lontani da quel modello perfino in categorie dove sono diffusi gli enti bilaterali, a riprova del fatto che negli ultimi decenni si è remato in direzione opposta attraverso teorizzazioni e ricostruzioni artificiose che hanno fatto diventare un colabrodo il mercato del lavoro e svuotato la contrattazione, ridotta al cosiddetto “premio di risultato”. È proprio il caso di dire che non è mai troppo tardi per colmare ritardi e rimediare a scelte politiche... doppiamente sbagliate...

G.G.


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