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Valorizzare l’autonomia sindacale e puntare sui contenuti

A favore del nostro bistrattato Paese c’è da dire che la possibilità di gestire con relativa calma il problematico risultato del 4 marzo dipende dal fatto che le basi della nostra Repubblica sono solide. Se così non fosse la politica italiana sarebbe ridotta a una sorta di caravanserraglio senza capo nè coda. Basi solide non significa poter fare a meno della (buona) politica, la cui carenza, oggi, rappresenta il problema principale del Paese. Non si può vivere di rendita all’infinito. Cos’hanno fatto finora i partiti che hanno vinto le elezioni? Al netto delle difficoltà oggettive, si sono limitati a rivendicare per sè l’incarico di formare il governo, ma non sono stati capaci di creare le condizioni per “fare maggioranza”, tanto da richiedere una pausa di riflessione e un secondo giro di consultazioni del e con il Capo dello Stato. Siamo nel pieno di una regressione culturale che impedisce di fare le proposte programmatiche di cui c’è bisogno per indicare al Paese la giusta direzione di marcia, senza le quali, non c’è aumento del Pil che tenga, gli squilibri strutturali e le conseguenti sofferenze sociali non si riducono ma si accentuano.

Ecco perché tutti i tentativi di tramutare il risultato elettorale in opportunità di cambiamento, all’insegna del riequilibrio economico e sociale, vanno incoraggiati attraverso la via maestra degli investimenti e del lavoro dignitoso. Per il momento non sembra si stia andando in questa direzione. Il primo giro di consultazioni ha fatto emergere un sostanziale nulla di fatto, derivante, a mio parere, anche dall’incapacità dei vincitori e in particolare dei 5 stelle di fare proposte concrete sui contenuti anziché mettere puerilmente sullo stesso piano il Partito Democratico e la Lega, pur sapendo che su questioni dirimenti -Europa, fisco, migranti e sicurezza, politica estera e altro-, la pensano in maniera opposta. Dopo oltre un mese dalle elezioni, il Paese si trova di fronte a veti e rivendicazioni che non permettono a nessun partito o schieramento di “fare maggioranza”, in virtù della evidente inadeguatezza di “politici” inebriati dal successo e non del tutto consapevoli della realtà con la quale prima o dopo dovranno fare i conti. Governo 5S-Lega più vicino con “Berlusconi messo all’angolo”, come sostiene qualche autorevole analista? Certo, nel tempo in cui tutto è possibile, anche questa pazza idea può diventare realtà. Ma solo in virtù del prevalere di interessi di parte e di gruppi ristretti, non di una volontà riformatrice orientata allo sviluppo e alla più equa distribuzione della ricchezza. Mi auguro, per il bene dell’Italia, che non si realizzi, fermo restando che, se dovesse concretizzarsi, non possiamo fare altro che appellarci alla nostra preziosa autonomia e puntare sui contenuti legati alla vita delle persone e di quelle in sofferenza normativa e retributiva in particolare. Nel mondo del lavoro e tra i pensionati ce ne sono tante. Nel Sud, tantissime. Il concetto di integrazione e coesione sociale riguarda tutti gli esclusi e gli emarginati, siano essi italiani o immigrati. Non dobbiamo cadere nella trappola della guerra tra poveri che fa bene solo ai crapuloni dell’economia, della finanza e della politica. Nuove esperienze, nuove prove, nuove opportunità di crescita se ci rendiamo conto che il 4 marzo la campana è suonata anche per noi. C’è da chiedersi a quale scopo lega e 5 stelle dovrebbero governare insieme e per quale ragione chi propone il reddito di cittadinanza dovrebbe governare assieme a chi vuole tagliare, a chi guadagna molto, le tasse che servono a finanziarlo. Torniamo a quando nell’800 si teorizzava che la sorte dei poveri era indissolubilmente legata alla fortuna incrementale dei ricchi? Hanno voglia di ripetere a pappagallo che destra e sinistra non esistono più per giustificare tutto e il contrario di tutto. Qualche intellettuale che li ha sponsorizzati glielo faccia capire, ammesso che sia in buona fede. È possibile che si mettano d’accordo per mera convenienza, ma in tal caso non credo che gli “altri” staranno a guardare. Il sindacato non si sceglie i suoi interlocutori, ma bisogna fare in modo che non siano loro a sceglierci e dividerci com’è successo in passato. Un Sindacato forte, di cui la UIL è parte assieme a CGIL e CISL, non si lascia accantonare da nessuno. Ma per essere forti non basta autodefinirsi riformisti, è necessario lottare per cambiamenti e correzioni mirate. Solo se i contenuti prendono il posto dei contenitori e delle definizioni generiche si potrà affrontare senza paura qualsiasi cambiamento... e approfittarne per rigenerarsi...

G.G.


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