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Governo di tutti e di nessuno? Non c’è fretta, intanto va avanti Gentiloni

Il terremoto politico prodotto dalle elezioni del 4 marzo almeno per il momento non produce effetti, anche in virtù della incapacità/impreparazione dei “vincitori” di compiere le scelte necessarie per tramutarlo in realistica azione di governo in tempi brevi. Certi nodi sono arrivati al pettine e scioglierli significa compiere scelte che sarà arduo definire coerenti con quanto promesso prima delle elezioni. Non saper vincere, nella vita e in politica, è peggio che non saper perdere. Nel nostro caso significa dimostrare di non essere all’altezza di governare un paese complesso e interconnesso con altri come l’Italia. Di Maio e Salvini non hanno ancora capito che la campagna elettorale (e la festa ) è finita. Per governare, infatti, bisogna sapersi confrontare con gli “altri”, soprattutto quando il risultato conseguito è lontano dall’autosufficienza politica, che in democrazia comunque non esiste e men che meno nelle istituzioni e nei trattati europei che ci riguardano.

Continuano a cantare vittoria (come se qualcuno gliela negasse) ma non sanno elaborare proposte finalizzate a suscitare l’interesse dei potenziali interlocutori, senza le quali è impossibile uscire dal gioco dei veti incrociati in cui è condannato a rimanere anche chi ha “stravinto”. Scambiano l’ottimo risultato raggiunto -a danno di altri, alleati compresi-, con il diritto di decidere a prescindere dalle regole che, grazie al cielo, c’erano prima e ci sono adesso a garanzia di tutti. Salvini, oltretutto, com’è del tutto evidente, non riesce a convincere nemmeno il suo principale alleato Berlusconi, il quale tutto potrebbe concepire tranne che delegare a lui il compito di rappresentarlo (e tutelare i suoi interessi). Figuriamoci se potrà mai riuscire a riscuotere l’appoggio di altre forze politiche. Un altro personaggio destinato solo a provocare danni che, per il momento, riscuote successo e voti perfino da meridionali i quali, evidentemente, non sanno più “a che santo votarsi” e lo votano tramite la cinica adesione di squallidi personaggi locali che sono i soli a trarne beneficio. È la storia che si ripete del nostro povero Sud. Di Maio invece salta da un incontro all’altro per dire a tutti di stare tranquilli, in attesa di ricevere indicazioni dai capi effettivi del suo movimento che, prima o poi, dovrà decidere non solo cosa fare ma anche con chi e con quale scala di priorità, tenuto conto delle limitate risorse disponibili e del fatto che “giocare” con il deficit e il debito pubblico è un gioco pericoloso che permette di tirare la corda senza spezzarla solo nel contesto di soluzioni condivise. I conti, non solo economici, con il cosiddetto reddito di cittadinanza, non possono più farli da soli e per slogan. E chi ha perso le elezioni, deve stare solo a guardare? Deve mettere sullo stesso piano la Flat Tax (al 15%!) e il reddito di cittadinanza? Non deve proporre nulla a sua volta, anche se la prima mossa spetta a chi ha vinto? Se c’è una cosa che il Partito Democratico e chi si sente ancora di centrosinistra dovrebbe evitare è l’indifferenza e l’equidistanza rispetto ai problemi connessi con la vita delle persone e di quelle in difficoltà anche gravi. Sono i problemi che i partiti di sinistra dovrebbero rappresentare naturalmente meglio di altri, senza demagogia, ma senza nemmeno la passiva accettazione di fenomeni che erroneamente sono stati considerati ineluttabili e incorreggibili, come quello di una concezione brutale del mercato che disumanizza e asocializza il lavoro. A questo punto è chi ha stravinto le elezioni che deve dimostrare di essere all’altezza dell’Italia e non viceversa. Spetta al M5S dire al Presidente della Repubblica e al Paese come e con chi ritengono possibile governare, che cosa offrono e accettano per realizzare il cambiamento in avanti di cui c’è bisogno per risanare e riequilibrare l’Italia, sia dal punto di vista economico che sociale, mettendo davvero al centro i problemi delle persone. Che vantaggi porta ai disoccupati, ai lavoratori e ai pensionati che stanno sotto o tra i mille e i 2 mila euro, o alle famiglie con figli a carico, la flat tax? Che vantaggi porta ai disoccupati, ai lavoratori precari e discontinui che guadagno pochissimo, il reddito di cittadinanza? È possibile un punto d’incontro tra questo e il reddito di inclusione che gli ultimi governi hanno potenziato? A queste e altre domande di merito occorre rispondere prima di dichiarare frettolose disponibilità o arroccamenti pregiudiziali. Tutto si può negare, tranne il dialogo, anche nei confronti di chi non lo merita, perchè lo si fa nel superiore interesse dell’Italia. Altrimenti si dimostra di non saper perdere e nemmeno di saper vincere. Almeno questo si spera di poterlo escludere... si spera...

G.G.


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