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È sempre l’ora della responsabilità

Che fine ha fatto l’etica della responsabilità, senza la quale la politica perde la sua nobiltà di cosa pubblica, a favore di logiche da tribù ammantate di falso modernismo? Quando Mattarella dice “ora serve senso di responsabilità” affinché prevalga l’interesse generale, mette il dito nella piaga più profonda della realtà italiana, pervasa da squilibri strutturali e vissuti esistenziali diametralmente opposti. La difficoltà di fronte alla quale si trova l’Italia non deriva solo dal fatto che nessuno dei due vincitori ha ottenuto la maggioranza per governare senza bisogno di coalizzarsi con altri, ma anche dalla siderale distanza dei metodi e dei programmi di governo. Nessuno sa che governo avremo e quando lo avremo, ma se possiamo permetterci di vivere con relativa calma questo delicato passaggio, ciò dipende dalle nostre istituzioni democratiche che possono aiutare i partiti a ritrovare il bandolo della matassa. Non sarà facile ma è una strada obbligata, sia nel breve che nel medio periodo.

Ma non bisogna cullarsi nell’illusione che “seminare vento” con comporti conseguenze… un po’ di tempo a disposizione c’è ma bisogna utilizzarlo bene, altrimenti scattano meccanismi ed effetti domino che danneggiano tutti e, in particolare, le persone più fragili. In un Paese “normale” l’incarico di formare il governo verrebbe conferito al partito che ha stravinto le elezioni politiche con il voto di un italiano su tre, o, in alternativa, a quello che, pur valendo la metà del primo, ha ottenuto un ottimo risultato anche in quanto “alleato” con altri. Un’alleanza attorno ad obiettivi mirati che non dobbiamo smettere di considerare regressivi. Questo è il momento in cui non bisogna limitarsi a dirlo, ma occorre ripartire dai problemi delle persone. La politica tutta, ma non solo la politica, è di fronte alle attese di quanti hanno votato sia per che contro, con la speranza di conseguire cambiamenti tangibili, graduali e progressivi, ascrivibili alla costruzione di una società coesa. Una società nella quale, per quanto riguarda il lavoro e il welfare, tutto ciò che s’intende per impresa 4.0, digitalizzazione e sviluppo dell’intelligenza artificiale sia ad essa funzionale e non viceversa. Fare sindacato e contrattazione collettiva in un paese in perenne transizione e politicamente fragile, dove si usa la disoccupazione per indebolire le tutele dei lavoratori facendole passare per privilegi, non è stato facile nel decennio che abbiamo alle spalle e tanto meno lo sarà nel prossimo futuro. Ciò nonostante il Sindacato nel suo insieme, deve dimostrare di essere un passo avanti rispetto alla politica, anche se questo non significa poterne fare a meno dal momento che l’orientamento economico e sociale del Paese è principalmente nelle sue mani. CGIL CISL UIL, con il ruolo significativo svolto dalla nostra Confederazione, hanno trovato la forza di fare un accordo con la Confindustria “contro la pirateria contrattuale” che lascia sperare nella bonifica di un mercato del lavoro inquinato da una enorme quantità di contratti e accordi fasulli, che di sindacale hanno ben poco, stipulati da sigle e associazioni senza reale rappresentatività. Personalmente sarei scettico nei confronti della Confindustria e della maturità complessiva del mondo imprenditoriale italiano che ha lasciato prosperare la pirateria contrattuale a favore degli utilizzatori finali che sono le imprese, alle quali si è colpevolmente permesso di fare dumping salariale e contrattuale contro le vittime predestinate che sono le lavoratrici e i lavoratori, di appalti e subappalti in particolare. Il valore di questo accordo è però innegabile, tenuto conto soprattutto che le parti sociali lo hanno stipulato in piena autonomia, prima di conoscere i risultati delle elezioni e di sapere quale governo avrà il Paese. È un accordo che materializza il senso di responsabilità di cui il Paese ha bisogno, che mai e poi mai deve tradursi in passiva accettazione di filosofie produttive semplicemente asociali. Basta con la retorica del mercato che nega sè stesso attraverso la sregolatezza del lasciar fare a chi umilia il lavoro e la dignità della persona. Il salario minimo è quello previsto dai CCNL sottoscritti da chi ne ha titolo, cioè rappresentanza e rappresentatività: vale per i lavoratori, vale, finalmente, anche per le imprese. In attesa della buona politica e possibilmente del (e di un) buon governo, non è poco...

G.G.


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