giovanni foto200

Realtà e mistificazioni sul lavoro e sui “posti di lavoro”

Che cos’è un posto di lavoro? Se non si riparte da questo, cioè dal bisogno di averne uno per vivere e sentirsi parte di una comunità, si entra nella commedia degli equivoci che fa apparire occupate persone che non lo sono e inventa posti di lavoro che, in realtà, non esistono. Se il Jobs Act avesse creato un milione di posti di lavoro, come ci si ostina a sostenere, l’esito delle elezioni sarebbe scontato, a favore di chi rivendica questo “miracolo”. Ma il vissuto reale delle persone è assai diverso da quel che viene raccontato. Avere o non avere uno stipendio a fine mese, tutti i mesi dell’anno, tredicesima, quattordicesima, Tfr e contributi previdenziali inclusi, non è come far parte di una statistica senza alcuna relazione con tutto ciò. La differenza è sostanziale. Che senso ha includere, nella stessa casistica, lavoratori occupati per pochi giorni o mesi l’anno, senza tutele reali e relativo welfare, e lavoratori stabilmente occupati? E per quale ragione dovremmo dare credito a chi sostiene che la nuova “sfida”, per i prossimi anni, è introdurre “qualche limite” ai contratti a termine, se questo obiettivo viene indicato da chi li ha praticamente liberalizzati?

Gentiloni merita di essere ascoltato con attenzione, ma non bisogna dimenticare che il suo governo ha proseguito sulla stessa linea di quello precedente, rifiutandosi di apportare le parziali correzioni che anche esponenti del suo stesso partito (Cesare Damiano in particolare) proponevano per mitigare le conseguenze penalizzanti per i lavoratori licenziati con il contratto a tutele crescenti e ridurre da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine. Quando egli dichiara che il lavoro deve essere l’ossessione di chi governa e che bisogna investire sul lavoro stabile, da un lato sfonda una porta aperta, dall’altro, però, mette in evidenza che l’occupazione instabile è diventata un problema enorme, non certo “per caso”, ma “in virtù” di una concezione malata dello sviluppo, sostenuta da norme che l’hanno favorita. Una di queste è il Contratto a tempo determinato “acausale”, introdotto dalla riforma Fornero e liberalizzato, rimuovendo i vincoli previsti, proprio dal Governo Renzi. Ammesso che vi sia un sussulto di consapevolezza, c’è da chiedersi se il modo più appropriato di generare lavoro stabile sia quello di continuare a dare soldi alle imprese e non, viceversa, quello di correggere norme che in un breve lasso di tempo hanno già dimostrato di essere gradite solo a quelle interessate ad assumere il minor numero possibile di lavoratori con contratto a tempo indeterminato, ancorchè, oggi, più facilmente licenziabili. Delle due l’una. O si agisce sul piano normativo con ragionevolezza e buon senso tali da riportare equilibrio nel mercato del lavoro, oppure ci si illude che una quantità maggiore di lavoro stabile possa essere generata dagli stessi soggetti che hanno interesse ad avere la percentuale più alta possibile di personale con contratti a termine. Fino a quando non si riporterà un sufficiente equilibrio relazionale tra lavoratori e imprese sarà ben difficile eliminare la quota di lavoro precario derivante da comportamenti poco nobili di imprese e manager più adusi a “comandare” che a gestire persone rispettandone i diritti e la dignità. Intendiamoci, il sistema Paese ha bisogno più che mai anche di lavoro e lavori flessibili, per nulla incompatibili con il criterio funzionale di causalità che li distingua dal lavoro stabile. Chi vuole favorirlo non deve dare soldi alle aziende ma invitarle ad assumersi le loro responsabilità. Una parte consistente di precariato, in realtà, è diretta emanazione di norme che non costituiscono una risposta ragionevole al bisogno di flessibilità, ma causa diretta di una crescita esponenziale dello stesso. Capire l’importanza dell’innovazione non significa assecondare ogni sorta di peggioramento normativo e comportamenti che tendono a creare uguaglianza regressiva, cioè a togliere diritti e tutele anziché estenderli gradualmente a tutti nell’ottica di un credibile riformismo progressista. In campagna elettorale si “spara” di tutto, ma non c’è dubbio che la proposta più diseducativa di tutte è quella del cosiddetto reddito di cittadinanza sganciato dal lavoro. Roba da pazzi. Per un Paese come il nostro sarebbe una gigantesca “fabbrica” di disoccupati. Per il nostro povero Sud un colpo mortale. È questo il nuovo che avanza?

G.G.


Stampa   Email