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Quanta “memoria” c’è in questa campagna elettorale?

L’Italia è un Paese in faticosa risalita che tenta di fare un salto di qualità ma ancora non ci riesce, anzi rischia di fare una caduta rovinosa all’indietro se il dopo voto dovesse tramutarsi in veti incrociati paralizzanti o addirittura in vittoria di “quelli” che hanno già dimostrato di non saper governare nell’interesse generale. Abbiamo perso la memoria? Cosa ci si può aspettare da chi si propone di “ribaltare l’Europa da cima a fondo”, come se fosse una controparte ostile e non la casa comune costruita con l’obiettivo storico di tramutare le tragedie passate in ripudio definitivo del fascismo, mettendo al centro la persona? Prima di tutto la persona, di cui alla universalità dei diritti umani, vale in primo luogo nei confronti dello Stato che, non a caso, fascismo e nazismo identificarono con la loro folle ideologia per l’esatto contrario. Questa è la differenza essenziale tra una democrazia costituzionale -pur condizionata da modelli di sviluppo economico liberisti e permissivi- e i regimi dittatoriali.

La memoria, quindi, o è viva e conseguente oppure subentra l’attitudine astorica a mettere tutte le “idee” sullo stesso piano e ad accettare le soluzioni di volta in volta emergenti, anche le più avventurose e irrazionali, che rischiano di farci ricadere negli stessi errori del passato. Quello che sbrigativamente chiamiamo populismo, oggi mette in evidenza una dialettica più complessa, tra progresso e conservazione, inquinata da un modo di comunicare e propagandare che fa apparire nuove anche le proposte politiche più vecchie e regressive a vantaggio di chi ha già fin troppo potere economico e finanziario e lo utilizza per conservarlo ed incrementarlo a danno della moltitudine. Il nazionalismo riproposto sotto forma di un sovranismo, che non a caso alimenta il protezionismo del tutti contro tutti, che oggi contrappone l’Europa all’America del conservatore e reazionario Trump, il quale chiude all’esterno e discrimina all’interno, perpetuando la gerarchia sociale fondata sulla diseguaglianza di sistema. Che altro è la cosiddetta flat tax che si vuole importare o, per meglio dire, imporre nel nostro Paese, se non una scelta politica a favore di ricchi e ricchissimi, se non la matrice di una società con poco Stato sociale che penalizza ulteriormente i ceti menno abbienti? Diciamola in questo modo: se al Quirinale ci fosse uno della stessa pasta di chi promette di ribaltare l’Europa, l’Italia il 5 marzo sarebbe allo sbaraglio. Mattarella per fortuna, dall’alto di una formazione politica e di una cultura istituzionale all’altezza del suo gravoso ruolo, ha ricordato a tutti che l’Italia e l’Europa sono irreversibilmente fondate sull’antifascismo il che significa che il Paese si può governare solo nel rispetto della Costituzione e dei “trattati” liberamente condivisi che la integrano. E a 5 settimane dal voto che, punto più punto meno, consoliderà la presenza dei 5 stelle occorre chiedersi se per loro non essere “nè di destra, nè di sinistra” vuol dire mettere sullo stesso piano fascismo e antifascismo con l'inaccettabile argomentazione che il fascismo sarebbe un problema del passato, non giá di un presente che non muore mai e richiede una coscienza storica ancora da dimostrare. È l’Italia democratica che deve vincere, non la smemorata confusione di una brutta campagna elettorale dalla quale rischiano di emergere più fattori di blocco che di sviluppo unitario e complessivo. In un contesto dominato da urgenze sociali, che in realtà sono problemi strutturali che la politica non ha saputo e talvolta voluto risolvere in maniera soddisfacente -come quello dell’evasione fiscale/contributiva e della corruzione, che un discreto utilizzo della tecnologia disponibile consentirebbe di fare-, coltivare la memoria è la cosa più difficile ma necessaria. Non lo stanno facendo i partiti e i movimenti che con le loro sparate demagogiche dimostrano di essere parte del problema. La memoria dev’essere infusa nel lavoro, nella vita sociale e civile, ovvero nella cittadinanza che ci rende uguali e diversi, come chiaramente affermato nell’articolo 3 della Costituzione: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Che altro dobbiamo fare se non lottare giorno per giorno per immettere nella vita reale delle persone i diritti e i doveri derivanti dalla legge delle leggi alla quale tutti siamo chiamati ad attenerci?

G.G.


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