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A 50 anni dal 68: errori da non ripetere, partecipazione da rivalutare

È passato mezzo secolo dal mitico 68 che accomunò nella contestazione operai e studenti, soprattutto universitari, più per aggregazione emotiva e spontanea che per condivisone di obiettivi verso cui tendere, come i fatti in seguito hanno dimostrato. Rifletterci sopra serve, sia per capire e sviluppare la parte buona che quel movimento espresse, sia per individuare la parte negativa e fare in modo che la sacrosanta contestazione delle palesi ingiustizie  sia sempre accompagnata da proposte praticabili di miglioramento delle condizioni di vita, di lavoro e studio di tutti.

Dire che è stato tutto negativo, come fanno i conservatori di vecchio stampo -che al presente non capiscono l’ambigua pericolosità dell’innovazione tecnologica non accompagnata dal controllo democratico e dalla finalità sociale-, è falso, tanto quanto affermare che quel movimento non esprimeva fin dal suo nascere insanabili e gravi contraddizioni che il tempo ha messo in drammatica evidenza. Una fra tutte? L’assemblearismo che tanto affascinava e dal quale era impossibile potesse scaturire altro che contestazione e rivendicazionismo velleitario, opposto alla partecipazione consapevole e finalizzata. Una contestazione totale al sistema destinata a franare nell’altro clamoroso errore del faremo “di tutta l’erba un fascio”. Un tipico atteggiamento, oggi riproposto da qualche forza impolitica (o iper politica) mediante il quale si possono vivere solo romantiche stagioni di lotta destinate, nel bene e nel male, ad essere usate e strumentalizzate da “ altri”. Non a caso il 12 dicembre del 69 ci fu la strage fascista di Piazza Fontana che si tentò di attribuire agli ignari e innocenti anarchici Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli e successivamente, in reazione al disordinato movimentismo di quegli anni, nacque la cosiddetta “maggioranza silenziosa” che accusò il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone di appoggiare la contestazione interamente associata alla sinistra. La prova provata che il 68 non fu una sola cosa e che dentro c’era del buono da ascoltare e raccogliere, come solo in parte si è fatto. Oggi, rispetto ad allora, il contesto è diverso, ma non bisogna dimenticare che al di la della forma e dei cambiamenti sovrastrutturali dai quali è scaturita la cosiddetta postmodernità, ci ritroviamo di fronte a problemi che nella sostanza non sono nuovi e nella parte in cui lo sono -migranti in entrata, giovani italiani in uscita per carenza e colpevole frammentazione e instabilità del lavoro che non permette di vivere dignitosamente le diverse stagioni della vita-, richiedono riforme davvero strutturali. Di quelle che incidono  anche sul sistema relazionale oggi  chiaramente sbilanciato a favore di chi assieme alla ricchezza che non viene equamente distribuita “produce” anche la povertà, discriminazione e il precariato derivante da norme e comportamenti eliminabili mediante l’utilizzo del semplice buonsenso. Altro che moral suasion nei confronti di imprese che ricevono denaro pubblico per assumere giovani che poi lasciano sistematicamente a casa senza dare spiegazioni in attesa di nuovi incentivi, che utilizzano la disoccupazione ma non la combattono solo per pagare meno i lavoratori. Contestare questa concezione commerciale del lavoro è inevitabile. Al netto degli errori e della confusione rivendicativa, una traccia buona il 68 l’ha lasciata e consiste nel credere possibile una società più aperta e coesa, sia dal punto di vista dei diritti individuali della persona, sia dal punto di vista del benessere collettivo senza il quale c’è solo l’utilitarismo funzionale al sistema che (parole di Papa Francesco) genera “degrado umano, sociale e ambientale”. Un degrado che nessuna statistica o variazione marginale potrà mai cancellare. Non è questione di numeri, è un problema di persone che i numeri aggravano. Sentirsi corresponsabili anche delle lotte che non si fanno per riparare i guasti prodotti è la più importante presa di coscienza per realizzare l’inversione di tendenza di cui c’è bisogno. La parte buona del 68, con forme di lotta adeguate al nostro tempo, può aiutarci a riprendere il filo da tessere della nostra missione, alla condizione che la “cassetta degli attrezzi” da usare di cui ha parlato il Presidente Mattarella, sia la nostra Costituzione. Lì dentro non c’è la “verità”, ma il meglio possibile dell’umanità che anche tramite la buona memoria delle tragedie vissute e dei propri errori costruisce una società a sua misura. Chi ha voglia di lottare… lo può fare ogni momento e in ogni dove...

G.G.


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