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Biotestamento, diritti civili e sociali: motore di sviluppo e progresso

La carne al fuoco è tanta in questo fine anno che coincide con la fine della legislatura, ma bisogna distinguerla dal fumo elettorale e propagandistico che confonde le idee, focalizzandoci sui fatti concreti che riguardano la vita delle persone. Uno di questi riguarda la legge sul fine vita che da pochi giorni è diventata realtà, sulla quale non è il caso di sbandierare entusiasmo o drammatizzare, come fanno coloro che parlano forzatamente e impropriamente di eutanasia. Siamo nel classico campo dei principi fondamentali che nessuno, giustamente, è disposto a barattare ma, proprio per questo, il legislatore deve regolare con prudenza e misura “umana”, come a mio parere ha fatto, escludendo sia l’accanimento terapeutico che l’eutanasia. C’è chi la pensa diversamente e va rispettato, ma il compito del legislatore, in una Repubblica Democratica come la nostra, non è quello di imporre a tutti l’interpretazione religiosa di ogni momento cruciale della vita e, d’altra parte, anche all’interno del mondo cattolico i pareri sono diversi. Per i gesuiti, “la legge non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia” mentre secondo l’ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini, invece, sì.

Per chi fa propria la cultura laica -che in quanto tale implica il rispetto del sentimento religioso e della stessa libertà di culto e di religione-, e mette al centro la dimensione umana della persona, la legge sul biotestamento rappresenta un ottimo risultato della legislatura che volge al termine, il quale diventerebbe eccezionale nel caso in cui si concretizzasse l’esigua speranza di approvare anche quella sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati e/o cresciuti nel nostro Paese, più nota come ius soli. L’una e l’altra hanno dei sostenitori, degli oppositori e degli opportunisti che non sempre (per non dire quasi mai) decidono secondo coscienza e orientamenti consolidati, bensì per valutazioni connesse a quella che considerano la convenienza del momento, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Così funziona la “politica” di questi tempi: prima vincere, non importa come, poi si vedrà. E con questa politica e questi politici, che comunque rispecchiano abbastanza fedelmente il livello civico e culturale di noi italiani, nonché la precaria condizione sociale di molti cittadini, bisognerà fare i conti nuovamente dopo le prossime elezioni politiche. Non meno importanti, anzi, sono i diritti di rilevanza economica e sociale, più duri da far digerire, che dovrebbero andare di pari passo con quelli civili e di cui la persona ha bisogno, in linea con quanto prevede e prescrive la nostra Costituzione. Il bisogno di insistere sui diritti non rappresenta affatto una sottovalutazione dei doveri, senza i quali prevale l’egoismo e la società si imbarbarisce. Dobbiamo crederci e lo dobbiamo fare con convinzione perché è l’unico modo di promuovere un modello di sviluppo che abbia come presupposto e obiettivo di fondo una società che si prenda cura di tutti, non a livello meramente assistenzialistico ma mediante politiche attive in grado di reggere l’impatto con la realtà. Tra queste ci dev’essere una concezione davvero moderna dell’impresa e del lavoro che promuova, nei fatti, la coesione sociale, anche e soprattutto attraverso una politica salariale e contrattuale che non assecondi, come oggi nei fatti avviene, quel micidiale dumping sociale derivante dal pagare sempre meno un numero crescente di lavoratori per far guadagnare sempre di più pochi manager e imprese che non si accontentano di un “equo profitto”. Che cosa dimostrano le ”bastonate” nei confronti di Raynair/O’ Leary e Amazon/Besoz se non che i profitti stellari di certe imprese derivano da una folle (chiamiamo le cose con il loro nome) concezione dell’impresa? Bene hanno fatto i Ministri Poletti e Calenda, il Garante degli scioperi e altre Agenzie/Istituzioni di vigilanza a mettere in chiaro che l’Italia va rispettata attraverso il rispetto delle sue leggi e della sua Costituzione. Le stesse persone e le stesse istituzioni, però, devono dimostrare di essere coerenti nella vita di tutti i giorni e nei confronti di tutte le imprese nazionali e multinazionali che fanno scelte di comodo pur di non riconoscere alle lavoratrici e ai lavoratori tutele e retribuzioni coerenti con l’art.36 della Costituzione. Svegliatevi, cari Ministri, non solo in campagna elettorale...

G.G.


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