giovanni riflessioni trasp

Ikea e dintorni: Bisogno di sano conflitto

Abituarsi al peggio, tanto in politica quanto nel mondo del lavoro, condizionato da un certo modo di intendere la competitività, finalizzato alla svalorizzazione del lavoro umano-, è causa ed effetto di un approccio sbagliato rispetto ai problemi del presente, come se non ci fosse nulla da imparare dalle tragedie di un passato per nulla remoto e nulla da fare rispetto a scelte politiche che hanno reso ancor più fragile e iniquo il mercato del lavoro. Lo comprovano i sempre più frequenti comportamenti fascisti di aperto disprezzo per la democrazia e le sue istituzioni, di fronte ai quali non si reagisce adeguatamente, anche quando si tramutano in vere e proprie intimidazioni riconducibili al nazifascismo che Papa Wojtyla definì male assoluto.

La storia insegna che l’estremismo comunque declinato, di cui il populismo smisurato e squilibrato è l’anticamera, germoglia meglio quando e dove le istituzioni democratiche non fanno sentire la loro presenza, le persone si sentono abbandonate, non trovano o perdono troppo facilmente il lavoro, come succede anche nelle grandi imprese multinazionali che pretendono di organizzare il lavoro con logica militare, affidando a un algoritmo la gestione delle “risorse umane”, secondo un criterio di fredda a-socialità che fa sparire la persona. Cos’ha fatto l’Ikea di Milano Corsico licenziando una mamma separata con due figli, uno dei quali con importanti problemi che come minimo richiederebbero una adeguata assunzione di responsabilità? Ha “dimenticato” che un’impresa è una comunità di persone che, seppure proiettate professionalmente verso un risultato economico, com’è giusto che sia, non può tramutarsi in un corpo separato dal contesto umano e sociale in cui opera, fino al punto di arrivare alla soluzione estrema. Poco importa a quale organizzazione sindacale è iscritta o non è iscritta Marica, idealmente mamma, figlia e sorella di tutte le lavoratrici e i lavoratori che fanno fatica a conciliare vita e lavoro, alle quali e ai quali non è dignitoso chiedere l’impossibile accompagnandole alla porta. Ecco perché siamo chiamati lottare per una “giusta causa” che riguarda anche e soprattutto le imprese multinazionali, non solo per chiedere il rispetto dei diritti ma anche la coerenza con il concetto/principio di responsabilità sociale d’impresa. Marica a Milano, Claudio a Bari, licenziato per motivi tutt’altro che nobili, per non dire cavillosi e pretestuosi, i lavoratori di Amazon in lotta per ritmi di lavoro meno stressanti e retribuzioni più adeguate, unitamente ai lavoratori di altre imprese nazionali e multinazionali in lotta per migliori condizioni di lavoro e di vita, rappresentano la punta di un iceberg le cui dimensioni sono quelle di un sistema malato che ha bisogno di correzioni sia normative che culturali. Chi lavora va rispettato e ragionevolmente tutelato. Nessuna demagogia, nessun massimalismo, nessuna pretesa svincolata dalle compatibilità economiche, solo il rispetto del lavoro umano e della persona che lo svolge. Se un’impresa può licenziare facilmente, monetizzare anche le proprie ingiustizie, appaltare qualunque lavoro o servizio alle proprie condizioni (capestro), assumere a tempo determinato non per bisogno effettivo ma per pura convenienza, lasciare a casa senza spiegazioni un giovane apprendista dopo averlo utilizzato “sottocosto”, allora vuol dire che siamo dentro una condizione di malessere che nessun aumento di Pil potrà mai guarire, nella misura in cui non riduce ma aumenta le disuguaglianze di base, come anche l’ultimo rapporto Censis dimostra. Più che di inconcludenti accuse contro tutto e tutti, con generiche promesse di cambiamento prive di progettualità, c’è bisogno di conflitto finalizzato alla conquista e riconquista di diritti e condizioni di pari dignità normativa e salariale, ovvero di contestare senza mezzi termini l’indecorosa prassi di pagare e tutelare meno i lavori più pesanti e disagiati, come avviene con lo spudorato ricorso agli appalti al massimo ribasso. L’Italia è piena di persone, organizzazioni e movimenti che credono nel lavoro, come lo concepisce la nostra Costituzione. Il Sindacato, quello vero, unitario  e confederale, è per sua natura per il cambiamento e per il progresso, altro che conservazione (politica) e regressione sociale...

G.G.

© 2016 UILTuCS Milano e Lombardia. Designed By DZS - Asso srl