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Previdenza, età pensionabile, giovani e riforme “strutturali”

Parlare seriamente di previdenza e di età pensionabile senza affrontare il problema del lavoro, cioè della fonte che alimenta sia la pensione pubblica che la pensione complementare, prevista dai CCNL di categoria, è impossibile. E non è serio ricordarsi dei giovani solo per giustificare ogni sorta di sgravio contributivo e taglio delle retribuzioni, senza preoccuparsi del loro futuro previdenziale. Certo che non è possibile dare “tutto” a tutti, ma la scala delle priorità è nelle mani del governo e del parlamento che decidono quantocome e a chi chiedere e distribuire le risorse. Se, dopo decenni di autocelebrazione del riformismo e dei riformisti, ci ritroviamo di fronte a milioni di giovani con posizioni contributive tali da garantire solo pensioni povere, vuol dire che c’è qualcosa di ambiguo quando si parla di riforme. E per giovani, dal punto di vista previdenziale, si devono considerare anche le persone che hanno superato i quarant’anni di età e ne devono lavorare almeno altri venti, prima di andare in pensione, con la speranza di non incappare in vuoti contributivi sempre più frequenti e rispetto ai quali, prima o dopo, si dovrà adottare qualche forma di solidarietà.

Chi, da questo strategico punto di vista, non ha pensato abbastanza ai giovani, prima, durante e dopo la crisi? Quando la si smette di usarli, sfruttarli e scagliarli contro le organizzazioni sindacali come fanno coloro che lasciano intendere che i giovani siano stati vittime di leggi iperprotettive dei lavoratori occupati, volute dalla sinistra e dalle organizzazioni sindacali, quando i fatti dimostrano che più “flessibilità” si è legalizzata e più precarietà si è prodotta? Vogliamo parlare dell’assurda liberalizzazione dei contratti a termine ed ogni altra forma di falsa flessibilità, che permettono a un’impresa di tramutarli in contratti di lavoro individuali “condizionati” anche a fronte di una produzione stabile o addirittura in crescita? Cosa dimostra lo sciopero proclamato in Amazon, solo parzialmente riuscito, se non che molti giovani lavoratori facilmente licenziabili non scioperano, non per disaccordo col sindacato ma perché facilmente licenziabili? Tutte le persone ragionevoli sanno che il lavoro scaturisce principalmente dagli investimenti e che questi vanno indubbiamente incoraggiati, ma non fino al punto da generare una diabolica asimmetria tra alti profitti e vantaggi per una ristretta minoranza, e una larga maggioranza composta da persone che fanno faticano a mantenere la famiglia, povere e perfino escluse. Quando si parla di riforme strutturali bisognerebbe tenere presente che la struttura sulla quale si ritiene di intervenire è la società nel suo insieme e che la finalità di una riforma è quella di un sapiente equilibrio tra le sue diverse componenti. Equilibrio venuto meno negli ultimi anni, con pesanti conseguenze che genereranno rotture sociali ancor più pesanti di quelle oggi presenti a macchia di leopardo nel nostro Paese, se non si daranno risposte adeguate nel campo del lavoro e della previdenza. Governare bene, sia pure in maniera imperfetta, cioè umana, oggi non è facile, forse non lo è mai stato e non lo sarà mai. Ma la critica e l’autocritica eccessiva nel proprio campo rischiano di premiare i principali responsabili del liberismo economico e della conservazione politica che da luogo al darwinismo sociale e alla filosofia de “il fine giustifica i mezzi”, che in economia significa mettere in concorrenza il lavoro umano per pagarlo il meno possibile. Creare più ricchezza e distribuirla più equamente al fine di generare benessere per tutti, nessuno escluso, è l’idea delle idee di ogni possibile e necessario cambiamento che non si tramuti in regressione e false riforme. Insomma, da Trump a Obama, tra Le Pen e Macron o tra il miracolato Berlusconi, che si allea con chiunque porti acqua al suo mulino, è da irresponsabili non scegliere o abbandonare la propria casa e la propria famiglia. Una famiglia destinata a creare futuro riscoprendo e adeguanti al presente le sole radici che possano umanizzare il lavoro e la società...

G.G.


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