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I politici dovrebbero risolvere i problemi, non crearli...

Archiviata, per il momento, a colpi di fiducia, la nuova legge elettorale -che tra l’altro ha provocato il severo intervento del Presedente emerito Giorgio Napolitano e le dimissioni del Presidente del Senato Pietro Grasso dal gruppo Pd, nel quale non si riconosce più -, il finale di legislatura e la campagna elettorale sono diventati ormai varianti dello stesso contesto politico, dal quale riemerge un Paese che non riesce a fare i conti con sè stesso. La legge elettorale è “difficilmente digeribile, per tempi, contenuti e modalità”, anche per Emma Bonino, la quale fa notare che oltretutto è stata approvata in contrasto con il Codice di buona condotta in materia elettorale redatto della Commissione Europea per la Democrazia, il quale prevede di non approvare nuove leggi elettorali a meno di un anno dalle elezioni politiche. Il Paese ha comunque bisogno di essere governato, ma non riesce a ricostruirsi politicamente e culturalmente, come dimostrano le continue forzature che occupano la scena politica, anche per effetto di una spinta al cambiamento quanto meno contraddittoria.

Appare incapace di creare un futuro all’altezza dei cosiddetti problemi epocali, per affrontare i quali invece è necessaria una progettualità in grado di conciliare il particolare e il generale, il locale con il globale, il decentramento regionale/territoriale più ampio possibile e l’interesse unitario nazionale, come vuole la nostra Costituzione. Occorre chiedersi, da questo punto di vista, che cosa hanno portato di nuovo i referendum di Lombardia e Veneto del 22 ottobre, fortemente voluti dalla Lega e successivamente condivisi da “altri”, “per chiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Nell’immediato, nulla di concreto e nemmeno di pericoloso, come si sapeva, trattandosi di referendum consultivi, a domanda più che retorica, per chiedere qualcosa di legittimo e previsto, cioè più autonomia, come la quasi totalità dei “Sì” da parte dei votanti ha confermato, ma questo non significa che non abbia prodotto o non possa produrre effetti, anche differiti nel tempo, nel malconcio scenario politico italiano. Si sostiene, ragionevolmente, che questi referendum non hanno nulla a che vedere con la situazione difficilmente governabile della Catalogna/Spagna, ma pochi si chiedono come si è arrivati a quel braccio di ferro, non facilmente risolvibile senza il ricorso alla “forza” e tutta una serie di implicazioni che mettono a nudo l’irresponsabilità di quei politici che i problemi li creano anziché risolverli. Ebbene, se il discrimine tra autonomia e indipendenza è costituzionalmente chiaro e tale da costituire un limite invalicabile, come si fa a credere che i promotori dei referendum sono in buona fede e dentro il dettato costituzionale, se presentano richieste che lo contraddicono? Come minimo occorre mettere in evidenza che Zaia e Maroni si contraddicono e a loro volta contraddicono il “sovranismo” del loro segretario, sia attraverso la richiesta di Statuto speciale, immediatamente avanzata per il Veneto, che con la Pretesa di trattenere in loco il 90% delle tasse riscosse. Lo mette in evidenza, con lucida sintesi, il professore di diritto costituzionale Marco Olivetti, editorialista di Avvenire, il quale scrive che trattenere a livello locale la quasi totalità delle entrate fiscali percepite sul territorio regionale è una dichiarazione unilaterale di secessione in tutto fuorchè nel nome. Chiaro? Non basta, quindi, prendere atto che c’è una chiara e netta differenza tra il Lombardo-Veneto e la Catalogna, bisogna capire chicome e perché avvia processi in maniera sbagliata che possono arrivare fino al punto di scappare di mano com’è avvenuto in Spagna. E tra il punto di partenza e quello di “arrivo”, se le idee non sono chiare, c’è l’incasinamento di un Paese che ha bisogno di accorciare e tendenzialmente annullare le distanze tra cittadini/lavoratori con redditi e strutture pubbliche e servizi inaccettabilmente diversi, ma rischia invece di accentuarle. Non abbiamo nulla da imparare da situazioni solo apparentemente lontane? Si rifletta bene su questo punto, e ci rifletta soprattutto il Sindacato che, fino a prova contraria, ha come mission la coesione sociale fondata su principi e valori che una maldestra idea di autonomia non premia, ma mette fortemente in discussione...

G.G.

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