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La “vertenza” Ilva riguarda tutti i cittadini e i lavoratori italiani

La vertenza Ilva riguarda tutti i lavoratori e i cittadini italiani, non solo quelli di Taranto. Rappresenta un banco di prova per l’intero Paese rispetto alla possibilità di concertare politiche attive e accordi sindacali coerenti con ciò che consideriamo sviluppo sostenibile, opposto a quello che ha prodotto il disastro che conosciamo, da fissare nella nostra memoria come esempio di ciò che non dev’essere mai fatto. Non più sviluppo contro i lavoratori, i cittadini e l’ambiente, com’è avvenuto con la catastrofica gestione precedente al sequestro/commissariamento, bensì coerente con le possibilità e nel rispetto dei limiti previsti dall’articolo 41 della Costituzione, il quale stabilisce che: “l’iniziativa privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Bene ha fatto il ministro Calenda a mettere in chiaro che gli acquirenti devono garantire il salario reale dei lavoratori, che invece vorrebbero tagliare, ma questo deve andare di pari passo con una radicale bonifica dello stabilimento e dell’ambiente e con la tutela di tutti i lavoratori occupati. Rispetto a questo obiettivo Fiom, Fim e Uilm possono fare e stanno facendo la loro parte, ma è del tutto evidente che da questa vertenza se ne uscirà bene solo se il governo non starà al gioco del ricatto occupazionale ma farà la sua parte affinché il rilancio definitivo di questo importante stabilimento siderurgico, strategico per l’economia nazionale, possa trovare una soluzione all’altezza anche di un modo non conformistico di intendere lo sviluppo e la globalizzazione. In questo senso, quella dell’Ilva non è una vertenza solo aziendale, locale e di categoria, ma una vertenza che riguarda tutti i lavoratori e i cittadini italiani alle prese con un atteggiamento assai diffuso di imprese e imprenditori (e di chi li rappresenta) che sottovalutano, quando non calpestano, la salute e la sicurezza dei lavoratori, fino al punto di non adempiere all’obbligo di garantire informazione e formazione adeguata e di svilire il ruolo dei loro rappresentanti (RLS-RLST). A parole sono tutti d’accordo con la formazione continua (di cui hanno tantissimo bisogno i lavoratori di base), ma moltissime imprese la riservano solo a una parte del personale e senza i contenuti trasversali che aiutano i lavoratori a comprendere l’importanza dell’aggiornamento professionale. Sappiamo bene che chi investe lo fa con l’obiettivo di realizzare un ritorno, ma il legittimo risultato/profitto non può e non deve essere realizzato mediante sistemi e criteri incompatibili, anche dal punto di vista legale, con il nostro sistema di convivenza civile, costato quello che è costato affinchè il lavoro e i lavoratori conquistassero il rispetto alla tutela della loro dignità. L’Ilva di Taranto ha consapevolmente sacrificato la salute dei lavoratori e dei cittadini sull’altare di una folle filosofia produttiva dalla quale non potrà mai scaturire il tipo di sviluppo economico e sociale definito sostenibile. Quante imprese rispettano la salute e la sicurezza dei lavoratori come previsto dalla legislazione italiana e dalle “direttive” europee? Che in Italia ci siano tante imprese e associazioni che sacrificano la salute e la sicurezza dei lavoratori, lo si vede non tanto e non solo dalla drammatica quotidianità degli infortuni mortali e non mortali sul lavoro, ma anche e soprattutto dalla gran quantità di morti, malattie e malessere, derivanti da luoghi di lavoro insalubri e stressanti, a conferma di un ritardo, culturale e professionale (per non dire altro) largamente diffuso. Ilva rappresenta un’occasione più unica che rara per dimostrare che si può concertare una riconversione produttiva esemplare, alla quale tutti possano fare riferimento per attingere ispirazione e diffondere le buone pratiche di cui c’è tanto bisogno. È vero o non è vero che la salute non ha prezzo e non va mai monetizzata? Calenda fa bene a “dare una mano” alle organizzazioni sindacali affinchè la trattativa con gli “indiani” non si risolva con il taglio delle retribuzioni dei lavoratori, ma il governo del jobs act che ha voluto distinguere (discriminare?) tra vecchi lavoratori e lavoratori a “tutele crescenti” deve anche capire che all’Ilva non ci sono numeri e marionette, ma lavoratori che, nella continuità, hanno diritto alle stesse tutele di prima: né più e né meno... Come quotidianamente e faticosamente cerchiamo di fare a difesa delle lavoratrici e dei lavoratori tra un cambio di appalto e l’altro. Insomma, siamo tutti cittadini e lavoratori dell’Ilva di Taranto...

G.G.

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