giovanni riflessioni trasp

L’autonomia regionale è una cosa seria, da non strumentalizzare.

Il referendum del 22 ottobre in Lombardia, “concertato” con il Veneto risponde a una chiara strategia politica che c’entra ben poco con la legittima richiesta di una maggiore autonomia. La quale, tra l'altro, è possibile solo grazie al regionalismo differenziato introdotto dal centrosinistra nella nostra Costituzione con la netta opposizione della Lega e dei suoi alleati. Un referendum inutile, ampiamente strumentalizzato e ulteriormente strumentalizzabile da chi l’ha promosso senza avere le carte in regola. Un tavolo era stato aperto ma non se ne fece nulla per responsabilità di coloro che oggi si presentano come i paladini dell’autonomia, ma in realtà sono gli stessi che l’hanno resa impossibile perché puntavano (e a mio parere ancora puntano) a qualcos’altro.

L'ex Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a tal proposito dichiara: “la Lega ci ha fatto perdere 10 anni. Chieda almeno scusa prima di buttarsi in questa battaglia al solo scopo di intestarsela. Chiesi al Governo Prodi di attivare la trattativa, Prodi accettò e ci fu un primo incontro ufficiale nel corso del quale si decise che la partita andasse avanti con una serie di incontri, coordinati da Linda Lanzillotta e dal sottoscritto. Con la caduta del Governo Prodi e la vittoria del centrodestra pensavo che la strada ormai fosse in discesa, ma la Lega, con Maroni e Zaia presenti, allora ministri, convinse Berlusconi a chiudere quel tavolo. Mi dissero: Roberto stai tranquillo, adesso facciamo il federalismo e anche la Lombardia avrà quello che si merita. La storia, purtroppo, è andata diversamente, la riforma del governo fu un flop e da quel momento si smise di parlare di federalismo”. Non è la prima volta che Maroni usa il suo ruolo istituzionale per fare politica, il suo intento peraltro, grazie al cielo fallito, era quello di celebrare questo inutile referendum in coincidenza con le elezioni politiche anticipate, che la Lega ha inutilmente chiesto per mesi e mesi dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Insomma, i promotori di questo referendum non sono credibili. Ciò nonostante, anche grazie alla concomitanza temporale con quello che sta succedendo in Spagna/Catalogna, sta generando una discussione pubblica utile attorno alla distinzione tra autonomia e indipendenza e all’utilizzo del referendum. Premesso e precisato che, a differenza della Catalogna, il referendum del 22 ottobre è perfettamente legale, occorre chiedersi se Maroni e Zaia concepiscano l’autonomia della Lombardia e del Veneto in modo costituzionalmente corretto. Personalmente sono convinto che intendano rivendicare poteri incompatibili con la nostra Costituzione, variando atteggiamento a seconda di chi c’è al governo, come hanno fatto fino adesso. Altro che collaborazione istituzionale! Siamo di fronte al tentativo di annettersi il risultato scontato del referendum per fare propaganda elettorale, anche al fine di non parlare delle promesse fatte e non mantenute e di altri problemi mal governati presenti in Lombardia. Chi lo vuole assecondare faccia pure, noi non siamo tra questi: si chiama coscienza, non pregiudizio. Il referendum è una preziosa risorsa della democrazia da usare per prevenire, dirimere e consultare, non per scopi opposti, rispetto ai quali i timori e le perplessità cominciano ad emergere alla luce del sole anche all’interno dell’area politica dei promotori. A che serve un referendum se tutti sono d’accordo nel migliorare l’equilibrio tra Stato e Regioni attraverso una più avanzata e responsabile concezione della autonomia? Evidentemente l’accordo è sulla parola, non su ciò che deve includere o escludere affinchè l’Italia sia una sola, non solo dal punto di vista geografico, ma anche della giustizia sociale e del sentimento di appartenenza a una civiltà che è quella scritta nella sua Costituzione, il cui “completamento” somiglia poco agli obiettivi dei lumbard. Tra lumbard e Lombardia c’è una bella differenza. Qui siamo nella regione più italiana d’Italia, dove le famiglie sono miste, come sempre più lo saranno anche dal punto di vista europeo e globale perché questo è il destino dell’umanità, non quello delle identità esasperate e assolutizzate che, invece di unire, fanno esplodere conflitti. In Svizzera si parlano 4 lingue (tedesco, francese, italiano e romancio), ma il Paese è uno. Che laici siamo se non capiamo l’unità e l’universalità nel rispetto delle differenze?

G.G.

© 2016 UILTuCS Milano e Lombardia. Designed By DZS - Asso srl