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Ottica europea e coerenze nazionali

Era ampiamente previsto e ora sappiamo con certezza che anche per i prossimi 4 anni in Germania e in Europa non si potrà fare nulla d’importante senza il consenso di Angela Merkel. Una Cancelliera per nulla populista come buona parte del centrodestra di casa nostra guidato da personaggi lontani dalla sua cultura politica. Una donna che, per alcuni aspetti di non secondaria importanza, si è dimostrata più lungimirante di non pochi politici italiani di sinistra che, al momento del dunque, non sanno o non vogliono assumersi le relative responsabilità. Se fossi stato un cittadino tedesco, non avrei votato per lei, ma confesso che il suo equilibrio politico, basato sui valori non negoziabili, lo sento come una garanzia di tenuta nei confronti delle forze politiche che non propongono nulla di preciso, ma contestano a testa bassa tutto e tutti, comprese le straordinarie conquistate del 900 che la crisi finanziaria, tramutatasi in crisi economica e sociale, ha fatto vacillare ma non, grazie al cielo, crollare.

La conquista principale sulla quale è rinata l’Europa, che non è una moneta, ma una cultura autenticamente laica e umana della convivenza, consiste in una sorta di giuramento di pace perenne che in ultima analisi significa non avere nemici e non trattare nessuno da nemico. Credere nella irreversibilità di questa svolta storica, significa credere nella costruzione di un futuro coerente con il lascito morale dei nostri padri che ci permetta di affrontare con realismo non cinico anche i problemi che vorremmo non avere, ma in ogni caso ci sono e ci riguardano. Dopo la Germania toccherà all’Italia andare a votare per rinnovare il Parlamento in presenza di una frammentazione politica che rende più problematica la governabilità, ma ormai i problemi sono comuni e non si possono risolvere solo a livello nazionale o solo a livello europeo. Servono entrambi i livelli, anzi in Europa stanno maturando importanti cambiamenti che ormai è bene dichiarare apertamente di livello superiore e tali da richiedere comportamenti coerenti dei singoli Paesi. Contare in Europa è decisivo, ma non meno decisivo, anche a questo fine, è ciò che l’Italia fa per promuovere una tipologia di sviluppo socialmente sostenibile a partire dai giovani che hanno bisogno di lavorare non per la statistica ma per la propria vita. C’è chi vive questa evoluzione come una sconfitta, ma in realtà il progetto europeo è una conquista in itinere che implica il passaggio decisivo di una politica economica e sociale più incisiva. Da sviluppare con istituzioni e strumenti finanziari comuni in grado di promuovere una massiccia dose di investimenti pubblici e privati senza i quali il lavoro umano si riduce generando una concorrenza al ribasso che umilia milioni di lavoratrici e lavoratori. Destra e sinistra hanno il diritto dovere di contendersi il governo del Paese, delle Regioni e dei Comuni, ma hanno anche il diritto dovere di prendere in considerazione i sani compromessi. Compromesso è una parola difficile da usare in politica, benché sia impossibile, nella vita reale, immaginare una convivenza che non li preveda. Perché? Perché è diventatato sinonimo di opacità, di pragmatismo da mestieranti senza principi, di inciuci, veri o supposti da chi ritiene sia giusto solo quello che coincide col proprio punto di vista. Ma un sano compromesso, in determinate situazioni, è l’opposto di tutto ciò. Qualcuno pensa che in Europa si possano fare le riforme attese da fin troppo tempo, al di fuori di una realistica intesa tra le forze di centro destra e quelle di centrosinistra? Certo, è la parte più difficile ma anche quella più importante e qualificante della politica, senza la quale è più facile che la frammentazione si tramuti in crisi di governabilità. La lunga collaborazione di governo tra democristiani (chiamiamoli così) e socialdemocratici tedeschi suscita qualche perplessità, ma occorre chiedersi se un sano compromesso nell’interesse del proprio Paese -che, fino a prova contraria, è superiore a quello d’ogni singolo partito o schieramento-, non sia più consigliabile della litigiosità inconcludente nella quale si scivola e ci si adagia anche per passiva assuefazione. Questa, allo stato, è la condizione nella quale rischia di trovarsi l’Italia tra qualche mese. Sarà così? Speriamo di no, ma il pericolo esiste…

G.G.

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