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Antifascismo e antifascisti, oggi

L’antifascismo è per sempre. Non è a scadenza. È il vaccino dei vaccini che ha bisogno di richiami e di educazione permanente alla convivenza che lo alimenti quotidianamente. L’antifascismo  è necessario perché il fascismo c’è stato e i fascisti ci sono e ci saranno sempre e non tutti quelli che in un dato momento si dichiarano antifascisti sono immuni dai virus antidemocratici che la storia produce, soprattutto in tempo di crisi. Come si spiega, se non così, il fatto che tanti comunisti dichiarati, allora, si convertirono alla lega di Bossi e oggi a quella parafascista di Salvini, e tanti socialisti si dispersero in forze politiche “nuove” che tutto erano tranne che antifasciste? L’antifascismo, però, in Italia e nel “cuore” dell’Europa è di sistema, istituzionale e costituzionale, il che aiuta nei momenti difficili, ma non costituisce una garanzia assoluta. Quando Renzi afferma che “chi non è antifascista non è degno della comunità democratica” forse dovrebbe capire meglio le implicazioni di una simile presa di posizione.

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Braccialetti e “organizzazione scientifica del lavoro”

Anziché schierarsi pro o contro i braccialetti brevettati ma non ancora utilizzati da Amazon, bisognerebbe concentrarsi sui metodi e sugli strumenti di controllo e “miglioramento” della prestazione individuale che già esistono e rischiano davvero di tramutare i lavoratori in esecutori a distanza di ordini impartiti da una “cabina” di pilotaggio. È in questa cabina che bisogna entrare per fare in modo che l’organizzazione scientifica della filiera produttiva e del lavoro, resa possibile dalla strumentazione tecnologica di nuova generazione, non sancisca uno squilibrio strutturale, ovvero il dominio della grande impresa che possiede e gestisce dati nel suo esclusivo interesse. Il sogno di ogni impresa è quello di realizzare il massimo risultato possibile con il costo del lavoro più basso possibile. Eliminare i “tempi morti” -che morti non sono, specialmente nel commercio e nei servizi, dove interagire con il cliente è necessario-, mediante una “adeguata” organizzazione del lavoro, che in termini pratici significa ritmi e carichi di lavoro stressanti

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Realtà e mistificazioni sul lavoro e sui “posti di lavoro”

Che cos’è un posto di lavoro? Se non si riparte da questo, cioè dal bisogno di averne uno per vivere e sentirsi parte di una comunità, si entra nella commedia degli equivoci che fa apparire occupate persone che non lo sono e inventa posti di lavoro che, in realtà, non esistono. Se il Jobs Act avesse creato un milione di posti di lavoro, come ci si ostina a sostenere, l’esito delle elezioni sarebbe scontato, a favore di chi rivendica questo “miracolo”. Ma il vissuto reale delle persone è assai diverso da quel che viene raccontato. Avere o non avere uno stipendio a fine mese, tutti i mesi dell’anno, tredicesima, quattordicesima, Tfr e contributi previdenziali inclusi, non è come far parte di una statistica senza alcuna relazione con tutto ciò. La differenza è sostanziale. Che senso ha includere, nella stessa casistica, lavoratori occupati per pochi giorni o mesi l’anno, senza tutele reali e relativo welfare, e lavoratori stabilmente occupati? E per quale ragione dovremmo dare credito a chi sostiene che la nuova “sfida”, per i prossimi anni, è introdurre “qualche limite” ai contratti a termine, se questo obiettivo viene indicato da chi li ha praticamente liberalizzati?

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Quanta “memoria” c’è in questa campagna elettorale?

L’Italia è un Paese in faticosa risalita che tenta di fare un salto di qualità ma ancora non ci riesce, anzi rischia di fare una caduta rovinosa all’indietro se il dopo voto dovesse tramutarsi in veti incrociati paralizzanti o addirittura in vittoria di “quelli” che hanno già dimostrato di non saper governare nell’interesse generale. Abbiamo perso la memoria? Cosa ci si può aspettare da chi si propone di “ribaltare l’Europa da cima a fondo”, come se fosse una controparte ostile e non la casa comune costruita con l’obiettivo storico di tramutare le tragedie passate in ripudio definitivo del fascismo, mettendo al centro la persona? Prima di tutto la persona, di cui alla universalità dei diritti umani, vale in primo luogo nei confronti dello Stato che, non a caso, fascismo e nazismo identificarono con la loro folle ideologia per l’esatto contrario. Questa è la differenza essenziale tra una democrazia costituzionale -pur condizionata da modelli di sviluppo economico liberisti e permissivi- e i regimi dittatoriali.

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