Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Il rischio di perdere la grande occasione

Siamo tornati al punto di partenza?
Così la pensa il virologo Andrea Crisanti, il quale aggiunge che “i sacrifici degli italiani sono stati resi inutili”.
Se a questo allarmante punto di vista si aggiungono le dichiarazioni di alcuni Presidenti di regione che definiscono drammatica la situazione nella quale ci ritroviamo, è chiaro che siamo messi male.
Abbiamo sbagliato tutto?
Non lo credo, anche se sono emerse le storiche fragilità del “sistema Italia”, l’assurda volontà di vivere anche la pandemia come contesa politica, con frequenti prese di posizione che hanno illuso e disorientato.
Anche grazie all’informazione inadeguata di non pochi giornali e giornalisti senza qualità.
Ciò nonostante sapevano e sappiamo che combattere contro la contagiosità di un virus sconosciuto non è facile e richiede misure straordinarie e coordinate, orientate nella stessa direzione.
Questo ci è mancato. Questo ci manca.
Questo sentimento di unità umana prima ancora che nazionale non esiste, ancor meno in chi scambia la Patria con il becero nazionalismo che nega la sovranità più importante d’ogni altra: quella della persona.
Com’è possibile cambiare, riequilibrare e risanare l’Italia, con un governo che continua a rinviare le scelte di fondo?
Con una opposizione così scombinata e priva di valori autentici, come emerge da certe inquietanti inchieste?
Con un Presidente del Consiglio che s’illude di mediare all’infinito, logorando sè stesso e il Paese?
Vedremo come andranno i contagi nelle prossime ore e nei prossimi giorni, certo è che siamo di fronte a una “situazione molto grave” rispetto al netto vantaggio che avevamo nei confronti di altri Paesi che indicavano l’Italia come esempio.

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Andrà tutto bene?

Nel pieno della prima ondata, la paura da un lato e lo straordinario impegno collettivo dall’altro ci spinsero a sostenere che “Andrà tutto bene”.
È cambiato qualcosa? Si, in peggio.
Nulla di irrimediabile, ma certamente di pericoloso, tipico di un vecchio modo di affrontare i problemi che riduce tutto a disputa, come se di mezzo non ci fosse il bene superiore della salute e il benessere economico e sociale presente e futuro del Paese.
Formule perfette non ne esistono, men che meno di fronte a un virus invisibile e inafferrabile che penetra nei nostri corpi con esito anche letale.
E nemmeno di fronte alla necessità ineludibile di tutelare due tipi di salute: quella delle persone e quella dell’economia.
È vero che i dati vanno letti e interpretati da chi ne ha competenza -non sarebbe male, per esempio, metterli sempre in relazione al numero di abitanti delle singole Regioni-, ma i morti e i ricoverati in terapia intensiva, in continuo aumento nelle ultime settimane, rappresentano un dato di fatto di immediata comprensione da parte di tutti.
L’allarme quindi è più che giustificato, le restrizioni normative mirate e l’autocontrollo personale sono funzionali alla tutela della Salute e della Sicurezza di tutti, nonché a non rimettere in ginocchio il Paese, il quale, viceversa, deve capire che il suo futuro è a rischio.
A rischio, evidentemente, se le risorse finanziarie vengono usate senza la necessaria lungimiranza.
Il futuro ancora non si intravede.

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La libertà non è un fatto esclusivamente individuale

Nella scala dei valori la libertà umana viene al primo posto.
Soprattutto per quei popoli che l’hanno riconquistata, rivalutata e costituzionalizzata dopo aver vissuto sotto l’oppressione di violente dittature.
Se dobbiamo mettere la mascherina, non possiamo vivere, lavorare e viaggiare liberamente come prima del Coronavirus, ciò non è conseguenza di una manovra politica, bensì di legittima e doverosa autodifesa collettiva.
Resa possibile, non dobbiamo stancarci di ripeterlo, dalla collaborazione libera, doverosa e dunque virtuosa tra la politica in versione governativa e le istituzioni scientifiche preposte alla tutela della Salute di tutti i cittadini.
Abbiamo imparato, eccome, che la libertà -quella autentica che tutela la dignità e l’integrità psicofisica delle persone-, non va mai sacrificata o barattata con alcunchè.
Si definisce valore in quanto appartiene a tutti e tutti hanno diritto di esercitarla correttamente nella vita quotidiana.
Non è un principio astratto privo di conseguenze per la convivenza civile e sociale. Ne costituisce il perno.
Non possiamo e non dobbiamo mai farne a meno.
La amiamo così intensamente da andare in soccorso di altri popoli quando vediamo che viene calpestata, memori di un passato che non vogliamo più rivivere.
Perciò non va mai confusa con l’individualismo irresponsabile verso gli altri, assai pericoloso quando c’è di mezzo il bene supremo della salute.
Nessuno ha il diritto di comportarsi in modo tale da mettere a repentaglio la Salute e la Sicurezza degli altri, delle persone più fragili in particolare.

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La contrattazione al tempo del Coronavirus

La pandemia ha terremotato e sconvolto l’economia, distrutto molte imprese e tantissimi posti di lavoro, ma il tentativo di depotenziare i contratti nazionali di categoria viene da lontano.
La pandemia lo rende più facilmente strumentalizzabile, come tentano di fare la Confindustria di Carlo Bonomi e tutte le imprese/associazioni che si accodano.
Favorite dal solito provincialismo culturale, caro a non pochi economisti ed “esperti” per i quali, in tempo di crisi è già tanto avere un posto di lavoro; un contratto a tempo determinato è sempre meglio della disoccupazione e lavorare qualche ora al giorno, magari a chiamata, è sempre meglio di niente.
Manca solo il lavoro nero e tutta l’illegalità che gli ruota attorno, forse solo per pudore, ma è chiaro che declinando malamente la logica del meno peggio, si arriva a giustificare anche questo, come salvagente di ultima istanza.
Ovvero, fallimento di un sistema. Piaga strutturale da risanare.
Il lavoro, infatti -inclusa la buona flessibilità contrattata, che non ha nulla a che vedere con la precarietà sistematica-, è dignità nella misura in cui rispecchia la volontà di mettere in equilibrio i diritti e i doveri, la libertà di fare impresa e le finalità sociali.
Obiettivi che, di fronte alla necessità di riconvertire l’economia e di generare sviluppo sostenibile, richiedono non meno ma più contrattazione.
Contrattazione vera e tale da rendere concreto il significato di Responsabilità Sociale d’Impresa.
Oggi non è così, ma va assecondato il tentativo di orientare la nostra economia nella direzione di uno sviluppo di scopo condiviso, alternativo a quello “cieco” prodotto dal liberismo a logica meramente finanziaria.