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Teoria del cambiamento e pratica dello scambio

L’Italia ha un governo che naviga a vista. Giorno per giorno, momento per momento, senza un vero programma di politica economica e sociale, al posto del quale c'è un contratto a due riducibile al “tu dai una cosa a me, io ne dò una a te, tu non mi disturbi su questo, io non mi intrometto su quello”. Con un Presidente del Consiglio che, anziché esercitare il suo ruolo, subisce le iniziative debordanti dei suoi due vice che lo hanno messo lì. Chi ne paga le conseguenze è il Paese, costretto ad essere esasperato da un problema che esiste e va affrontato seriamente, mentre se ne sottovalutano altri altri non meno importanti, anzi. Chi ne trae beneficio di parte è il ministro dell’interno che fa solo ed esclusivamente l’interesse del suo partito. Governare un Paese non è un affare privato, lo si deve fare nel rispetto delle regole, dei poteri delle diverse istituzioni e della magistratura in particolare. La quale magistratura, in un Paese democratico, non prende e non deve prendere ordini da nessuno, men che meno da un Ministro, così come non li devono prendere i dipendenti/funzionari pubblici.

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Medici inadeguati e medicine sbagliate

Le persone di buona volontà che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia cominciano a capire che bisogna stare all’erta di fronte a una situazione interna e internazionale che rischia di provocare impoverimento umano e regresso democratico conseguente a scelte di campo non solo sbagliate ma anche controproducenti. È vero che non bisogna drammatizzare tutto ciò che non si condivide, ma siamo di fronte a fatti e pericoli reali, rispetto ai quali è necessaria la sempre valida saggezza di agire quando e fin che si è in tempo. In alcuni paesi europei che mettono il filo spinato alle frontiere, l’attacco aperto all’indipendenza della magistratura e alla libertà di stampa, tipico dei regimi autoritari, è in stato avanzato. Nello stesso momento, in Italia, si torna a parlare di sentenze politiche e si creano problemi agli organi di informazione, si demonizzano avversari e minoranze, come fanno i regimi autoritari che usano le istituzioni per consolidare il proprio potere.

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A chi serve alzare la voce?

L’accordo sui migranti tra “tutti” i Paesi dell’Unione fa tirare un sospiro di sollievo a quanti temevano il peggio, ma questo non significa che siamo di fronte a una svolta  che permetta di governare davvero questo fenomeno epocale mediante una politica realmente europea. L’accordo prende atto del disaccordo sul criterio cruciale della distribuzione vincolante dei profughi che penalizza l’Italia, non solo su questo punto, limitandosi ad auspicare una condivisione su base volontaria che rende evidente il tentativo fallito del governo Italiano di imporre la sua linea. Una linea ambigua anche per la mai dichiarata contrarietà alle posizioni dei Paesi che rifiutano di europeizzare l’accoglienza attraverso il criterio oggettivo  delle quote. La tanto attesa riformulazione del trattato di Dublino è tornata “in alto mare”, dove, nelle ultime ore, sono morte altre 100 persone, di cui 3 bambini. Persone che nessuno vuole, anche perché ce ne sono altre, che non dicono “la vita prima di tutto”, anzi, alzano la voce e ci costruiscono sopra la loro inquietante fortuna politica.

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Una brutta piega

L’Italia rischia di sbandare per mano di un non governo incapace di decidere e di attuare il cambiamento promesso. L'emergere di queste prime titubanze non è di per sè negativo, anzi è un primo, sia pur confuso, ridimensionamento delle promesse fatte. Ma è tutt’altro che un ravvedimento operoso. Ci fossero soldi disponibili e libertà di spendere aumentando il deficit e il debito, si capisce che lo farebbero, mentre con i mercati all’erta e qualche ministro più “educato”, l’impresa di applicare il contratto di governo è più ardua. Perciò il governo prende tempo su tutto, ma intanto asseconda la linea dura su migranti, minoranze e non assimilati che, oltre ad essere antistorica, è anche contraddittoria e controproducente nel momento in cui si tenta di mettere il nostro Paese a disposizione di una internazionale reazionaria e regressiva che sta minacciando la democrazia e la convivenza. Se l’Italia vuole la riforma del trattato di Dublino, per realizzare la distribuzione dei migranti che hanno diritto di rimanere in Europa in tutti i Paesi che ne fanno parte, lo deve dire chiaramente con la voce del Presidente del Consiglio e di chi la rappresenta per quello che è, non per quello che la si vuole far diventare.