Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Crisi aziendali, Governo, Politica, Sindacato

Il Presidente del Consiglio Conte ci ha messo la faccia.
Piaccia o non piaccia è andato a Taranto a parlare con “tutti” pronunciando la frase che, meglio di ogni altra, rappresenta sia il principio di realismo che quello di responsabilità: "non ho la soluzione in tasca". 
Cosa di cui non può fare a meno chi governa e anche chi ricopre ruoli che implicano la necessità di governare non solo i processi prevedibili ma anche fatti ed eventi imprevedibili.
Ma il metterci la faccia davvero, di fronte a crisi aziendali che minacciano il lavoro, la salute e il benessere psicofisico di tante persone e famiglie, consiste nell’assunzione delle proprie responsabilità in termini di proposte conclusive, praticabili e sostenibili.
E bisogna farlo con equilibrio e senso della misura, pur sapendo che le crisi aziendali non sono del tutto comparabili, benchè accomunate dai posti di lavoro a rischio.
Presso il Ministero dello sviluppo economico, allo stato, risultano attivati numerosi “Tavoli di crisi - Imprese in difficoltà”, con migliaia di persone e famiglie coinvolte per le quali “il lavoro è tutto”.
Tra queste ci sono Ilva, Auchan, Alitalia Whirlpool, con storie e prospettive diverse ma pur sempre accomunate dal bisogno di salvaguardare il più alto numero possibile di posti di lavoro, diretti e indiretti, e di tutelare al meglio gli “altri”.
I posti di lavoro, tutti i posti di lavoro, sono importanti.
Possono avere impatto sociale diverso a seconda del territorio in cui sono messi a rischio o si perdono, ma sono tutti importanti, anche quando non fanno notizia.

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Su Razzismo, odio e violenza non ci si può astenere

Da cosa si sono astenuti i 98 Senatori che non hanno approvato la “mozione Segre” per combattere razzismo, antisemitismo e ogni forma di istigazione all’odio?
Cosa non condividono Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia della mozione presentata dalla Senatrice a vita Liliana Segre, che mira a combattere il linguaggio e i discorsi di odio sulla rete, nella vita sociale in generale e negli stadi?
Che lo abbia fatto un partito che si autodefinisce liberale, come Forza Italia, vuol dire che si sono perse le coordinate politiche e culturali, e che pur di non condividere nulla con gli avversari politici si è disposti perfino a calpestare i propri principi.
Principi che, in questo campo, sono anche e soprattutto morali, di ultima istanza, non negoziabili.
La mancata unanimità su una mozione che mira a contrastare concretamente, non più solo a parole, il razzismo e la violenza verbale, dimostra che “il pesce puzza dalla testa”.
Cosa c’è di più ridicolo e pericoloso di un politico che dopo aver chiesto i pieni poteri adesso associa la mozione Segre a un potenziale ”stato di polizia”?
C’è quello che sappiamo da tempo, cioè un disegno politico che ha bisogno di odio e rancore per raggiungere il suo scopo che è quello di una democrazia ridotta, più formale che sostanziale, dentro la quale prima vengono i ricchi e la ricchezza e poi gli “altri”, come dimostrano le proposte su "Flat tax" e  "autonomia differenziata" che accentuano le disuguaglianze e istituzionalizzano l’ingiustizia sociale.

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Lavoro dignitoso e legalità per risanare l’Italia

In Italia il lavoro legale è calato nell’ultimo anno di un miliardo e 800 mila ore. È un dato di fatto.
Mentre sul numero di persone occupate e sui criteri adottati per conteggiarli si può equivocare, le ore lavorate rappresentano la realtà nuda e cruda indicativa di una condizione economica e sociale.
Ne deriva la necessità non solo di sapere quante persone lavorano, ma anche a quali condizioni economiche e normative lavorano milioni di persone, al fine di apportare i correttivi funzionali sia all’incremento dei livelli occupazionali sia alla qualità dei posti di lavoro, misurabile in termini di stabilità, numero di ore lavorate e reddito annuo.
Che la costruenda e quasi definita manovra finanziaria del governo risulterà insufficiente, rispetto ai problemi e alle attese delle persone, delle imprese e dei vari settori produttivi, è cosa certa.
E lo è in virtù del nostro fardello debitorio. Nostro, non dell’Europa.
A maggior ragione è importante che la manovra sia qualitativa e indichi una direzione di marcia diversa da quella che aveva imboccato il governo precedente, ad eccezione di un punto che dovrebbe far riflettere.
Mi riferisco all’unico aspetto positivo del cosiddetto “decreto dignità” che puntava (giustamente!) a favorire i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, del tutto compatibili (questo è il punto) con i bilanci e l’organizzazione del lavoro delle imprese, ovvero alla riduzione dei limiti di durata da 36 a 24 mesi, che rimane eccessivo e irragionevole.

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Evasione fiscale, politica e politici

Un Paese con il livello di evasione fiscale come quello che si registra in Italia non si può definire moderno.
Moderno è diventato un termine generico, in realtà il bubbone storico dell’evasione fiscale è causa e conseguenza di una serie di fenomeni che di moderno hanno ben poco e di cui, oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale, ci si dovrebbe vergognare.
Se ciò non avviene e ci si convive tranquillamente è in primo luogo un problema di responsabilità politica non esercitata che non può essere messa sulla stesso piano di altri livelli di responsabilità.
Lo dimostra ancora una volta il conflitto tra maggioranza e opposizione e interno allo stesso governo, attorno alla volontà di fare sul serio, con misure anti evasione credibili, analoghe a quelle adottate in altri paesi europei comparabili con il nostro.
L’evasione fiscale in Italia, in poche parole, è favorita dai politici che non si assumono la responsabilità di agire come la legge e la ragione impongono e come l’interesse generale, “né di destra, né di sinistra”, richiede.
Il meschino profilo di certi politici, che frettolosamente vengono definiti leader, perfino carismatici, emerge in tutta evidenza quando si mettono di traverso per impedire che la lotta all’evasione sia fatta seriamente.