Brevi riflessioni settimanali del Presidente della UILTuCS Lombardia

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Clima, Extraprofitti, tasse, povertà e salario minimo

Secondo il glaciologo Carlo Barbante, “la crisi climatica è la madre di tutte le crisi e da come sapremo affrontarla dipende il nostro Futuro”.
Difficile contestare questa focalizzazione del problema se perfino le migrazioni dipendono dalla desertificazione che a sua volta dipende dai cambiamenti climatici derivanti dal modello di sviluppo economico, da consumi e stili di vita non più sostenibili.
Che futuro può avere un Paese che ascolta poco la scienza e compromette il suo futuro rinviando a “domani” quello che è urgente fare oggi?
Eppure in pochissimi giorni decine di migliaia di persone (che aumenteranno sicuramente nei prossimi giorni) hanno risposto all’appello lanciato dagli scienziati, tra cui il Premio Nobel Giorgio Parisi, perché il riscaldamento globale si metta al centro dei programmi dei partiti in vista delle elezioni politiche del 25 settembre.
Vorrà pur dire che il nostro non è un Paese perso, come spesso noi stessi lo descriviamo, e che la speranza di spostare l’attenzione sui problemi veri, è ancora fondata.
L’importanza di mettere al centro i contenuti naturalmente riguarda anche la politica economica e sociale, con la quale il risanamento ambientale dev’essere in sintonia e stare in equilibrio, per dare un senso unitario allo sviluppo sostenibile di cui c’è bisogno.
Con un governo azzoppato non è facile, ma i problemi derivanti dalla concomitanza di più crisi e delle risorse finanziarie necessarie per affrontarle con senso di giustizia ed equità, vanno al di là del fatto che il governo in carica non possa andare oltre gli “Affari correnti”.

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Posta in gioco e autonomia del sindacato

In mezzo alla negatività che ci circonda, il pil in crescita dell’1% del secondo trimestre del 2022, sopra la media europea dello 0,7%, è una notizia confortante.
Quanto meno lascia sperare che non andremo in recessione, il che rende ancor più incomprensibile una crisi di governo nel momento in cui era evidente il bisogno che il governo Draghi andasse avanti fino al termine della legislatura.
Bisogno del Paese, non di questa o quella parte.
La democrazia farà il suo corso, c’è da sperare nel confronto tra idee, programmi e proposte, in luogo di una contrapposizione incentrata sulla confusione e sulla magica frase che gli uni dicono degli altri: sono divisi su tutto.
A noi interessa che in Agenda ci sia la sostenibilità sociale e ambientale in termini di investimenti e riconversione economica, rispetto alla quale il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe avviare il nuovo corso, non misurabile solo in termini di quantità ma anche e soprattutto di qualità della crescita.
La quale non passa solamente attraverso il numero di persone occupate anche solo per poche ore o giorni nel corso dell’anno, secondo i criteri della statistica, ma in stipendi e tutele sociali che permettano di vivere dignitosamente.
Continuare a parlare di salario minimo scollegato dal bisogno previdenziale e assistenziale, contrattuale e relativo al welfare complessivo di cui godono tutti gli altri lavoratori -ferie, malattia, tredicesima e quattordicesima, Fondo pensione complementare e Assistenza sanitaria integrativa compresi-, porta fuori strada.

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Una caduta rovinosa contro gli interessi del paese

Chi ha fatto cadere il governo Draghi ha provocato un danno chiaro e diretto all’Italia, alle persone e alle famiglie più fragili in particolare, alla sua economia e alle imprese in oggettiva difficoltà, al suo onore e alla sua credibilità internazionale, che non hanno prezzo.
Onore e credibilità che non possiedono i politici che hanno pugnalato alle spalle Draghi e ora tentano di addossare la responsabilità agli “altri”, con ciò confermando, ove mai ce ne fosse bisogno, che una crisi di governo in questo momento, nel modo in cui si è determinata, che ha reso inevitabile la fine anticipata della legislatura, con relativa indizione delle elezioni politiche il prossimo 25 settembre, era l’ultima cosa di cui aveva bisogno l’Italia.
L’hanno combinata grossa, non a una persona ma al Paese.
La persona si può dire che ne “esce” con dignità, rimanendo al servizio del Paese fino a quando sarà necessario in linea con il suo profilo che si è “scoperto” essere anche carico di umanità.
Al di la dei fatti contingenti che l’hanno innescata e resa irrimediabile, questa crisi viene da lontano ed è figlia della peggiore politica e dei peggiori politici italiani, abituati a usare le istituzioni piuttosto che mettersi al loro servizio.
Abituati a usare e anche sperperare il denaro pubblico per scopi privati e per averne un tornaconto politico, e ad alzare barricate indegne contro i più elementari diritti civili.

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No al “tanto peggio tanto meglio”

Siamo alla frutta della XVIII legislatura?
Può essere, ma non è detto.
Dipende dalle variabili politiche impazzite che ancora una volta il Presidente della Repubblica è chiamato a “gestire”, Costituzione alla mano, come ha sempre fatto.
Siamo abituati a tutto, eppure lo stupore c’è per questa mossa sproporzionata che rischia di danneggiare il Paese, tante persone e famiglie, i lavoratori.
Una mancanza di consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, che al livello massimo della politica è imperdonabile.
Giuseppe Conte è figlio di una politica sui generis dalla quale stava tentando di emanciparsi e speriamo lo possa e sappia ancora fare, per non aprire la strada al partito del "tanto peggio tanto meglio" che in Italia è sempre pronto a compattarsi per sbarrare la strada al progresso sociale e civile di matrice costituzionale.
Altro che “nè di destra, nè di sinistra” che la storia insegna avere una sola interpretazione.
La democrazia deve fare il suo corso, al voto ci arriveremo comunque, ma arrivarci in modo traumatico sarebbe un danno diretto al presente e al futuro del Paese.
Draghi è una di quelle figure che, per luce propria e circostanze politiche concomitanti, si poteva (si può ancora?) considerare l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.
Nessun culto della personalità (è un uomo comune, nel senso buono del termine) o Salvatore della Patria.